IL BISOGNO di ASPETTARE SEMPRE QUALCOSA. QUALCUNO. Fosse anche solo un treno…

La gente aspetta per tutta la vita. Qualcosa. Qualcuno. Aspetta per vivere, aspetta per morire. Aspetta in fila per comprare la più inutile delle cose. Aspetta in fila per il bancomat. E se non ha denaro aspetta in file più lunghe. Aspetta per dormire e poi aspetta per svegliarsi. Aspetta per sposarsi e poi aspetta per divorziare. Aspetta la pioggia, e qualche sopravvissuto al romanticismo aspetta l’arcobaleno, tutti gli altri il sole. Aspetta l’ora del pranzo e poi della cena. Aspetta l’ennesimo treno insieme a un gregge di altri avventori, distratti e un po’ tristi, correndo dietro alla vita che però non ha fermate.

LE PAROLE DELL’ATTESA

Per Kafka la vita era “un’attesa prima della nascita”, Beckett l’ha trasformata in un libro “Aspettando Godot“.

Michelangelo la considerava come “il futuro che si presenta a mani vuote”.

Simone Weil definiva l’attesa “il mendicante di Dio”. “La culla dondola sopra un abisso” scrisse Nabokov: a chi aspetta viene sempre in qualche modo ricordato questo abisso.

«La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta», scrive Barthes nei ”Frammenti di un discorso amoroso. “

E infine Bukowski “Aspettavi nello studio di uno strizzacervelli con una masnada di psicopatici e ti chiedevi se lo fossi anche tu. ”

L’ATTESA DEI FOLLI

Nel mondo dei folli, l’attesa non ha orologio, mi ritrovo a pensare mentre il treno arriva finalmente in stazione.

“Quanto tempo è per sempre?” chiede Alice.

Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

“E quanto tempo è un secondo?”;

“Quando ami, un’eternità”.

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