BOREOUT: la SINDROME della NOIA sul LAVORO
C’è un fenomeno, noto come sindrome della noia (#boreout), che si sta facendo strada nei contesti lavorativi. Condizione dove l’assenza di attività, di compiti sfidanti, obiettivi non stimolanti, mancato coinvolgimento e attività meccaniche e ripetitive diventano la norma, portando a disimpegno, scarso entusiasmo e motivazione. Con tutte le ricadute che si possono facilmente immaginare sulla salute del singolo, il morale del team, il coinvolgimento e i profitti per l’azienda.
Il boreout è tanto insidioso quanto il suo opposto #burnout, e i cui sintomi ricordano quelli indicati dall’OMS:
esaurimento energetico, stanchezza, maggiore distanza mentale dal lavoro, pensieri negativi, cinismo, dell’efficacia professionale.
Sebbene sentirsi annoiati al lavoro, di tanto in tanto, può essere normale, se protratta nel tempo, la noia, può portare a sviluppare un profondo stato di demotivazione e insoddisfazione fino alla depressione.
ORIGINE del FENOMENO e RICADUTE
Il termine è stato coniato nel 2007 da due consulenti aziendali svizzeri Peter Werder e Philippe Rothlin, quando hanno pubblicato il volume “Diagnose Boreout”.
Il fenomeno non è da sottovalutare. Uno studio londinese pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, condotto su 7mila dipendenti pubblici monitorati per 25 anni, ha mostrato che i lavoratori che lamentano alti livelli di noia hanno un rischio doppio di decessi per malattie cardiache o ictus rispetto a coloro che trovano divertente la vita. Il detto «annoiarsi a morte» sembra quindi avere un riscontro scientifico, ipotizzano i ricercatori britannici, perché le persone annoiate hanno maggiori probabilità di ricorrere ad abitudini malsane come bere e fumare, il che può ridurre la loro aspettativa di vita.
Negli Stati Uniti, uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine ha stimato che il boreout e il burnout costano ai datori di lavoro in media 3.999 dollari per lavoratore ogni anno.
Joe Galvin, direttore della ricerca di Vistage, considera la il boreout come il precursore del “quite quitting“, in cui i lavoratori si arrendono, si disperdono mentalmente ed emotivamente, gestendo solo il necessario delle attività lavorative.
LE CAUSE
La noia può essere generata da diversi fattori. Un impiego di basso profilo, inferiore alle proprie qualifiche e competenze, di scarso interesse, ripetitivo; per carenza motivazionale, convinzione di mancate opportunità di carriera; forte gap tra le mansioni svolte e quelle desiderate, mancato riconoscimento delle proprie abilità, assenza di gratificazioni economiche, insoddisfazione, demotivazione, senso di frustrazione…
Queste sono tutte cause che possono generare un allontanamento progressivo rispetto allo svolgimento della propria attività. Distacco che va ad alimentare un circolo vizioso che genera una crescita del malessere che altera lo stato emotivo in modo più profondo e diffuso. Così la noia diventa tristezza che può arrivare a occupare aree estese della vita, anche personale, sociale, familiare, di coppia e sessuale».
UN PROBLEMA SOMMERSO
Le persone schiacciate dalla noia sono molto più di quelle che possiamo pensare, anche se spesso il disturbo fatica a venire alla luce. Se essere stressati per eccesso di lavoro è socialmente accettabile e persino visto come un segno di efficienza e produttività, riconoscere di essere sottoutilizzati è motivo di vergogna per la paura di essere additati come pigri, svogliati o inetti.
Si comincia a vergognarsi di essere pagati per non fare niente e ciò suscita ancora più ansia. Spesso sono i lavoratori stessi i primi a non riconoscere il problema. Non capiscono perché sono così stanchi una volta tornati e a casa e attribuiscono la propria insoddisfazione a conflitti di coppia o a problemi che non hanno niente a che vedere con il lavoro. È difficile capire che il prolungato stand by può invece essere responsabile di un vero malessere.
Le cause giudiziarie sono, non a caso, rare da fare notizia. Nel 2018 un tribunale francese ha condannato un’azienda di profumi a risarcire un ex dipendente, Frédéric Desnard, che aveva accusato il datore di lavoro di averlo trasformato in uno «zombie professionista».
L’ANTIDOTO alla NOIA
I rischi legati alla noia non riguardano solo la produttività o la creatività dei dipendenti. Occorre una cultura aziendale basata sulla collaborazione e sulla connessione, sulla crescita professionale e personale delle persone e dipendenti che sfruttino al massimo il loro ambiente di lavoro per trovare il loro personale scopo nel ruolo che ricoprono.
Sebbene sia responsabilità del leader/manager creare un ambiente di lavoro accogliente e ricco di significato, apprezzamento e possibilità di avanzamento, è anche responsabilità del lavoratore trovare motivazione, ispirazione e opportunità affrontando sfide e disaccordi, abbracciando le differenze e godendo della produttività che deriva da un team che lavora insieme. Non sottraendosi ai momenti di noia e difficoltà così da essere motivato a esplorare nuove opportunità se non è possibile crearle nel contesto in cui si trova. In questo modo sarà in grado di essere proattivo e non lasciarsi sopraffare dal boreout senza averne avuto consapevolezza.



