SANPA: DOVE ci si può SPINGERE per SALVARE una VITA?

Ho appena terminato di guardare su NetFlix, la docuserie SanPa.

Nonostante abbia l’innegabile merito di essere un prodotto italiano unico nel suo genere, e che nulla ha da invidiare a Going Clear – Scientology e la prigione della fede (HBO) o Wild Wild Country (Netflix), riesce a districarsi elegantemente dalla questione etica/morale lasciando al pubblico la scelta più difficile e controversa: scendere a patti con la propria coscienza e decidere in libertà se assolvere o condannare Vincenzo Muccioli. L’enigmatico fondatore della comunità terapeutica per tossicodipendenti più grande d’Europa.

Non mi sono mai dovuta confrontare con il tema della droga, non ho neppure mai fumato una sigaretta, ancor meno uno spinello e non mi sono mai nemmeno ubriacata, riconosco quindi una lacuna esperienziale personale che mi toglie, probabilmente, qualsiasi velleità di giudizio per quanto riguarda le dipendenze.

Eppure, pur immersa nella mia ignoranza esperienziale, mi è difficile pensare che il fine giustifichi i mezzi. Sempre. Almeno a San Patrignano.

Dove, in quel salvatore, spesso elevato a dio, mi è difficile non intravedere una smania scellerata e incontrollata di onnipotenza, dove il rispetto delle regole, sue incontestabili regole, è la conditio sine qua non, per stare in una casa dove è semplice entrare, ma da cui è impossibile uscire.

Una dinamica settaria, dunque, come dimostrano le critiche che SanPa ha riversato contro la serie, commentate dall’ex portavoce Fabio Anibaldi su La Stampa

Non mi sorprende la reazione. Loro non accettano critiche, è la logica dell’ ‘o con noi o contro di noi’, non c’è dissenso all’interno e tanto meno è concepibile quello al di fuori. Accettano solo l’ammirazione incondizionata per la loro opera, che è logica tipica di certi regimi totalitari”.

Nelle 5 ore di filmati e interviste, emerge incontrastato il rapporto di dipendenza fra i giovani tossicodipendenti e il padre-padrone Muccioli. Banalmente potremmo azzardare che una dipendenza sostituisce un’altra dipendenza. Ma guarire è un’altra cosa.

E’ innegabile l’opera del fondatore verso i migliaia di ragazzi strappati alla droga, non lo metto in dubbio. Ma le punizioni, le privazioni ai danni dei ragazzi tossicodipendenti, quando incatenati e nudi, al gelo, nel canile, nella piccionaia o in vere e proprie celle di fortuna e a volte picchiati, in una occasione fino alla morte come dimostra l’omicidio del povero Roberto Maranzano, sono difficili da ignorare.

Immediata è la comparazione a ciò che succede in qualsiasi setta: all’adepto che vuol andare via viene resa impossibile la vita, con la forza, e poi punito per evitare che fugga ancora, o si lamenti o possa anche solo manifestare dissenso. Insieme all’esigenza di costruire un nemico esterno per compattare il gruppo all’interno ed evitare defezioni.

SanPa è dunque da assolvere o condannare?

Macchiavelli parteggerebbe per Muccioli, i fautori dello stato di diritto e della rule of law, assolutamente no. Ma anche volendo stare in nessuno dei due schieramenti, la domanda rimane senza risposta: dove ci si può spingere per salvare una vita umana?

CREDITI SOCIALI CINESI: non tutte le spinte sono gentili

Ci sono persone che sanno intavolare un confronto costruttivo, farti riflettere e contemporaneamente spingerti a delle soluzioni. E’ ciò che è successo con #marcolarosa che con una sola domanda mi ha regalato una dose sufficiente di dopamina da arrivare all’anno nuovo.

Il sistema dei crediti sociali cinesi è un esempio di applicazione dei Nudge?

https://www.neurowebcopywriting.com/crediti-sociali-cinesi-e-nudge-laura-mondino/

 

CARO PRESIDENTE CONTE, TI SCRIVO…

Non si crea compliance, adesione alle norme sociali, usando la leva della paura e/o del divieto così come viene.  Lo sanno anche i muri. Gli unici ancora a non saperlo, mi viene da pensare (ma vorrei essere contraddetta) sono i nostri decisori…

E’ a questo che penso da mesi, stupita che nelle varie task force non ci siano esperti e profondi conoscitori anche delle Scienze comportamentali e/o dell’economia comportamentale o di Neuroscienze applicate alla Comunicazione. Non so se i nostri governanti ignorino l’importanza di queste discipline o preferiscano starci volutamente lontani per le ragioni che si possono ben immaginare.

Su questo rifletto mentre ascolto il video discorso di Emmanuel Macron, il presidente francese, risultato positivo al coronavirus giovedì

Sto bene, ho gli stessi sintomi di ieri: affaticamento, mal di testa, tosse secca come le centinaia di migliaia di persone che hanno convissuto o convivono con il virus. Continuerò a seguire gli affari ricorrenti anche se con un’attività un po’ rallentata. (…) Fate attenzione, tutti possiamo contrarre il virus”.

In una parola: rassicurante. Avvolgente. Empatico. Un messaggio non autoreferenziale, puntuale e descrittivo e al tempo stesso ingaggiante. Per chi mastica di bias… un buon uso del principio di riprova sociale. A tutti piace sentirsi parte di un gruppo, essere accettati e condividere preoccupazioni e speranze.

Difficile non fare un paragone, con il nostro Presidente del Consiglio e non della Repubblica (come freudianamente si lasciò sfuggire nel discorso dell’8 settembre) Conte che, quando si tratta di fare annunci, sembra ignorare le normali regole non solo delle Neuroscienze, ma della comunicazione base.

Stile dittatoriale, in un Paese democratico… la contraddizione è già evidente  così… forse quel lapsus è molto più predittivo, di quanto vorremmo credere!

Entrando nel merito, difficile dimenticare le sue frasi cult:

  • non cadremo nel baratro”, quando voleva, in pieno lockdown, tranquillizzare gli italiani, fa già tristezza così senza dover aggiungere altro…
  • il governo non lavora con il favore delle tenebre”,
  • meno libertà per tutelare la salute

In realtà, nei momenti di incertezza (che non piacciono a nessuno) servono regole chiare, indicazioni precise, coerenza e autorevolezza. Mi sembra che questi ingredienti siano mancati tutti o quasi. Chi si farebbe operare da un chirurgo che in sala operatoria prima di mettere mano ai ferri ci dicesse

“speriamo di non sbagliare approccio chirurgico, mi auspico che i miei colleghi seguano le procedure”.

Chi decide e guida, deve esprimere autorevolezza e direzione, non ulteriore incertezza.. o paure e preoccupazioni… Sperare e auspicare sono verbi che non fanno troppo bene alla nostra amigdala.

Ancor più i continui e non programmati divieti che ci vengono offerti come si fa con le caramella ai bambini ad Halloween. Non sapendo che altro fare, vieto… Non funziona neanche questo approccio: quando ci viene proibito qualcosa, la più comune delle reazioni è la reattanza, un fenomeno che consiste nel rifiuto di accettare regole che limitano i comportamenti individuali.

Quando ci si sente eccessivamente costretti in una direzione che non si condivide, l’unico risultato che si ottiene è il comportamento opposto.

Caro Conte, la prossima volta che le verrà voglia di creare un’altra task force, non ignori (per usare il suo stile comunicativo) le Neuroscienze, so che possono sembrare noiose, ma il Nobel è ancora un sigillo di sapere e autorevolezza, che piaccia o meno. Io, persone come Thaler e Kahneman le starei a sentire. E poi non dica che non l’avevo avvisata!

NON tutto è SCIENTIFICO. ATTENTI a ciò che LEGGETE!

Ci sono riviste scientifiche che millantano standard accademici, ma che dietro compenso, pubblicano qualsiasi articolo. Dati alla mano sono 2,5, in Italia, i milioni di euro spesi per vedere pubblicate ricerche che probabilmente, se non si fosse messo mano al portafoglio, non sarebbero mai state nemmeno prese in considerazione.

Pubblicazioni farlocche comprate solo per far carriera o per vedere il proprio nome in bella mostra.

Questo tipo di riviste prende il nome di predatory journals, riviste predatorie ossia tutte quelle pubblicazioni che si presentano come scientifiche, ma dove in realtà i loro editori non fanno alcuna verifica dei contenuti. Per vedere un articolo pubblicato è sufficiente che l’autore paghi una quota.

A fare la scoperta, uno studio condotto da tre ricercatori (Mauro Sylos Labini, dipartimento di Scienze politiche Università di Pisa, Manuel Bagues Università di Warwick e Natalia Zinovyeva Università di Aalto), che hanno passato al setaccio i curriculum di 46mila tra ricercatori e professori che comparivano nelle candidature della I edizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale dell’anno 2012-13.

Per chi fosse interessato: http://www.lem.sssup.it/WPLem/2017-01.html

Cosa emerge dalla ricerca? Circa il 5% dei partecipanti all’abilitazione scientifica nazionale ha utilizzato le riviste predatorie almeno una volta. Vale a dire oltre 2000 ricercatori universitari.

Tra i 2mila docenti ci sono anche ricercatori che non sapevano di incappare in una scorciatoia poco professionale. I settori scientifici maggiormente interessati da questo escamotage sono Economia aziendale, Organizzazione e Finanza aziendale. Sono questi infatti i campi in cui sono state riscontrate maggiormente le pubblicazioni a pagamento.

Tenendo invece presente il tariffario delle riviste predatorie, lo spreco di risorse sembra essere maggiore per le pubblicazioni nel campo della Medicina dove una pubblicazione può arrivare a costare anche 2.500 dollari. Più pubblicazioni si hanno, maggiore è la possibilità di veder aumentare il proprio h–index, il punteggio con cui si giudica l’attività di un ricercatore.

Il fenomeno delle pubblicazioni a pagamento è ben noto all’estero tanto che esistono vere e proprie liste nere con i nomi delle riviste. Una delle più famose è quella messa a punto da un bibliotecario dell’Università del Colorado, Jeffrey Beall. Un esempio celebre è la pubblicazione della trama della puntata di Star Trek “Vojager”: un ricercatore dal nome fittizio Zimmerman, volendo svelare l’inganno, riuscì a farsi pubblicare la ricerca, passandola per buona, dall’American Research Journal of Biosciences che gli chiese 749 euro. Alla fine ne bastarono 50.

La facilità con cui è possibile realizzare studi fake è sorprendente. Nel 2005 alcuni studenti del Mit di Boston si sono divertiti a creare un generatore di articoli scientifici fake, fra cui la storia virale dei gattini in bottiglia, una delle bufale scientifiche più riuscite di sempre.

Le riviste predatorie possono fare danni non trascurabili, rafforzando tesi pseudoscientifiche per chi non è in grado di discriminare fra scienza e pseudoscienza. Come succede quando si parla di Novax, Terrapiattisti e tanto altro.

Come contrastare questo fenomeno e mettersi al riparo da notizie false? Leggere gli studi e accertarsi del metodo di ricerca utilizzato e su dove è stato pubblicato. Ci si può inoltre informare sugli autori della ricerca, sui loro possibili conflitti di interesse. Insomma, non basta sostenere che esiste uno studio, occorre anche vedere su cosa si basa e dove questo è stato pubblicato.

Le FATE NON esistono SE i BAMBINI NON battono le MANI

Era il 1999, avevo 18 anni, e quando mio nonno mi chiese quale regalo volessi per il compleanno risposi I versetti satanici di Salman Rushdie. Pur essendo un fervente e onnivoro lettore, mi guardò stranito. Per i miei “primi” 18 anni sicuramente si era aspettato qualcosa di più impegnativo, almeno economicamente.

E’ stata un’intervista di Antonio Monda su La Stampa allo scrittore indiano, a farmi tornare alla mente quell’episodio.

Irriverente, ma coraggioso, mi stimolava l’idea di leggere un libro censurato e di un autore che oltre alla condanna a morte decretata da Khomeyni, anche diversi traduttori avessero rischiato la vita (il traduttore italiano e quello svedese vennero feriti e il traduttore giapponese venne ucciso l’11 luglio 1991) per aver avuto a che fare con questa storia.

“Un uomo che decide di inventare se stesso, si assume il ruolo del Creatore, almeno secondo un certo modo di vedere le cose: è uno snaturato, un bestemmiatore, un abominio tra gli abomini. Da un altro punto di vista, potreste vedere pathos nella sua persona, eroismo nella sua lotta, nella sua disponibilità a rischiare: non tutti i mutanti sopravvivono. […] Un uomo che inventa se stesso ha bisogno di qualcuno che creda in lui, per dimostrare che ce l’ha fatta”.

Ricordo lo smarrimento dopo aver divorato le 500 pagine del libro e la magia sognante di una storia di cui non si capisce il senso fino a quando una voce non ti illumina all’improvviso dall’alto e ti dice: Per rinascere si deve prima morire.

Un uomo che inventa se stesso ha bisogno di qualcuno che creda in lui, per dimostrare che ce l’ha fatta. Di recitare ancora la parte di Dio, potreste dire. Ma potreste anche scendere qualche gradino e pensare a Tinker Bell: le fate non esistono se i bambini non battono le mani. O potreste semplicemente dire: significa proprio questo essere un uomo. Non è solo il bisogno di esser creduti, ma quello di credere in un altro.

Rushdie mi aveva conquistata. Una storia dove uomini comuni precipitano da 6000 metri senza conseguenza alcuna, dove uomini comuni acquistano come per magia un’aureola luminosa o due corna da capra, dove uomini comuni scelgono di vivere una vita lontano dalla loro patria e si fanno sedurre dalle luci dell’Occidente, dove uomini comuni cercano un’integrazione in una cultura diversa dalla loro. Quello che mi ha insegnato Rushdie, è che ogni persona può sbagliare e avere debolezze, che la lotta tra il Bene e il Male è e sarà sempre parte importante della nostra vita, che l’Amore (per se stessi, per gli altri), è l’unico segreto da conoscere.

Mentre scorro l’articolo, le parole di Rushie, continuano a farmi riflettere: “Cos’è la libertà di espressione? Senza la libertà di offendere cessa di esistere”.

RACCONTI STORIE o COSTRUISCI RACCONTI?

Tutti raccontiamo storie, attraverso i post, i video, le foto, i blog, i profili, le canzoni…

Raccontiamo storie, ma il raccontare storie non è fare storytelling.
Proprio così. Fare storytelling non vuol dire raccontare storie ma costruire racconti.

La storia è una cronologia, il racconto invece è una rappresentazione. Fare storytelling significa creare rappresentazioni testuali, visive, percettive, scegliendo gli strumenti giusti con cui porgere al pubblico giusto un racconto che a quel punto diventa la tua rappresentazione specifica”. A dirlo il più rilevante esperto di Corporate Storytelling in Italia, Andrea Fontana.

In altri termini… una cosa è raccontare la storia cronologica di Apple, un’altra è il racconto di Apple, che è fatto dal mito di Steve Jobs, dal comportamento dei suo manager, dalla estetica dei suoi store e dei suoi prodotti e le modalità di rappresentazione che come azienda decide di avere per raccontarsi.

Per diventare very Storyteller occorre essere strateghi del racconto. Non si racconta a caso, è tutto estremamente curato. Uno stratega cerca di capire chi è il suo lettore, che mercato frequenta, di cosa ha bisogno. Nel costruire un racconto c’è ispirazione e creatività, ma non senza tecnica e sistema.

Occorre possedere lo script-writing narrativo. Che non consiste nella semplice abilità a scrivere. Scrivere in modo narrativo è la capacità di creare mondi di senso e di destino. Occorrono competenze visive e di costruzione di immaginari visuali.

E per finire occorre il design di esperienze narrative. Quando ho costruito un racconto devo curarmi anche di come gli altri vivranno il racconto. Se non sai fare questo, non sai nemmeno costruire un libro, un video, una storia…. Non solo non sai come costruirla, ma neanche come gli utenti la vivranno. In altre parole: sei tu che prepari le “regole del gioco” del (tuo) racconto che l’altro dovrà poi vivere.

Ricapitolando ecco le 3 qualità di un bravo storyteller:

  1. Ordine strategico: bisogna scegliere bene a chi raccontare cosa. La selezione del proprio target è fondamentale per avere uno storytelling efficace. Andare a caso, lasciare spazio solo alle emozioni, non paga.
  2. Saper scrivere e sapere ciò di cui si scrive: saper scrivere narrativamente è più difficile di quello che sembra. Non si improvvisa e richiede anni di pratica e studio.
  3. Aver chiaro come il cliente vivrà il racconto: l’user experience è essenziale e un bravo storyteller si domanda come gli altri vivranno il suo racconto e ne tiene conto.

L’errore che un bravo storyteller sa assolutamente evitare? Raccontarsi in modo eccessivo. Può sembrare un paradosso, ma bisogna raccontare la storia degli altri, non la propria. Quella in cui vi riconoscono e si riconoscono.

COME ELABORARE STRATEGIE e SCELTE EFFICACI

Questa volta ho lasciato “carta e calamaio” ai colleghi giornalisti. Anche questo è divulgazione.

Buona lettura!

L’articolo completo è a pagina 62 e seguenti del settimanale IDEA

AVETE MAI LETTO NEMESI?

Avete mai letto Nemesi? Avete mai letto Philip Roth? Una storia, vera, da cui si può imparare molto, senza il rischio di dimenticare. L’epidemia di poliomielite in un tempo in cui il vaccino ancora non c’era.

Nel quartiere ebraico di Newark (New York) scoppia un’epidemia di polio che miete vittime e lascia terribili strascichi, soprattutto sui bambini… Una finestra temporale, quella di cui parla Roth, simile per tutti, inconfondibile e, fino a qualche mese fa, avrei anche detto irripetibile. Non è così.

E con la maestria crudele che tanto gli apparteneva, la capacità di raccontare il reale senza fronzoli, Roth sbatte in faccia tragedia e speranza, attesa e dolore. Orrore e mostruosità. Niente di meno di ciò che accade, in casi come questi, parole non edulcorate, non tramutate, non castigate per qualche pseudo sorta di moralismo o ignoranza.

Non sopra o sotto, ma dentro la storia è dove Roth, parola dopo parola, ci conduce. Un orizzonte ristretto e dove paura e dramma dei protagonisti si fa cronaca semplice e diretta.

IL RACCONTO

Nel quartiere ebraico di Newark, vive gente normale e modesta, ed è dove nel luglio 1944 scoppia un’epidemia di poliomielite. Nemesi è parola greca di significato piuttosto ampio: vendetta, giustizia divina, sdegno, ripugnanza, biasimo, collera…

Protagonista è un giovane ventitreenne, Eugene Cantor, detto Bucky, forte, responsabile, coraggioso, attaccato alla sua professione di istruttore atletico di giovani ebrei del suo quartiere. Non è andato soldato a combattere la guerra americana, perché soffre di un grave difetto alla vista. Ma si trova a combattere, inaspettatamente, una guerra nella guerra, l’epidemia di polio, che è doppiamente ingiusta e terribile, perché assale soprattutto gli innocenti, è imprevedibile e inafferrabile e lo spinge a un certo punto a dubitare di Dio.

Perché quelli non erano i numeri impersonali che si era abituati ad ascoltare alla radio o a leggere sul giornale, i numeri che servivano a localizzare una casa, registrare l’età di una persona o stabilire il prezzo di un paio di scarpe. Erano gli spaventosi numeri che certificavano l’avanzata di un’orribile malattia e che, nelle sedici circoscrizioni di Newark, equivalevano ai numeri dei morti, feriti e dispersi della vera guerra. Perché anche quella era una vera guerra, una guerra di annientamento, distruzione, massacro e dannazione, una guerra con tutti i mali della guerra: una guerra contro i bambini di Newark“.

Bucky scopre a un certo punto d’ essere l’inconsapevole tramite del contagio fra i suoi ragazzi, prima di esserne lui stesso vittima. E a questo punto, prova assoluta e disumana della sua serietà, decide di punirsi della colpa non commessa, rinunciando per il resto della sua vita a qualsiasi consolazione sentimentale o affettiva. Così “Nemesi” alla fine diventa per lui anche senso della colpa ed espiazione.

Singolare è il modo con cui Roth risolve anche questa volta il nodo della narrazione. Il “narratore” emerge lentissimamente dal tessuto del racconto. Prima c’ è un “noi”, che in quel momento s’ inserisce in maniera vistosamente ambigua e immotivata nel racconto. Poi, più avanti, compare un “io”, che prende anche un nome: quello di Arnie Mesnikoff, uno dei bambini del campo giochi di Newark, che hanno contratto la poliomielite. Infine, solo ventisette anni più tardi (1971), Arnie, adulto, segnato dalla poliomielite, ma non distrutto e annegato come lui dal morbo, viene finalmente in primo piano come testimone e narratore della vicenda di Bucky, il quale, reincontrato per caso, decide per la prima volta in vita sua di affidargliela per intero.

OVUNQUE E’ MORTE

La capacità di Roth di giocare sui diversi punti di vista, s’ impone ancora una volta con evidenza esemplare, struggente pietà e impietosa ferocia. In particolare la pretesa di documentare la storia moderna degli Stati Uniti è ormai solo un alibi: l’arruolamento forzato e la guerra in Corea che fanno da sfondo a Indignazione, il dopo 11 settembre in Il fantasma esce di scena, e l’epidemia di poliomelite del 1944 in Nemesi interessano Roth solo in quanto inducono un’atmosfera di paura collettiva.

La morte è dappertutto in questi romanzi. Parole quali “spavento” “terrorizzato”, “orrore” “pericolo” “vulnerabile” “panico” non si contano. Già nelle prime pagine di L’umiliazione, il celebre attore Simon Axler è «sommerso dal terrore e dalla paura». In ogni intreccio, un conoscente del protagonista muore inaspettatamente in un modo che nulla ha a che fare con gli eventi principali. Inutile chiedersi per chi suona la campana; la domanda posta da Roth è: come si fa a vivere pienamente in un mondo dove «l’errore più piccolo può avere conseguenze tragiche»?

E qui mi fermo, lasciando ognuno alla riflessione. Non è importante il risultato di tanto pensare, ma il modo in cui a questo ci si arriva. Buona nemesi, nel modo in cui ognuno la intenda.

PREFERIREI di NO! La MOTIVAZIONE si può RACCONTARE in tanti MODI…

Il momento è cupo, fra crisi economiche e un virus che sembra giocare a nascondino con le fragili umane paure. Ed è proprio di questo che voglio parlare, della umana irrazionalità e dello scarso potere che abbiamo sulla motivazione nostra e di chi lavora per noi e con noi.

Lavoriamo, tanto e qualche volta anche male, spesso senza scopo e solo per uno stipendio. Senza ricordarci che senza un purpose (un perché chiaro di ciò che facciano e del perché lo facciamo) di strada ne faremo ben poca. Non solo al lavoro…

Argomento già trito e ritrito, potrebbero ribadire in molti, eppure i dati continuano a mostrarci che se di parole se ne fanno tante, non altrettante sono le azioni che si mettono in atto per rimediare. E i dati dell’insoddisfazione lacerano una pelle, quella del mondo del lavoro, già ferita, martoriata e costellata di cicatrici.

I DATI DEL FENOMENO

Dall’indagine WorkForce in Europe 2018, condotta su 10mila lavoratori dipendenti europei, di cui 1.300 italiani, un terzo dei lavoratori in Italia (il 32%) fa regolarmente fatica ad essere produttivo nel proprio lavoro, il 10% è raramente (o mai) al massimo della propria efficienza e solo un quarto del totale (il 23%) dichiara invece di esserlo sempre.

Dati che di poco si discostano dalla media americana, dove i lavoratori entusiasti, hanno raggiunto per la prima volta negli ultimi 20 anni, il 35%. Trend in crescita ma che non fa di certo dormire sonni tranquilli. Secondo l’indagine Gallup, la percentuale di lavoratori insoddisfatti e che diffondono la loro infelicità ai colleghi è il 13%. I dati americani non sono mai stati così rosei e forse capire cosa ha contribuito a migliorare i trend vale la pena saperlo. Chissà che non si possa applicare anche nel bel Paese!

Le 3 cause principali, secondo Patrick Lencioni, di quello che lui chiama lavoro miserabile sono: 1) le persone percepiscono di essere dei perfetti sconosciuti per i loro stessi manager (“Come si chiama quello?”); 2) le persone non capiscono come il proprio lavoro contribuisce al raggiungimento della mission aziendale 3) le persone non riescono a capire come stanno performando, cioè non conoscono la misura del proprio contributo: un po’ come se giocassimo una partita a basket senza mai tenere il punteggio… dopo un po’ smetteremmo di divertirci.

I fattori motivanti sono legati alla percezione che hanno le persone di poter dare un proprio contributo, di incidere sui risultati avendone un riconoscimento e soprattutto di poter crescere nelle proprie competenze e quindi nelle posizioni di maggiore responsabilità. Per molte aziende, equivale ad un cambiamento radicale del paradigma dominante: vuol dire coinvolgere i collaboratori nella vision e nella strategia, definire nuove sfide e assegnare obiettivi chiari e raggiungibili, ascoltare di più e parlare di meno, fornire feedback puntuali, usare una delega attenta, condividere un programma di sviluppo delle competenze individuali e soprattutto permettere alle persone di lavorare dove si possano esprimere al meglio. Se un’azienda ha intrapreso questo approccio oltre alla motivazione dei collaboratori, farà aumentare anche il senso di fiducia nei confronti dell’azienda stessa. E’ stato calcolato che un 10% di aumento della fiducia equivale a un aumento salariale del 36%.

Il problema lo possiamo anche guardare dalla prospettiva opposta, ossia da quanto costa per l’azienda un collaboratore demotivato. Sono certa che questo farà correre, più agevolmente, ai riparti.

A questo punto, molti di voi si aspetteranno una soluzione facile… tipo tre regole per motivare anche i dipendenti più difficili. Mi spiace, non è così che funziona, non è cosi che va la vita. Le soluzioni non sono mai facili e difficilmente sono standardizzate. Almeno non è così che lavoro io. Ricorro però ad un aneddoto, una metafora, che se letta bene vi aiuterà più di qualche pillola placebo che tanto piace ma non cura!

LA LAMPADA DI ALADINO ESISTE SOLO NELLE FAVOLE

Immaginate di essere un avvocato di discreto successo con uno studio notarile a Wall Street. La vostra filosofia di vita si riassume in è bene ciò che è facile. Avete tre impiegati. Di ognuno conoscete pregi e difetti, e siete ragionevolmente in grado di predirne azioni e comportamenti. Con l’aumento del lavoro decidete di assumerne un quarto e al colloquio si presenta un uomo pallidamente lindo, penosamente decoroso, irrimediabilmente squallido!: è Bartelby. Decidete di assumerlo e non ve ne pentite. Bartelby lavora indefesso da mattina a sera, trascrivendo e copiando documenti, silenzioso e pallido nella scrivania che gli avete assegnato. A un tratto, però, accade l’impensabile.

A quell’uomo di cui vi fidate sempre di più, di cui apprezzate la serietà e la mitezza, chiedete di svolgere un compito differente da ciò che è abituato a fare. Gli chiedete di leggere insieme un documento da lui redatto. A sorprendervi è la risposta: preferirei di no. Nello sdegno dei vostri sottoposti, nella vostra incapacità di ricondurre a una qualsiasi ragione quel rifiuto, i preferirei di no aumentano al pari delle mansioni ‘ordinarie’ che domandate a Bartelby, mentre a non aumentare sono le risposte alle richieste di spiegazioni.

Lo scrivano continua a trascrivere e copiare, con il solito impegno ma anche con il solito sguardo perso nel vuoto. Non licenziate Bartelby perché non lo ritenete in cattiva fede. Nel frattempo, avete scoperto che vive nel vostro studio, mangia a malapena e non parla se non interrogato. Provate ad aiutarlo, fallite; allora provate pena, e per tutta risposta il preferirei di no si trasforma in un rifiuto totale del lavoro. Bartelby non lavora più.  Delle motivazioni neanche l’ombra: Non capisce da sé la ragione?, è l’unica risposta che ottenete. Dolorosamente decidete di licenziarlo ma lui, con la mitezza e indifferenza che lo contraddistinguono, decide di non lasciare lo studio. Cambiate studio, in fondo è la soluzione più facile. Bartelby non vi segue, e rimane nel condominio di Wall Street dove i nuovi proprietari minacciano di farlo rinchiudere. Contro il piano che vi aveva portato a trasferirvi chiedete a Bartelby di venire da voi in attesa di una soluzione, ma la riposta è sempre una preferenza negativa. Alla fine, Bartelby viene rinchiuso in un centro per vagabondi, dove morirà rifiutando i pasti da voi generosamente pagati tramite la corruzione di una guardia e di un cuoco.

La storia finisce con una notizia che voi stessi avete sentito su Bartebly. Pare che Bartelby, prima di venire nel vostro studio, fosse impiegato nell’ufficio delle lettere smarrite, cioè quelle lettere che non arrivano alla persona a cui erano destinate. “Quando penso a questa diceria, a fatica riesco a esprimere le emozioni che mi pervadono. Lettere smarrite, lettere morte! Non suona come uomini morti? (…) . Così si conclude la storia di Bartelby, la storia di Melville.

A questo punto è doverosa una domanda: che ruolo aveva il lavoro nella vita di Bartelby?

Chissà che nella risposta che vi darete, non troverete lo scopo di ciò che trasmettete a chi lavora per voi e con voi e molto anche di loro. E se proprio questo gioco non vi va, potete sempre rispondere … preferirei di no!