GATEKEEPING, sul LAVORO: è sempre una questione di POTERE (e paura di perderlo)

Non sei stato avvisato della riunione, perché non serviva…

Non puoi parlare di teorie economiche se non ha almeno un master conseguito a…

Scusa ma non puoi dare consigli, non hai figli…

Sono solo alcuni esempi di gatekeeping, l’arrogante modo in cui imponiamo i requisiti per far parte di un gruppo. Imponiamo… proprio così: poiché nel gatekeeping inciampiamo tutti, talvolta in qualità di carnefici, altre di vittima.

Sebbene il significato del termine sia cambiato nel tempo, deriva dall’unione di gate (cancello) e keeping (mantenere, proteggere). Chi fa gatekeeping, nel mondo della comunicazione, per esempio, decide chi può avere accesso a quali notizie, informazioni, fonti. Più in generale il concetto abbraccia tutte quelle situazioni in cui qualcuno decide chi sia dentro e chi fuori da un gruppo, una community, un’informazione, una risorsa, spesso assumendo il ruolo di guardiano.

In pratica, chi fa gatekeeping seleziona e filtra chi può entrare in un determinato ambiente o comunità, negando l’accesso a chi non rispetta i criteri stabiliti dal gatekeeper.

A coniare il termine è stato Kurt Lewin, psicologo tedesco e pioniere della psicologia sociale, allo scopo di comprendere il comportamento umano. Se inizialmente fu quasi esclusivamente utilizzato nel campo psicologico e in seguito della comunicazione, oggi serpeggia indiscusso anche in quello lavorativo dove è abilissimo a creare ambienti basati su controllo e sabotaggio passivo, tema su cui si concentra questo articolo.

IL GATEKEEPING nei CONTESTI di LAVORO

Chi mette in atto il gatekeeping sul lavoro, spesso lo fa sottotraccia, in modo impercettibile, un passo alla volta, giorno dopo giorno. Ad esempio:

  • non mettendoti in copia nelle e-mail importanti, pur essendo tu direttamente coinvolto nel progetto;
  • omettendoti aggiornamenti o informazioni, che se non se ne sei a conoscenza possono aumentare le probabilità che tu incorra in errori o scelte sbagliate;
  • escludendoti da conversazioni chiave;
  • non mettendoti al corrente di riunioni o avvisandoti solo all’ultimo momento;
  • non consentendoti l’accesso, a differenza di altri colleghi, a strumenti, documentazione o piattaforme;
  • rispondendo alle tue domande e solleciti in modo vago o evasivo, anche su aspetti importanti;
  • ignorando i tuoi suggerimenti (salvo poi appropriandosene al bisogno.

Questo obbliga il mal capitato di turno a rincorrere le informazioni, sembrando poco performante, se non addirittura in ritardo, affannato, quando in realtà gli è solo stato impedito di lavorare a pari condizioni delle altre persone coinvolte.

A volte è intenzionale, altre è semplicemente frutto di una cultura aziendale tossica che premia chi trattiene il sapere anziché condividerlo. In ogni caso, il danno non è trascurabile e si ripercuote sull’intera organizzazione.

CHI SONO i GATEKEEPER

Dietro il gatekeeping c’è molto spesso un forte bisogno di controllo e una grande paura di perdere potere.

Chi pratica il gatekeeping (spesso persone insospettabili, quali colleghi, manager esperti, leader), teme che, se tutti disponessero delle informazioni di cui lui è in possesso, il suo ruolo verrebbe sminuito e la sua posizione sarebbe a rischio. Così trattiene informazioni, non spiega decisioni o scelte, sabota ciò che potrebbe impoverire il suo status, guarda con sospetto ai nuovi arrivati, difende rigidamente la sua visione, alimenta il senso di appartenenza esclusivo nella necessità di sentirsi superiore.

IMPATTO sui TEAM

A un primo sguardo può sembrare una banale situazione di incomprensione fra colleghi, ma il gatekeeping ha un impatto non trascurabile. Quando qualcuno ostacola l’accesso alle informazioni o blocca le nuove idee, a rimetterci non è solo chi subisce, ma tutto il gruppo.

Il risultato è un ambiente dove si lavora contro. Tossico. Dove la paura di essere messi da parte, di perdere terreno, considerazione, prende il posto della collaborazione. E poco importa se questo modus operandi finirà per danneggiare anche il gatekeeper, colui cioè che attua il comportamento nocivo, poiché la necessità di salvaguardare sé stessi ha la meglio sul contesto.

STRATEGIE CONTENITIVE al GATEKEEPING

Fai domande. Chiedere con cortesia e fermezza chiarimenti “Posso sapere quando è stata presa questa decisione?”, “Perché non sono stata inserita nel gruppo?”; obbliga il gatekeeper a giustificare le scelte.

Documenta. Annota date, situazioni, e-mail mancate. Non per alimentare il conflitto, ma per avere elementi nel caso servisse affrontare la questione in modo ufficiale.

Crea alleanze sane. Coinvolgi chi è escluso come te. Le microcomunità positive indeboliscono i meccanismi di potere chiuso e limitano l’isolamento, inevitabile, a cui si va incontro.

Lavora in modo serio. Chi fa gatekeeping lo fa spesso per insicurezza. Continuare a lavorare in modo serio e propositivo, portare risultati, essere utile al gruppo è la migliore risposta.

Solleva il problema, quando è possibile. Poni la questione come una riflessione utile a migliorare l’organizzazione: “Mi chiedo se ci siano modi più collaborativi per condividere le informazioniper migliorare l’efficacia delle riunionisveltire il passaggio di consegne”.

Limitare l’influenza di un gatekeeper non è semplice, proprio per il ruolo che ricopre. Riconoscere però di avere un problema è già un buon inizio. Se ci pensi bene, un’organizzazione sana non ha bisogno di guardiani, ma di ascolto, condivisione, rispetto e fiducia.