IL VINILE SUONA ANCORA

Qualche giorno fa, inaspettata, è arrivata una lettera dal Regno Unito, con all’interno un vecchio disco di vinile.
Me la inviava un caro amico di famiglia.

Ho sempre amato le lettere scritte a mano.

Allo stesso modo dei libri o di quegli oggetti che nella loro storicità, sono stati capaci di fare la storia.
Come questo vinile “Tell Laura I love her”, che canta una storia d’amore sfortunata. O per meglio dire nemmeno mai iniziata.

MODERNARIATO DISCOGRAFICO

Era dagli anni ’90 che non ne vedevo più (a parte quelli che conservo, vecchi cimeli di famiglia), da quando il mondo dei vinili sembrò sgretolarsi e apparve vecchio. Poco meno di trent’anni fa, come in una partita a domino, le case discografiche di tutto il mondo decisero di non pubblicare più le novità in vinile e i negozianti svuotarono i loro magazzini. Il modernariato discografico muoveva i primi passi, il vinile non era ancora leggenda, piuttosto era il vecchio che ingombrava.

SEMBRAVA IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI

Sembrava.
Anche se le fabbriche di produzione cadevano come mosche, c’era ancora chi stampava dischi “alla vecchia maniera”, per citarne due Bob Dylan e Neil Young.
Poi, una decina d’anni fa ci fu una riscoperta e il vinile tornò a essere il vecchio e polveroso long playing ma come estrema forma di collezionismo speculativo, con prezzi iperbolici o semplicemente assurdi.
Eppure, con questo disco fra le mani, tornare ai bei tempi andati è questione di un attimo. Sono emozioni che solo i vecchi album sanno suscitare, forse per l’odore inebriante del vinile mescolato a carta, inchiostro, polvere, cellophane. Il fascino dei long playing sta anche in quello. Provate ad annusare un CD. Non vi verrà neanche uno starnuto.
John thanks a lot!
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