PREFERIREI di NO! La MOTIVAZIONE si può RACCONTARE in tanti MODI…

Il momento è cupo, fra crisi economiche e un virus che sembra giocare a nascondino con le fragili umane paure. Ed è proprio di questo che voglio parlare, della umana irrazionalità e dello scarso potere che abbiamo sulla motivazione nostra e di chi lavora per noi e con noi.

Lavoriamo, tanto e qualche volta anche male, spesso senza scopo e solo per uno stipendio. Senza ricordarci che senza un purpose (un perché chiaro di ciò che facciano e del perché lo facciamo) di strada ne faremo ben poca. Non solo al lavoro…

Argomento già trito e ritrito, potrebbero ribadire in molti, eppure i dati continuano a mostrarci che se di parole se ne fanno tante, non altrettante sono le azioni che si mettono in atto per rimediare. E i dati dell’insoddisfazione lacerano una pelle, quella del mondo del lavoro, già ferita, martoriata e costellata di cicatrici.

I DATI DEL FENOMENO

Dall’indagine WorkForce in Europe 2018, condotta su 10mila lavoratori dipendenti europei, di cui 1.300 italiani, un terzo dei lavoratori in Italia (il 32%) fa regolarmente fatica ad essere produttivo nel proprio lavoro, il 10% è raramente (o mai) al massimo della propria efficienza e solo un quarto del totale (il 23%) dichiara invece di esserlo sempre.

Dati che di poco si discostano dalla media americana, dove i lavoratori entusiasti, hanno raggiunto per la prima volta negli ultimi 20 anni, il 35%. Trend in crescita ma che non fa di certo dormire sonni tranquilli. Secondo l’indagine Gallup, la percentuale di lavoratori insoddisfatti e che diffondono la loro infelicità ai colleghi è il 13%. I dati americani non sono mai stati così rosei e forse capire cosa ha contribuito a migliorare i trend vale la pena saperlo. Chissà che non si possa applicare anche nel bel Paese!

Le 3 cause principali, secondo Patrick Lencioni, di quello che lui chiama lavoro miserabile sono: 1) le persone percepiscono di essere dei perfetti sconosciuti per i loro stessi manager (“Come si chiama quello?”); 2) le persone non capiscono come il proprio lavoro contribuisce al raggiungimento della mission aziendale 3) le persone non riescono a capire come stanno performando, cioè non conoscono la misura del proprio contributo: un po’ come se giocassimo una partita a basket senza mai tenere il punteggio… dopo un po’ smetteremmo di divertirci.

I fattori motivanti sono legati alla percezione che hanno le persone di poter dare un proprio contributo, di incidere sui risultati avendone un riconoscimento e soprattutto di poter crescere nelle proprie competenze e quindi nelle posizioni di maggiore responsabilità. Per molte aziende, equivale ad un cambiamento radicale del paradigma dominante: vuol dire coinvolgere i collaboratori nella vision e nella strategia, definire nuove sfide e assegnare obiettivi chiari e raggiungibili, ascoltare di più e parlare di meno, fornire feedback puntuali, usare una delega attenta, condividere un programma di sviluppo delle competenze individuali e soprattutto permettere alle persone di lavorare dove si possano esprimere al meglio. Se un’azienda ha intrapreso questo approccio oltre alla motivazione dei collaboratori, farà aumentare anche il senso di fiducia nei confronti dell’azienda stessa. E’ stato calcolato che un 10% di aumento della fiducia equivale a un aumento salariale del 36%.

Il problema lo possiamo anche guardare dalla prospettiva opposta, ossia da quanto costa per l’azienda un collaboratore demotivato. Sono certa che questo farà correre, più agevolmente, ai riparti.

A questo punto, molti di voi si aspetteranno una soluzione facile… tipo tre regole per motivare anche i dipendenti più difficili. Mi spiace, non è così che funziona, non è cosi che va la vita. Le soluzioni non sono mai facili e difficilmente sono standardizzate. Almeno non è così che lavoro io. Ricorro però ad un aneddoto, una metafora, che se letta bene vi aiuterà più di qualche pillola placebo che tanto piace ma non cura!

LA LAMPADA DI ALADINO ESISTE SOLO NELLE FAVOLE

Immaginate di essere un avvocato di discreto successo con uno studio notarile a Wall Street. La vostra filosofia di vita si riassume in è bene ciò che è facile. Avete tre impiegati. Di ognuno conoscete pregi e difetti, e siete ragionevolmente in grado di predirne azioni e comportamenti. Con l’aumento del lavoro decidete di assumerne un quarto e al colloquio si presenta un uomo pallidamente lindo, penosamente decoroso, irrimediabilmente squallido!: è Bartelby. Decidete di assumerlo e non ve ne pentite. Bartelby lavora indefesso da mattina a sera, trascrivendo e copiando documenti, silenzioso e pallido nella scrivania che gli avete assegnato. A un tratto, però, accade l’impensabile.

A quell’uomo di cui vi fidate sempre di più, di cui apprezzate la serietà e la mitezza, chiedete di svolgere un compito differente da ciò che è abituato a fare. Gli chiedete di leggere insieme un documento da lui redatto. A sorprendervi è la risposta: preferirei di no. Nello sdegno dei vostri sottoposti, nella vostra incapacità di ricondurre a una qualsiasi ragione quel rifiuto, i preferirei di no aumentano al pari delle mansioni ‘ordinarie’ che domandate a Bartelby, mentre a non aumentare sono le risposte alle richieste di spiegazioni.

Lo scrivano continua a trascrivere e copiare, con il solito impegno ma anche con il solito sguardo perso nel vuoto. Non licenziate Bartelby perché non lo ritenete in cattiva fede. Nel frattempo, avete scoperto che vive nel vostro studio, mangia a malapena e non parla se non interrogato. Provate ad aiutarlo, fallite; allora provate pena, e per tutta risposta il preferirei di no si trasforma in un rifiuto totale del lavoro. Bartelby non lavora più.  Delle motivazioni neanche l’ombra: Non capisce da sé la ragione?, è l’unica risposta che ottenete. Dolorosamente decidete di licenziarlo ma lui, con la mitezza e indifferenza che lo contraddistinguono, decide di non lasciare lo studio. Cambiate studio, in fondo è la soluzione più facile. Bartelby non vi segue, e rimane nel condominio di Wall Street dove i nuovi proprietari minacciano di farlo rinchiudere. Contro il piano che vi aveva portato a trasferirvi chiedete a Bartelby di venire da voi in attesa di una soluzione, ma la riposta è sempre una preferenza negativa. Alla fine, Bartelby viene rinchiuso in un centro per vagabondi, dove morirà rifiutando i pasti da voi generosamente pagati tramite la corruzione di una guardia e di un cuoco.

La storia finisce con una notizia che voi stessi avete sentito su Bartebly. Pare che Bartelby, prima di venire nel vostro studio, fosse impiegato nell’ufficio delle lettere smarrite, cioè quelle lettere che non arrivano alla persona a cui erano destinate. “Quando penso a questa diceria, a fatica riesco a esprimere le emozioni che mi pervadono. Lettere smarrite, lettere morte! Non suona come uomini morti? (…) . Così si conclude la storia di Bartelby, la storia di Melville.

A questo punto è doverosa una domanda: che ruolo aveva il lavoro nella vita di Bartelby?

Chissà che nella risposta che vi darete, non troverete lo scopo di ciò che trasmettete a chi lavora per voi e con voi e molto anche di loro. E se proprio questo gioco non vi va, potete sempre rispondere … preferirei di no!

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