Un VENERDI’ nero a PARIGI. L’ISLAM di Carrére e Houellebecq
Non avevo mai letto niente di Emmanuel Carrére, fino a V13 e non ho più smesso. Un po’ come è accaduto con Michel Houellebecq, di cui ho divorato Annientare in un giorno e mezzo. Simili e distanti, allo stesso tempo, mi hanno insegnato molto sull’essere umano. Anche cose che non avrei voluto approfondire.
V13 è un libro dalla tiepida connotazione geopolitica e, dove, in prima persona, Carrére, descrive le sue personalissime sensazioni del processo di cui ha seguito tutte le udienze per un anno, relativamente all’attentato del 13 novembre 2015 a Parigi. Attentato noto per essersi snodato lungo tre scenari, il più famoso per numero di vittime e modo in cui gli attentatori hanno portato a termine l’esecuzione di massa, il Bataclan.
La bravura di Carrère sta nel raccontare senza fronzoli la realtà. Dura e spietata, cruda e violenta lasciando al lettore trarre le conclusioni. E non solo in V13. Per questo, leggerlo, mi ha riportato a Houllebecq. Entrambi grandi scrittori dagli ego smisurati. Non nego di invidiarli entrambi.
Carriere è il bravo ragazzo, riflessivo, ponderato, empatico, indulgente. Houellebecq è provocatorio, irritante, sfidante, snervante, irriducibile, misogino.
Il pregio del primo, uno dei tanti, è il saper mettere da parte le sue più immediate reazioni pur di arrivare alla verità. I suoi romanzi richiedono un minuzioso lavoro di documentazione: sono ricchi di informazioni e ricostruzioni storiche elaborate. Leggendolo, impari, che tu lo voglia o meno.
Dentro Limonov, per esempio, c’è qualcosa che dà l’idea di uno che si sbottona la camicia, si toglie le scarpe e beve due bicchieri di whisky. Non era Jung, che diceva che il Super-io è solubile in alcool… Leggetevelo, se potete, non potrebbe essere più attuale.
Il secondo, è passione pura, capace di seguire la scia impetuosa dell’ispirazione. Possiede il modus operandi del Van Gogh annichilito dalla sua stessa visione, assoluta e disperata, e che si trancia via un orecchio per autolesionismo. Lo scrive egli stesso in La carta e il territorio: “se vuoi essere uno scrittore devi essere disposto a essere in totale balia dei messaggi che l’arte ti impone di comunicare“.
Forse, proprio perché così diversi, non smetto di pensare all’uno o all’altro quando li leggo.
Houellebecq rappresenta ciò che io non sarò mai: la libertà sfrontata che non teme di non piacere. E che dice cose in qualche modo nuove, diverse, anticipatorie dei tempi. Capace di offuscare Bret Easton Ellis, con Le particelle elementari e una vita sfasciata. Più perdente rispetto a Carrére che è l’uomo che tutti vorrebbero a cena. Con una capacità estrema e spesso imbarazzante di autorappresentarsi in una luce livida e desolante, fragile, vergognosamente nevrotica e l’eros che sa far trasudare dalle sue pagine, eros che unisce una dose di perversione e allegria a una rassicurante tendenza all’affettività e alla coppia.
Mentre divoravo V13 di Carrére, non riuscivo a fare a meno di pensare a Sottomissione del quasi coetaneo Houellebecq, romanzo che lo costringe a lasciare Parigi e a isolarsi in un posto segreto per sfuggire possibili vendette (nel giorno dell’uscita del libro, il 7 gennaio, c’è l’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo).
Cosa ha di particolare Sottomissione? E’ solo apparentemente un esempio di distopia, in cui si descrive l’affermazione del partito della Fratellanza Musulmana, capitanato da Mohammad Ben Abbas, brillante politico, uomo colto e raffinato, alle Presidenziali francesi del 2022. Questo è stato il “messaggio” passato dai Media, di tutto il Mondo, “Ben prima del romanzo, è arrivata la leggenda”: ha affermato Pierre Assouline su La République de livres.
Sottomissione è una “storia comune con grandi domande”, dove sullo sfondo si staglia la situazione politica francese che vede protagonisti della sfida per l’Eliseo Marine Le Pen, leader del Front National contro Ben Abbas, capogruppo del partito islamico moderato di Francia. Nel momento in cui la Fratellanza Musulmana vince, con un’inedita alleanza con l’UMP e il Partito Socialista Francese si scopre la grande illusione: la società occidentale-europea è già morta da tempo, lo aveva intuito Huysmans in un momento nel quale gli eserciti delle potenze europeo dominava il mondo e lo scopre piano piano, con i propri occhi, anche François, il protagonista del romanzo.
Senza raccontare altro del libro, il nucleo del romanzo è racchiuso, nel ragionamento che Radiger, brillante professore francese in procinto di divenire il nuovo Rettore della Sorbona, fa a François: È la sottomissione, l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta. (…) Per me c’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive Histoire d’O e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’Islam.
Poche righe in grado di destabilizzare, o almeno non di non lasciare indifferenti.
Houellebecq riesce a mettere il lettore davanti enormi concetti: il vero scontro di civiltà, se vi dovrà essere, non è tanto tra Cristianesimo e Islam, ma tra vita laica nel solco dell’Illuminismo e vita piena di fede e ricca di valori tradizionali.
Sottomissione è perciò un romanzo agile ma di pesanti significati e domande. Lascia una sensazione strana dopo che lo si è letto, non dissimile da V13 che tratta temi simili, ma reali. E ho avuto paura. Molta più di quella che avrei mai creduto.

