Tag Archivio per: #burnout

Le DOMANDE scomode dei LEADER CAPACI

 

Un buon leader non è colui che ha tutte le risposte. Anche se in molte realtà è quello che si preferisce credere e che non viene permesso mettere in discussione.

Un leader capace è colui che sa fare le domande giuste. Non semplici, non scontate. Piuttosto quelle che, quando vengono poste, costringono a fermarsi e riflettere. Quelle che ti seguono in ufficio e poi a casa e non si quietano a fine giornata.

Le domande di cui sto parlando, sono quelle che non si limitano a portare l’attenzione sulle strategie ma spingono a guardare oltre l’immediato e il certo.

Qual è il costo reale del potenziale umano non utilizzato al suo meglio?

Abbiamo tutti persone di talento nei nostri team e nelle nostre organizzazioni. Ma stiamo davvero utilizzando al meglio il loro potenziale? Questa domanda costringe a guardare oltre le mansioni per vedere l’energia latente all’interno della organizzazione. Il potenziale non sfruttato non è solo una voce di bilancio: i suoi costi sono reali.

Quando i membri del team fanno solo quanto basta per portare a termine il lavoro e non condividono le loro idee migliori, far finta di niente non è una strategia ottimale nel medio e lungo periodo. Le persone di talento non lavorano (solo) per uno stipendio più alto, ma per sentirsi apprezzate e sfidate. Se questa opportunità viene meno, avranno sempre più paura di fallire o non si sentiranno sufficientemente sicure psicologicamente per parlare apertamente.

Pensa al tuo ultimo incontro. Hai coinvolto sempre e solo le stesse persone, o hai creato spazio per sentire ogni voce? Quando è stata l’ultima volta che un membro del team ti ha sorpreso con una nuova abilità o una passione che non sapevi avesse?

Il costo del potenziale non sfruttato è il futuro che la tua organizzazione avrebbe potuto avere. Cosa sei disposto a fare per rivendicarlo?

Stai guidando o semplicemente gestendo il caos?

Molti leader trascorrono le giornate in un vortice. Sono maestri nella gestione delle crisi, si destreggiano tra priorità concorrenti e spengono un fuoco dopo l’altro. Sono occupati, efficaci e spesso esausti. Ma quella è leadership? O è solo gestione del caos?

Si tratta di fare un passo indietro dal caos quotidiano per impostare una direzione chiara e sfidante. Si tratta di comunicare quella visione in modo così efficace che il team possa prendere decisioni (anche) in assenza del proprio leader. Si tratta di costruire sistemi e strutture che riducano il caos, piuttosto che rendere solo più routinario il lavoro.

Un buon leader sa trasmettere un senso di scopo e stabilità, anche quando il mercato è turbolento. Sa far comprendere il “perché“, non solo il “cosa“.

Questa domanda ti chiede di valutare in modo trasparente come trascorri il tuo tempo. Sei un indispensabile risolutore di problemi o stai costruendo un’organizzazione in grado di prosperare senza il tuo costante intervento? Uno crea dipendenza; l’altro crea empowerment.

Qual è il ROI della fiducia nella tua organizzazione?

Spesso consideriamo la fiducia un tratto culturale desiderabile. Quando la fiducia è forte, la velocità di esecuzione aumenta notevolmente. I team lavorano in modo più aperto, innovano con maggiore sicurezza e risolvono i problemi in modo più efficace. La necessità di una supervisione burocratica e di check-in costanti diminuisce, consentendo alle persone di concentrarsi meglio sul proprio lavoro.

Al contrario, un ambiente a bassa fiducia è incredibilmente costoso. Crea una “tassa fiduciaria” su ogni singola interazione. I progetti si muovono più lentamente perché ogni decisione richiede più livelli di approvazione. Politica e autoconservazione sostituiscono il dialogo aperto. Le persone trattengono le informazioni, nascondono gli errori e spendono più energia per gestire le percezioni che per guidare i risultati.

Qual è il ROI della fiducia nella tua organizzazione? Guarda i tassi di turnover dei dipendenti e le percentuali di coinvolgimento. Nota quanto facilmente le persone condividono notizie difficili o ammettono errori. La fiducia non è solo un sentimento; è un moltiplicatore di prestazioni. Investirci è una delle decisioni più strategiche che un leader possa prendere.

Qual è l’unica cosa che stai evitando che ti trattiene?

Ogni organizzazione ha un elefante nella stanza. È quella conversazione difficile che hai rimandato, un collaboratore poco performante che non hai affrontato o il problema strutturale di cui tutti si lamentano ma che nessuno vuole affrontare. Evitiamo queste cose perché sono complesse, disordinate ed emotivamente impattanti.

Ma l’evitamento ha un effetto corrosivo. La questione che si sta cercando di ignorare non scompare; si inasprisce. Drena energia ed erode credibilità. Le persone se ne accorgono, così come vedono gli sforzi che un leader fa per evitare di affrontare la questione, il che segnala che problemi specifici non sono discutibili. Questo silenzio può essere più dannoso del problema stesso.

Affrontare problemi richiede coraggio. Richiede la volontà di essere scomodi e vulnerabili. Ma affrontare la cosa che si sta evitando è spesso la chiave che sblocca il prossimo livello di crescita per l’organizzazione. Quali conversazioni non hai affrontato?

Stai costruendo una cultura di resilienza o una cultura di burnout?

È facile confondere l’attività costante con il progresso. Spingiamo i team a fare di più con meno, ad essere sempre attivi e a raggiungere obiettivi ambiziosi. Ma esiste una linea sottile tra una cultura ad alte prestazioni e una cultura del burnout.

Una cultura resiliente non è quella in cui le persone non provano stress. È quello in cui hanno le risorse, il supporto e l’autonomia per affrontare lo stress in modo efficace. È una cultura che dà priorità al benessere, incoraggia le persone a disconnettersi e modella abitudini di lavoro sostenibili. È una cultura in cui le persone si sentono abbastanza sicure da dire: “Ho bisogno di aiuto.”

Il burnout è la lenta erosione della passione, dell’energia e dell’efficacia. Porta al cinismo, a tassi più elevati di malattie e a un aumento del turnover. Le organizzazioni resilienti possono resistere a qualsiasi tempesta. Le altre si sgretolano al primo segno di pressione. Quale stai costruendo?

Quale eredità stai creando come leader?

Quando il tuo tempo in questo ruolo sarà finito, cosa ti lascerai alle spalle?

La tua eredità non è qualcosa che viene deciso alla fine della tua carriera. Viene costruito ogni giorno, in ogni decisione che prendi, in ogni persona a cui fai da mentore e in ogni interazione che hai. È la somma totale del tuo impatto sulle persone e sull’organizzazione che guidi. È un riassunto giusto e accurato.

Pensare alla tua eredità, ti costringe a guidare con uno scopo che va oltre le vittorie a breve termine. Ti motiva a investire nelle persone, agire con integrità e crea qualcosa che durerà molto tempo dopo che te ne sarai andato. I grandi leader non si limitano a costruire aziende di successo; sviluppano leader migliori. Lasciano dietro di sé un’organizzazione più forte, più capace e più umana di quella che hanno ereditato.

E tu, quali di queste domande ti poni per essere un leader migliore?

 

BOREOUT: la SINDROME della NOIA sul LAVORO

C’è un fenomeno, noto come sindrome della noia (#boreout), che si sta facendo strada nei contesti lavorativi. Condizione dove l’assenza di attività, di compiti sfidanti, obiettivi non stimolanti, mancato coinvolgimento e attività meccaniche e ripetitive diventano la norma, portando a disimpegno, scarso entusiasmo e motivazione. Con tutte le ricadute che si possono facilmente immaginare sulla salute del singolo, il morale del team, il coinvolgimento e i profitti per l’azienda.

Il boreout è tanto insidioso quanto il suo opposto #burnout, e i cui sintomi ricordano quelli indicati dall’OMS:

esaurimento energetico, stanchezza, maggiore distanza mentale dal lavoro, pensieri negativi, cinismo, dell’efficacia professionale.

Sebbene sentirsi annoiati al lavoro, di tanto in tanto, può essere normale, se protratta nel tempo, la noia, può portare a sviluppare un profondo stato di demotivazione e insoddisfazione fino alla depressione.

ORIGINE del FENOMENO e RICADUTE

Il termine è stato coniato nel 2007 da due consulenti aziendali svizzeri Peter Werder e Philippe Rothlin, quando hanno pubblicato il volume “Diagnose Boreout”.

Il fenomeno non è da sottovalutare. Uno studio londinese pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, condotto su 7mila dipendenti pubblici monitorati per 25 anni, ha mostrato che i lavoratori che lamentano alti livelli di noia hanno un rischio doppio di decessi per malattie cardiache o ictus rispetto a coloro che trovano divertente la vita. Il detto «annoiarsi a morte» sembra quindi avere un riscontro scientifico, ipotizzano i ricercatori britannici, perché le persone annoiate hanno maggiori probabilità di ricorrere ad abitudini malsane come bere e fumare, il che può ridurre la loro aspettativa di vita.

Negli Stati Uniti, uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine ha stimato che il boreout e il burnout costano ai datori di lavoro in media 3.999 dollari per lavoratore ogni anno.

Joe Galvin, direttore della ricerca di Vistage, considera la il boreout come il precursore del “quite quitting“, in cui i lavoratori si arrendono, si disperdono mentalmente ed emotivamente, gestendo solo il necessario delle attività lavorative.

LE CAUSE

La noia può essere generata da diversi fattori. Un impiego di basso profilo, inferiore alle proprie qualifiche e competenze, di scarso interesse, ripetitivo; per carenza motivazionale, convinzione di mancate opportunità di carriera; forte gap tra le mansioni svolte e quelle desiderate, mancato riconoscimento delle proprie abilità, assenza di gratificazioni economiche, insoddisfazione, demotivazione, senso di frustrazione…

Queste sono tutte cause che possono generare un allontanamento progressivo rispetto allo svolgimento della propria attività. Distacco che va ad alimentare un circolo vizioso che genera una crescita del malessere che altera lo stato emotivo in modo più profondo e diffuso. Così la noia diventa tristezza che può arrivare a occupare aree estese della vita, anche personale, sociale, familiare, di coppia e sessuale».

UN PROBLEMA SOMMERSO

Le persone schiacciate dalla noia sono molto più di quelle che possiamo pensare, anche se spesso il disturbo fatica a venire alla luce. Se essere stressati per eccesso di lavoro è socialmente accettabile e persino visto come un segno di efficienza e produttività, riconoscere di essere sottoutilizzati è motivo di vergogna per la paura di essere additati come pigri, svogliati o inetti.

Si comincia a vergognarsi di essere pagati per non fare niente e ciò suscita ancora più ansia. Spesso sono i lavoratori stessi i primi a non riconoscere il problema. Non capiscono perché sono così stanchi una volta tornati e a casa e attribuiscono la propria insoddisfazione a conflitti di coppia o a problemi che non hanno niente a che vedere con il lavoro. È difficile capire che il prolungato stand by può invece essere responsabile di un vero malessere.

Le cause giudiziarie sono, non a caso, rare da fare notizia. Nel 2018 un tribunale francese ha condannato un’azienda di profumi a risarcire un ex dipendente, Frédéric Desnard, che aveva accusato il datore di lavoro di averlo trasformato in uno «zombie professionista».

L’ANTIDOTO alla NOIA

I rischi legati alla noia non riguardano solo la produttività o la creatività dei dipendenti. Occorre una cultura aziendale basata sulla collaborazione e sulla connessione, sulla crescita professionale e personale delle persone e dipendenti che sfruttino al massimo il loro ambiente di lavoro per trovare il loro personale scopo nel ruolo che ricoprono.

Sebbene sia responsabilità del leader/manager creare un ambiente di lavoro accogliente e ricco di significato, apprezzamento e possibilità di avanzamento, è anche responsabilità del lavoratore trovare motivazione, ispirazione e opportunità affrontando sfide e disaccordi, abbracciando le differenze e godendo della produttività che deriva da un team che lavora insieme. Non sottraendosi ai momenti di noia e difficoltà così da essere motivato a esplorare nuove opportunità se non è possibile crearle nel contesto in cui si trova. In questo modo sarà in grado di essere proattivo e non lasciarsi sopraffare dal boreout senza averne avuto consapevolezza.