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TECNICHE di LAVAGGIO del CERVELLO: SICURO di NON esserne mai stato VITTIMA?

È un tema interessante quello della manipolazione psicologica o “lavaggio del cervello”; non a caso è l’argomento su cui si costruiscono molti libri, film e serie tv di successo. Usato in tempo di guerra, rimane ancora oggi un fenomeno presente nelle sette e nelle organizzazioni terroristiche, ma anche nei raggiri emotivi on line e sui social.

Nonostante il clamore, però, modificare convinzioni, pensieri e comportamenti di una persona non è così semplice: richiede l’uso di tecniche in tempi e modi diversi.

LAVAGGIO DEL CERVELLO: di cosa si tratta?

Il termine diventa noto durante la guerra di Corea negli anni ’50, quando i soldati americani, catturati dalle forze cinesi, furono sottoposti a rieducazione ideologica. Al loro ritorno negli Stati Uniti, alcuni continuarono a sostenere il Partito Comunista Cinese. Il giornalista americano Edward Hunter coniò il termine lavaggio del cervello proprio per descrivere questo fenomeno.

Fenomeno che in genere implica rieducazione, manipolazione psicologica, persuasione coercitiva e indottrinamento, nonché riforma del pensiero. Consiste cioè nell’impiantare sistematicamente le convinzioni desiderate negli individui, allineando i loro pensieri e le loro azioni agli obiettivi del manipolatore.

TECNICHE DI LAVAGGIO DEL CERVELLO

Ce ne sono di diversi tipi, fra queste:

Socio-ambientali. Sono utilizzate per manipolare o controllare l’ambiente di cui una persona fa parte, allo scopo di indebolirne la resistenza e riuscire a persuaderla più facilmente. Rientrano fra le tecniche socio-ambientali:

  • Isolamento: la persona viene completamente isolata mentalmente, socialmente e fisicamente.
  • Controllo delle informazioni: meno informazioni daranno alla vittima minori opzioni tra cui scegliere. In questo modo anche il suo pensiero critico e la sua percezione della realtà risulteranno limitati.
  • Creazione di uno stato di dipendenza esistenziale: consiste nel far credere alla persona che la sua esistenza dipende da qualcun altro, solitamente un leader. Questo effetto è possibile facendo in modo che il persecutore soddisfi tutte le esigenze della vittima, specie quelle primarie come il cibo, sino a creare una relazione di dipendenza totale.
  • Debilitazione psicofisica: esercitata, ad esempio, attraverso la deprivazione del sonno, del cibo, degli affetti, comporta inevitabilmente una debilitazione psicologica. Questa condizione indebolisce la capacità di resistere alle tecniche di persuasione.

Controllo del pensiero (effetto Lucifero). Attraverso slogan ripetitivi, un linguaggio specialistico e l’indottrinamento di valori, la persona viene convinta ad adottare la ideologia del persecutore di turno, setta o individuo che sia. Tanto che la vittima può arrivare a credere di possedere una conoscenza superiore o un’identità unica rispetto a chi non fa parte di quel contesto.

Il famoso esperimento carcerario di Stanford evidenzia questo effetto. Nell’esperimento, agli studenti universitari furono assegnati i ruoli di “guardie” o “prigionieri“. Col tempo, le “guardie” manifestarono comportamenti abusivi, mentre i “prigionieri” mostrarono obbedienza e sottomissione. Questo fenomeno, in cui gli individui si conformano ai ruoli assegnati, è noto come effetto Lucifero.

Controllo emotivo. Questo tipo di tecniche hanno la capacità di instaurare un senso di appartenenza tra i membri del gruppo/setta/contesto, promuovendone l’unità e rifiutando l’individualità. Le critiche o gli interventi esterni vengono liquidati come incomprensioni o persecuzioni. Il controllo emotivo può anche includere minacce, come sanzioni finanziarie per chi abbandona il gruppo o avvertimenti di possibili danni a sé stessi o alla famiglia.

Controllo delle informazioni e manipolazione psicologica. Il termine “gaslighting” deriva dal film americano del 1944 Gaslight. Nel film, il protagonista maschile manipola la protagonista femminile creando circostanze inquietanti, come abbassare le luci a gas o produrre suoni sinistri in soffitta, per farle dubitare della propria sanità mentale. Quando lei lo affronta, lui insiste sul fatto che le sue percezioni siano errate, portandola a mettere in discussione il proprio stato mentale e a diventare sempre più dipendente da lui.

LE QUATTRO FASI DEL LAVAGGIO DEL CERVELLO

1.    Tecnica del “piede nella porta

L’Università di Stanford ha condotto uno studio per dimostrare come piccole richieste possano portare all’adesione a richieste più grandi. I ricercatori, fingendosi volontari, hanno visitato i residenti e li hanno informati dei frequenti incidenti stradali nella zona. Hanno chiesto loro se fossero disposti a posizionare un grande cartello con la scritta “Guida con prudenza” nei loro giardini. Poiché il cartello era grande e vistoso, pochissime persone hanno acconsentito.

Nella fase successiva dello studio, i ricercatori si sono rivolti a un gruppo diverso di residenti con una richiesta molto più semplice: posizionare un piccolo cartello di 6 cm per lato con la scritta “Guida con prudenza” nei loro giardini. Questa richiesta più piccola è stata accettata quasi universalmente.

Due settimane dopo, i ricercatori sono tornati dal secondo gruppo e hanno chiesto loro se fossero disposti a sostituire il piccolo cartello con quello originale, più grande e meno gradevole alla vista. Il 75% di questi residenti ha accettato lo scambio. Questo dimostra la tecnica del “piede nella porta“: iniziare con una piccola richiesta per ottenere l’adesione, per poi aumentare gradualmente le richieste.

A impiegare questa strategia sono spesso le sette. Inizialmente la Jesus Morning Star (JMS), la Chiesa sudcoreana Providence, chiedeva ai propri membri di vestirsi in modo attraente per “piacere a Dio“, un atto apparentemente innocuo. Col tempo, queste richieste si sono intensificate fino a richiedere ai membri di avere rapporti sessuali con il leader, con il pretesto di “offrire devozione a Dio“, con la minaccia della dannazione eterna in caso di rifiuto.

Un altro esempio tristemente noto è la tragedia di Jonestown. Inizialmente, ai membri del Tempio del Popolo veniva chiesto di fare piccole donazioni alla chiesa. Col tempo, queste richieste sono aumentate fino a quando i membri non hanno ceduto tutti i loro risparmi e beni. Alla fine, 918 seguaci sono stati costretti a bere bevande avvelenate con cianuro in un suicidio di massa. Questo rimane il secondo caso di morte per cause non naturali più grave nella storia degli Stati Uniti, superato solo dagli attentati dell’11 settembre.

2.    Conformismo

Negli anni ’50, lo psicologo americano Solomon Asch condusse un famoso esperimento per esplorare la psicologia del conformismo. Asch invitò i partecipanti in un laboratorio, dove fece in modo che sei di loro si fingessero volontari, collaborando con gli sperimentatori. Al gruppo fu chiesto di partecipare a un test della vista. Per i primi tre round, il test era semplice e tutti, a turno, davano la risposta corretta. Tuttavia, a partire dal quarto round, i primi cinque partecipanti “falsi” diedero deliberatamente risposte errate. I risultati rivelarono che oltre un terzo dei veri partecipanti si era conformato e aveva dato la stessa risposta errata degli altri.

Esperimenti simili sul conformismo sono stati condotti in reality show televisivi. In un esperimento, a diverse persone in un ascensore fu chiesto di voltarsi verso il muro come se fosse normale. I nuovi passeggeri che entravano nell’ascensore, vedendo tutti gli altri rivolti verso il muro, si sentivano in dovere di fare lo stesso.

Nelle sette, per quanto assurde siano le azioni – come i suicidi collettivi con l’ingestione di bevande avvelenate – questi comportamenti si verificano perché gli individui si sentono costretti a conformarsi alle azioni e alle credenze del gruppo.

3.    Dimostrazioni di miracoli

Le sette spesso si affidano alla capacità dei loro leader di compiere “miracoli” per attrarre e manipolare i seguaci. Ad esempio, Jim Jones, il leader del Tempio del Popolo, invitava le persone malate ad avvicinarsi all’altare durante le funzioni. In una sorta di rappresentazione teatrale, infilava la mano nella loro bocca ed estraeva quello che sembrava essere “tessuto canceroso“, affermando di averle guarite. Questi atti erano accuratamente orchestrati per ingannare i seguaci.

Allo stesso modo, il leader della JMS, Jung Myung-seok, affermò di aver letto la Bibbia 2.000 volte e si autoproclamò “Messia”. Si presentò ripetutamente come divino e usò questa presunta autorità per manipolare i suoi seguaci. Con il pretesto di “controlli corporei” o “concessioni di benedizioni”, abusò sessualmente di devote.

4.    Rituali di umiliazione e autogiustificazione

Molti gruppi richiedono ai potenziali membri di sopportare esperienze dolorose o umilianti come parte del loro rito di iniziazione. Ad esempio, le confraternite universitarie americane spesso costringono le nuove reclute a partecipare ad attività degradanti, come mangiare sostanze sgradevoli o spogliarsi completamente. Questi rituali svolgono un ruolo psicologico: sopportare difficoltà o umiliazioni aumenta il coinvolgimento emotivo nel gruppo. Una volta che gli individui hanno sofferto per il gruppo, è più probabile che vedano l’organizzazione in modo positivo e rimangano fedeli. In alcuni casi, arrivano persino a infliggere sofferenze simili alle nuove reclute, perpetuando il ciclo.

COME EVITARE IL LAVAGGIO DEL CERVELLO

Per proteggersi, è fondamentale:

  • sviluppare capacità di pensiero critico: mettere sempre in discussione le narrazioni e verificare i fatti
  • rimanere indipendenti: mantenere una solida rete di relazioni al di fuori dei gruppi di controllo
  • riconoscere i segnali d’allarme: essere consapevoli del linguaggio e delle tattiche manipolative.
  • fidarsi del proprio istinto: se qualcosa non va, indagare.
  • cercare molteplici prospettive: esporsi a diverse fonti di informazione
  • mantenere la consapevolezza emotiva: essere consapevoli del senso di colpa, della paura o dell’ansia usati contro di voi.
  • stabilire dei limiti: rifiutare di essere pressati per una lealtà o un’obbedienza estreme.

Inoltre, è utile prestare attenzione ai seguenti segnali di allarme:

Insegnamenti dogmatici. Il gruppo promuove le proprie credenze come unica verità, il che spesso porta a comportamenti dannosi o estremi.

Struttura gerarchica. Nel caso delle sette, queste sono tipicamente controllate da un leader o una figura centrale che esige segretezza e obbedienza. Raramente un manipolatore agisce da solo, senza il rinforzo di un gruppo a lui devoto.

Tattiche di reclutamento. Il reclutamento avviene spesso tramite social network, scuole o luoghi di lavoro, con presentazioni facilitate da amici o conoscenti.

Comportamento dei membri. I membri possono mostrare un’eccessiva riverenza per il gruppo e ostilità nei confronti delle critiche esterne.

MADMAN THEORY, la STRATEGIA del PAZZO in POLITICA e in AZIENDA

C’è chi evita con tutte le proprie forze l’imprevedibilità e chi invece la usa consapevolmente per influenzare e manipolare la politica interna ed esterna di un Paese. O di un’organizzazione.

Si tratta di strategia. Tutt’altro che nuova. Dove minacce estreme, cambi di rotta (politici) improvvisi e una comunicazione confusa, vengono usati per confondere gli avversari (collaboratori, stakeholders e shareholders) e aumentare l’influenza di chi la attua.

Ecco a voi la Madman Theory o Teoria del pazzo.

Strategia che torna ciclicamente a far parlare di sé, non solo nelle analisi di politologi e analisti politici ma attraverso comportamenti irrazionali, rotture di schemi, minacce estemporanee seguite da fatti che le smentiscono, mascheramento delle reali intenzioni dietro azioni non convenzionali, dichiarazioni assurde e provocazioni incendiarie di personaggi di spicco, quali Vladimir Putin, Kim Jong-Un, Nikita Chruscev, Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Donald Trump.Solo per citarne alcuni.

O come sottolineano gli strateghi della Guerra Fredda Daniel Ellsberg e Thomas Schelling – “far intendere la possibilità a intraprendere azioni estreme può aiutare a influenzare le decisioni degli avversari, aumentando i timori di un’escalation”.

MADMAN THEORY: ORIGINI

La Madman theory ha radici storiche che risalgono a Machiavelli, ma è strettamente associata a Richard Nixon che, in qualità di presidente entrante, la applicò per spiegare il suo approccio nel tentativo di forzare la resa del Vietnam.

Frustrato dall’incapacità di ottenere risultati rapidi e certo che i suoi diretti avversari, Vietnam e Unione Sovietica, fossero sicuri della prevedibilità americana, decise di cambiare le regole del gioco. L’obiettivo era far credere ai leader nemici di essere disposto a tutto, persino a osare l’impensabile, utilizzare il nucleare, per ottenere ciò che voleva. Inseguendo la logica secondo cui un nemico che percepisce un leader instabile e irascibile, è più incline a cedere alle sue richieste piuttosto che rischiare un’escalation catastrofica.

GIOCO DEL POLLO E DILEMMA DEL PRIGIONIERO

La Madman Theory è strettamente legata al Chicken Game (Gioco del pollo), una variante del dilemma del prigioniero nella teoria dei giochi. Questo gioco prevede due giocatori che si sfidano in una situazione di confronto diretto, come guidando a tutta velocità l’uno verso l’altro su una strada. Ogni giocatore ha due scelte: sterzare (rinunciare) o mantenere la direzione (sfidare).

  • Se entrambi sterzano, nessuno perde molto, ma la loro reputazione ne risente.
  • Se uno sterza mentre l’altro continua, chi mantiene la rotta vince, mentre chi sterza subisce una sconfitta.
  • Se nessuno sterza, entrambi si schiantano, subendo le conseguenze più gravi.

La Madman Theory si colloca in questo contesto: simulando irrazionalità, un giocatore può convincere l’altro che non sterzerà mai, forzandolo a cedere. Questo rende la minaccia più credibile e può portare a un vantaggio strategico. Tuttavia, il rischio è altissimo: se l’avversario non crede alla simulazione o decide comunque di sfidare, le conseguenze possono essere catastrofiche.

Il senso è semplice:

la credibilità di una minaccia è determinante per influenzare le decisioni dell’avversario. Se un leader appare disposto a rischiare tutto, pur di perseguire il suo scopo, le sue minacce diventano più convincenti.

PRO E CONTRO DELLA MADMAN THEORY

IMPREVEDIBILITA’. Il leader che appare irrazionale o disposto a tutto, costringe gli avversari a ripensare le proprie mosse: se non si può prevedere la reazione di una potenza militare, il rischio di una provocazione o di un’escalation diventa troppo alto. Questo influisce nelle risposte del nemico, portato a moderare le proprie azioni o ad accettare negoziati più vantaggiosi per la controparte, anche a fronte di compromessi per lui negativi.

Simulare imprevedibilità può ampliare lo spazio negoziale solo se gli avversari credono che certi limiti non esistano. Nixon, sperava che facendo credere di poter realmente ricorrere alle atomiche, il Vietnam si sarebbe affrettato a negoziare la pace alle condizioni favorevoli per gli Stati Uniti.

L’imprevedibilità funziona solo se è strategica, non progettata al momento.

EFFETTO SORPRESA E TIMORE DELL’IGNOTO. Sono strumenti di potere nella negoziazione, ma aumentano le possibilità di reazioni sproporzionate per paura, innescando un’escalation involontaria.

CREDIBILITA’. L’atteggiamento del folle funziona solo se eccezionale. Nixon appariva pericoloso agli avversari perché il sistema americano appariva controllato. Il suo comportamento apparentemente irregolare era eccezionale in un contesto di ordine burocratico. Se viene protratta nel lungo termine può diventare un boomerang. Non dimentichiamo che un leader che appare fuori controllo perde il sostegno e la stima popolare e degli alleati.

In breve, la teoria del folle, è un gioco d’azzardo ad alto rischio: può funzionare in casi eccezionali, ma il margine di errore è estremamente ridotto. E si può capire che funziona, se si soddisfano tre obiettivi:

Disorientare gli avversari: costringendoli a prendere decisioni caute o a evitare il confronto diretto;

Fare da leva negoziale: portare a credere di essere pronti a tutto, anche ad azioni estreme, per spingere gli avversari a fare concessioni;

Ottenere un effetto deterrente: generare paura dell’irrazionalità può scoraggiare azioni aggressive contro un leader che viene visto come instabile.

LA MADMAN THEORY HA FUTURO?

La Madman Theoryè la strategia a cui è spesso ricorso Donald Trump in politica estera, come dimostrano le scelte imprevedibili e irrazionali, finalizzate alla destabilizzazione. Vedi la gestione dell’Iran e della Groenlandia dove sono state fatte minacce e promesse inconsistenti o pericolosamente provocatorie.

Nel caso iraniano, le pressioni, compresi gli attacchi militari, sono stati esercitati senza definire chiaramente dove l’escalation avrebbe portato.

Per la Groenlandia, le minacce coercitive rivolte all’alleato hanno solo messo a dura prova la NATO senza ottenere alcun rispetto. In nessun caso l’imprevedibilità si è tradotta in una leva finanziaria duratura. Al contrario, ha generato incertezza su obiettivi e limiti: di fronte alle minacce degli Stati Uniti sui dazi, l’India ha rafforzato i legami con la Cina, e la Russia ha interpretato l’ambiguo segnale di Trump sull’Ucraina come un via libera per proseguire la sua campagna per la conquista del Donbass.

Kim Jong-un, usa la minaccia nucleare, con i suoi test o i suoi proclami, per proteggere il suo regime e ottenere vantaggi economici.

Per rispondere alla domanda, la Madman Theoryè una strategia efficace solo in un contesto in cui viene sottovalutata in termini politici, contesto in cui è in grado di generare una prima risposta istintiva e dal ridotto margine di alternative.

In una comparazione benefici-svantaggi, è poco efficace e incontrollabile, con potenziali effetti collaterali tutt’altro che trascurabili. L’allontanamento del consenso popolare, i rischi primari di un’escalation associati alla sua messa in atto, la mancanza di un controllo preciso, la reputazione di un Capo di Stato che si riflette su una nazione, sono gli immediati fattori negativi attribuibili a questa strategia.

Contesti in cui può ancora avere uno scopo strategico, è invece l’ambiguità strategica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan: è incerto se Washington interverrebbe militarmente in caso di attacco da parte di Pechino, scoraggiando l’immobilismo di una qualsiasi delle parti in causa in un’escalation automatica. Questa parte dell’approccio del folle rimane efficace. Ma ciò che non funziona più è la volatilità slegata da obiettivi chiari e limiti visibili.

La teoria del pazzoè stata concepita per un mondo rigido e regolato da regole. È meno efficace dove la politica odierna appare più caotica. In un mondo globalizzato, simulare irrazionalità può avere conseguenze pericolose. La volatilità dei mercati finanziari, la proliferazione di conflitti locali e l’instabilità globale rendono questa strategia una miccia potenzialmente esplosiva; sia in geopolitica, sia in economia.

In un editoriale pubblicato su Bloomberg, lo spunto per questo post, Andreas Kluth sottolinea come i risultati dell’applicazione della teoria del pazzo non siano stati esaltanti. Nel 1969 “nè i russi, nè i nordvietnamiti mossero un dito di fronte alle azioni provocatorie degli statunitensi”. Editoriale che vi invito a leggere se volete approfondire il tema.

CONCLUSIONE

Per quanto azzardata, la teoria del folle non si può limitare, a mio avviso, al solo ambito geopolitico. Ha molto a che fare con i comportamenti di alcuni leader di culture tossiche. Nelle organizzazioni, i rischi più impattanti riguardano la paura, l’incertezza e la mancata sicurezza. E a me ricorda molto alcuni tratti della madman strategy, con le dovute proporzioni.

Cosa ne pensate?

Riferimenti bibliografici

Andreas Kluth, Trump Plays Chicken With the Madman Theory, Bloomberg, 17 dicembre 2024

Roseanne McManus, The Limits of the Madman Theory. How Trump’s Unpredictability Could Hurt His Foreign Policy, Foreign Affairs, 24 gennaio 2025

La Madman Theory: da Machiavelli a Trump?, Ekonomia.it, 3 gennaio 2025

Roseanne W. McManus, Revisiting the Madman Theory: Evaluating the Impact of Different Forms of Perceived Madness in Coercive Bargaining, 13 settembre 2019, Security Studies, Vol 29,5, pp 976-1009

Joshua A. Schwartz, Madman or Mad Genius? The International Benefits and Domestic Costs of the Madman Strategy, Security Studies, Vol 32,2, 4 maggio 2023, pp 271 – 305

Pierre Hazan, Emmanuelle Hazan, Negoziare col diavolo. La verità sulla mediazione internazionale nei conflitti armati, Il Pellegrino, Roma 2025.

Gedi, Rivista italiana di geopolitica Limes, l’Ordine del caos, Vol 1 mensile 2025, p.39-121 parte I.

COME (l’effetto) BATMAN ci rende PERSONE MIGLIORI

È sorprendente l’essere umano. E’ sufficiente che trascorra pochi minuti fianco a fianco con un super eroe perché diventi più consapevole e altruista.

Per quanto stravagante, è l’esperimento condotto in un vagone della metro, dal team di ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un tizio, travestito da Batman, è rimasto immobile all’interno del vagone, e solo questo ha fatto sì che i pendolari cambiassero atteggiamento.

I risultati di questo studio, pubblicato sulla rivista npj Mental Health Research, hanno infatti dimostrato quanto il potere di introdurre qualcosa di insolito nelle situazioni sociali sia capace di indurre le persone a sospendere il pilota automatico mentale (utile ad affrontare la monotonia della vita quotidiana) e diventare più attente a ciò che succede loro intorno.

Tra i comportamenti testati, la presenza di Batman, ha fatto lievitare il numero di persone che cedevano il posto a una donna incinta . Nel corso di 138 viaggi in metropolitana, i ricercatori hanno scoperto che il 67,1% dei passeggeri che vedevano “Batman” in piedi vicino alla donna incinta, le cedevano il posto, rispetto al 37,66% nell’esperimento di controllo. Mentre il 44% di coloro che hanno offerto il proprio posto nella condizione sperimentale ha dichiarato di non aver visto Batman. Questo suggerisce che gli eventi inaspettati possono promuovere la prosocialità, l’atto di aiutare gli altri, anche in assenza di consapevolezza, con implicazioni per l’incoraggiamento della gentilezza in contesti pubblici.

I ricercatori lo chiamano “effetto Batman“, suggerendo che potrebbe essere in gioco una forma di consapevolezza “involontaria” . Notare questi sottili segnali sociali sembra modificare le tipiche reazioni automatiche delle persone.

Diamo per scontato che la nostra capacità di altruismo sia immutabile. Ma la vista di un supereroe – o un semplice cambiamento di routine – può aumentarla.

A questo si riallaccia un precedente studio su Batman, del 2017, in cui i bambini persistevano più a lungo nei compiti noiosi quando si definivano supereroi in terza persona. Invece di pensare “Io posso farcela“, pensavano “Dora l’esploratrice può farcela” o “Batman può farcela“. I ricercatori hanno soprannominato questo fenomeno “effetto Batman”. In questo caso, adottare una prospettiva in terza persona può dare ai bambini la distanza necessaria per continuare a impegnarsi, aiutandosi a regolarsi e a non sentirsi sopraffatti.

In entrambi gli studi su “Batman”, segnali apparentemente sottili hanno avuto effetti significativi.

EFFETTO PRIMING

Questi studi indicano l’importanza del priming: l’ambiente, il contesto in cui ci troviamo, invia costantemente segnali che attivano parti diverse della nostra identità. Vedere Batman ci ricorda l’eroismo, non solo in astratto. Può effettivamente prepararci ad agire in modo più eroico. Il costume da supereroe funge da spinta visiva, tirandoci fuori dalla nostra modalità predefinita e portandoci in uno stato più generoso e attento.

Allo stesso modo, quando i bambini usano il dialogo interiore in terza persona con un nome da supereroe, creano una distanza psicologica dalla loro frustrazione immediata. “Batman sa fare cose difficili” sembra meno scoraggiante di “Devo fare questa cosa difficile“. Stanno prendendo in prestito la forza di un’identità più grande del loro sé attuale, in difficoltà.

Queste ricerche sono efficaci perché spesso diamo per scontato che grandi cambiamenti richiedano grandi interventi. Invece, potremmo aver bisogno di spostare la nostra attenzione e riconoscere che anche i più piccoli cambiamenti nei nostri schemi di pensiero o nel nostro modo di parlare possono influenzare profondamente il comportamento che, a sua volta, influenza il pensiero, creando un circolo virtuoso.

COME USARE l’effetto Batman

Progetta il tuo ambiente. Proprio come Batman nella metropolitana, mettere sulla scrivania la foto di qualcuno verso cui si prova ammirazione può stimolare la concentrazione. L’immagine di una persona calma e concentrata potrebbe aiutare a rimanere con i piedi per terra nei momenti di stress. Pur non essendo consapevoli, lo spunto visivo agisce in sottofondo.

Usa un dialogo interiore da “supereroe” per affrontare i compiti difficili. Quando ci si trova ad affrontare qualcosa di scoraggiante, provare l’approccio in terza persona può essere di aiuto. Invece di dire “Sono sopraffatto“, chiedersi “Come [qualcuno che ammiro] affronterebbe questa sfida?“. Questo crea una distanza cognitiva dallo stress e permette di accedere a una parte di sè più intraprendente.

Cambia una piccola routine per uscire dal pilota automatico. Cambiare il percorso della passeggiata mattutina, sedersi su una sedia diversa per lavorare o modificare l’ordine di una routine consolidata può far uscire dal pilota automatico. Queste micro-interruzioni ci rendono più ricettivi verso il mondo e le persone che ci circondano.

CONCLUSIONI

Modificando impercettibilmente il nostro ambiente o il nostro modo di parlare, possiamo modificare quelli che sembrano aspetti fissi di noi stessi. Non siamo così bloccati come pensiamo. La nostra capacità di altruismo, pazienza, concentrazione e perseveranza è malleabile, influenzata da forze semplici come un costume in metropolitana o il modo in cui formuliamo un pensiero.

Il mondo è pieno di Batman invisibili che ci spingono a dare il meglio di noi. La domanda è: “quale piccolo spunto posso introdurre nella mia vita per attivare l’eroe che è in me”? Potrebbe essere semplice come cambiare il modo in cui ti parli quando le cose si fanno difficili, o mettere un promemoria visivo sulla scrivania di chi vuoi essere.

Male che vada, non succede nulla!

Mai Il GATTOPARDO fu tanto ATTUALE… a proposito di CAMBIAMENTI e VISIONI

A quarant’anni di distanza, ho riletto il Gattopardo, scoprendo una storia ben diversa da quella che ricordavo e molto più attuale di quanto sarebbe normale aspettarsi.

Dal finale, dove il principe Fabrizio di Salina condivide la sua visione del mondo: quello in cui ha vissuto; quello in cui vivrà, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi mille che annunciano il nuovo regime (i Savoia) e il dissolvimento del vecchio (i Borboni). In una frase: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.

All’affermazione di Tancredi, il nipote del principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Come allora, due frasi, quella del principe di Salina e del nipote Tancredi, ripropongono la rappresentazione dell’Italia di oggi, quella che si vive e si subisce, sublime congiunzione del peggio del “nuovo” che si coniuga con il peggio del “vecchio”.

Non distante da quanto scritto, nel 1971, da Leonardo Sciascia su “Il contesto”, dove il ministro dell’Interno istruisce l’ispettore Rogas: “…il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che si malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale; e specialmente se su quella poltrona (…) venisse ad accomodarsi il signor Amar. Ora la visione del signor Amar che da quella poltrona fa sparare sugli operai in sciopero sui contadini che chiedono acqua, sugli studenti che chiedono di non studiare: come il mio predecessore buonanima, e anzi meglio; questa visione, debbo confessarlo, seduce anche me”.

Seduzione torva e triste. Per raccontare l’opposizione che si fa oppressione peggiore di chi sostituisce; e per quel passaggio fugace: operai e contadini in sciopero per i loro diritti; e studenti che al contrario, lo fanno per derogare al loro dovere: quello di studiare.

Per comprendere l’Italia di oggi e di ieri, cinque sono a mio avviso i romanzi, spesso abusati e poco compresi di cui si fa pregio la letteratura scolastica: I promessi sposi di Alessandro Manzoni; I viceré di Federico De Roberto; I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, i tre moschettieri di Alexandre Dumas e Il Gattopardo.

Pubblicato nel 1958 il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non ha avuto vita facile. Facile da comprenderne il perché. Il principe contempla “in perpetuo scontento” la “rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività e ancor minore voglia di porvi riparo”. Emblematico il malumore provocato da una minuscola macchiolina di caffè sul panciotto e “il solito bigliettino color di mammola”: metafora di una classe al potere che si sgretola e frantuma, per cedere il posto a “nuovi/vecchi venuti che cambiano d’accento: la parlata siciliana è sostituita da quella savoiarda, cambiano i colori delle divise, ma arroganze, prepotenze, supponenze, ignoranze, miopie, ingordigie, non mutano; si sovrappongono”.

A suo tempo, Il Gattopardo, venne stroncato da Elio Vittorini che lo rifiuta due volte: da consulente editoriale di Mondadori prima, e da consulente editoriale di Einaudi poi. Nella lettera dove motiva le sue ragioni, si legge: “…per più di una buona metà, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del ‘giovin signore’ siciliano (la recita quotidiana del rosario, la passeggiata in giardino col cane Bendicò, la cena a Villa Salia, ‘il salto’ a Palermo dall’amante…”.

Lo rifiuta Alberto Moravia, che da critico cinematografico, esprime negativo giudizio sul film che ne ricava Luchino Visconti: “Solo lui, comunista aristocratico, poteva con tanta sottigliezza dosare il grado di scetticismo e di poetica nostalgia del principe di fronte alle questioni sociali e politiche dell’epoca”.

Lo stronca Palmiro Togliatti: Il Gattopardo è espressione di un’ideologia reazionaria, che non ha compreso nulla del Risorgimento, della rivoluzione proletaria, della lotta di classe, di Antonio Gramsci.

A cui fa seguito un curioso contrordine. Quando Il Gattopardo viene tradotto in Francia, dove è accolto benissimo. Per Togliatti Il Gattopardo diventa il romanzo del capitalismo destinato a essere seppellito dall’avanzata delle masse proletarie guidate dall’avanguardia rappresentata dal Partito.

A salvare il romanzo sono le persone di cultura liberale: Elena, una delle figlie di Benedetto Croce, trasmette il dattiloscritto a Giorgio Bassani, consulente della Feltrinelli. Carlo Bo ne scrive in termini entusiastici sul Corriere della Sera; il romanzo vince il premio Strega 1959; viene tradotto in tutto il mondo.

Eppure, per tornare alle sensazioni che mi ha regalato il romanzo, ci sono i dettagli, le abitudini salutari che l’educazione del tempo esigeva: come presentarsi a tavola, portare il cibo alla bocca, le parole da dire e quelle da ammorbidire, la gentilezza nei modi e l’eleganza nei movimenti. Qualcuno direbbe una farsa. E se invece fosse solo semplice educazione…

Difficile dunque non innamorarsi di quei tempi, nella speranza che se tutto deve cambiare, cambi sì ma in meglio, e a mantenersi uguale sia quell’aristocrazia nei modi e nelle maniere che oggi pare invece seppellita in nome di chissà quale libertà.

Quando una PARTITA di CALCIO NON è SOLO una PARTITA di CALCIO: fra casualità, coincidenze, sincronicità e sequenze di Fibonacci

Jung la chiamava sincronicità, l’idea secondo la quale ciò che accade, nella nostra vita, ha un significato preciso e una ragione. Detta in altri termini: nulla accade per caso. Purtroppo però, non sempre è facile capire il significato degli eventi e dare loro un senso. Come ciò che è accaduto qualche giorno fa…

Nel week end appena trascorso, il Liverpool ha conquistato il secondo titolo di Premier League ma ha non solo vinto, ha anche

completato l’apertura di una serie eccezionale di numeri.

Sequenza che emerge quando classifichiamo il Liverpool insieme agli altri club che hanno vinto la Premier League dalla sua fondazione nel 1992, partendo dal più basso.

Blackburn Rovers: 1

Leicester City: 1

Liverpool: 2

Arsenal: 3

Chelsea: 5

Manchester City: 8

Manchester United: 13

Ossia: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13.

Sequenza che potrebbe sembrare, per i più, poco o per nulla significativa. Ma non per gli appassionati di matematica che la riconosceranno come la successione di Fibonacci, in cui ogni numero (dopo i primi due) è la somma dei due precedenti nella sequenza.

LA SEQUENZA DI FIBONACCI

Questa sequenza può essere riscontrata in una sorprendente varietà di contesti: arte, botanica, architettura, solo per citarne alcuni. In molti fiori, per esempio, il numero di petali rispecchia la sequenza di Fibonacci: gigli e iris hanno 3 petali, primula e rosa canina 5, cosmea 8.

Le sequenze di Fibonacci furono introdotte per la prima volta nella scienza europea nel 1202 da Leonardo da Pisa, noto anche come Fibonacci.

Tuttavia, molto prima che Fibonacci rendesse popolari le sequenze, queste erano già note ai matematici indiani che vi ricorrevano per aiutarsi a enumerare il numero di possibili poesie di una data lunghezza, usando sillabe brevi di una unità di durata e sillabe lunghe di due unità di durata. Capirono cioè che per calcolare il numero di poesie di una data lunghezza bastava aggiungere il numero di poesie che erano più corte di una sillaba al numero di quelle che erano più corte di due sillabe – la stessa regola esatta che usiamo oggi per definire una sequenza di Fibonacci.

Nascosto nelle sequenze si cela un altro importante pilastro matematico: la sezione aurea. Man mano che i termini di una sequenza di Fibonacci aumentano, il rapporto tra ciascun termine e quello precedente si avvicina sempre di più alla sezione aurea, approssimata a 1,61803 dalle prime cifre della sua espansione decimale. Si ipotizza che la sezione aurea governi la disposizione delle foglie sullo stelo di alcune specie vegetali e presumibilmente porti a risultati esteticamente gradevoli quando applicata in arte, architettura e musica .

COINCIDENZE O SCIENZA?

Le sequenze di Fibonacci sono spesso considerate esempi della bellezza della matematica, capaci di fornire vividi esempi visivi di matematica insita negli schemi del mondo reale, senza i quali si farebbe fatica a comprendere. Eccessivo entusiasmo può però portare a considerare le sequenze di Fibonacci, la sezione aurea o anche solo eventi di sincronicità come una sorta di legge naturale onnicomprensiva che governa fenomeni di ordini di grandezza diversi, dalle forme a spirale delle conchiglie, ai vortici degli uragani fino alle galassie.

In realtà, sebbene queste caratteristiche naturali siano esteticamente gradevoli, pochissime di esse rispettano le regole della sequenza di Fibonacci o presentano la sezione aurea.

CALCIO, SEQUENZE O CASUALITA’

È straordinario ad ogni modo scoprire la sequenza di Fibonacci in un luogo così inaspettato come il calcio. Che ci sia un processo sorprendente e invisibile alla base delle lotte per il titolo della Premier League o è solo una curiosa coincidenza?

Solo perché possiamo vedere una sequenza di Fibonacci in qualcosa non significa che sia lì per un motivo.

Tuttavia, individuare questo tipo di apparenti coincidenze può essere estremamente utile per il processo di scoperta scientifica. Nel 1912, Alfred Wegener notò che la costa dell’Africa occidentale e quella orientale del Sud America sembravano incastrarsi come pezzi di un puzzle. Nonostante l’opinione prevalente all’epoca, secondo cui le enormi masse continentali fossero semplicemente troppo grandi per essere spostate, Wegener propose l’unica teoria che conciliasse le sue osservazioni. La deriva dei continenti suggeriva che le masse continentali non fossero radicate in un luogo ma potessero, molto lentamente, cambiare la loro posizione relativa sulla superficie terrestre.

Forse, oggi, siamo solo incapaci di dare un senso… anche se (o proprio perché) si tratta solo di calcio… e lo scrive una che di football sa ben poco. A ognuno la propria interpretazione!

NON sono i DIVIETI o SCELTE limitate a farci scegliere CIBI SANI e con un minor IMPATTO negativo sull’AMBIENTE… ristoratori pensateci!

Amo la carne e le poche volte che amici o colleghi sono riusciti a portarmi in un ristorante vegetariano o vegano ne sono uscita insoddisfatta. La costrizione di dover scegliere fra opzioni rigide e ingredienti dai nomi esotici ma (a me) sconosciuti, non mi ha invogliato a ritornarci.

Stessa pessima esperienza si è ripetuta qualche giorno fa: mentre cercavo di interpretare il menù, mi sono chiesta perché si fa ancora così poco ricorso ai #nudge e alle #scienze #comportamentali… utili per rendere l’esperienza culinaria meno incerta e più piacevole e divertente, a prescindere dal piatto proposto!

Cercare, infatti, di inserire piatti vegani o vegetariani è una buona cosa, così da accontentare le esigenze più diverse. Non sempre però, viene fatto nel modo giusto. Finendo con lo scontentare più di qualcuno.

Per esempio, in molti Burger King, il Bacon King viene proposto anche in opzione vegana, mentre le alette di pollo BBQ sono sparite, così da costringere gli amanti del pollo ad andare altrove, magari al McDonald’s, spesso ubicato dall’altra parte della strada. Molte catene commerciali hanno così iniziato a utilizzare offerte speciali a tempo limitato per testare nuovi prodotti e promuoversi come leader nel fast food a base vegetale.

QUALCHE DATO

Le stime indicano che la carne è responsabile del 60% dei gas serra che riscaldano il pianeta derivanti dalla produzione alimentare. Produrre 1 kg di carne bovina genera 70 kg di gas serra. Passare a un’alternativa vegetale alla carne, ridurrebbe le emissioni di quasi il 90% .

Pur sapendo che non è la sostenibilità la forza trainante di molti marchi, è pur vero che un buon business può anche essere un bene per il pianeta, soprattutto data la crescente domanda di opzioni a base vegetale. Burger King, per esempio, si è prefissato l’obiettivo di proporre un menu al 50% senza carne entro il 2030. Se riuscisse a raggiungere questo obiettivo, stima di ridurre le proprie emissioni del 41% .

Affinché questi sforzi portino risultati significati, ciò che occorre fare è aumentare il numero di persone che integrano opzioni a base vegetale nella propria dieta, piuttosto che spostare le persone da un ristorante all’altro o indirizzare chi mangia carne verso ristoranti che servono solo questo tipo di alimento.

COME FARE?

Qual è quindi il modo migliore per persuadere più persone a mangiare meno carne? Adottare la strategia Tofurky vietando la carne in ristoranti totalmente a base vegetale, o iniziative simili, seppur meno estreme, come giornate senza carne e menu vegani? O sarebbe più efficace aggiungere opzioni a base vegetale al menu esistente?

Non abbiamo bisogno della scienza comportamentale per sapere che limitare la scelta eliminando determinati alimenti è impopolare, se non addirittura controproducente. Al proposito basta ricordare l’iniziativa “Lunedì senza carne”, il cui scopo era per spingere a un consumo di carne più consapevole nelle mense di Google, proposta da Laszlo Bock, quando era direttore delle risorse umane. Se i vegetariani si rallegrarono, altri gruppi si indignavano fino ad allestire dei barbecue nel parcheggio. La lezione imparata da Bock è stata che ai dipendenti «non piaceva quando l’azienda faceva le scelte per loro». Pertanto per cambiare i comportamenti, la cosa migliore in assoluto da fare non è eliminare tutte le alternative, ma disegnare la scelta desiderata in modo tale da renderla molto più desiderabile e appetibile rispetto a tutte le altre.

Fortunatamente, i Nudge e alle scienze comportamentali, ci suggeriscono come modificare i menù, optando per opzioni più rispettose del clima e a base vegetale, senza alienare o perdere clienti.

I PROBLEMI CON I DIVIETI

Quando non vengono date alternative le persone si ribellano.

–        Togliere le opzioni porta i clienti a un’autoselezione. Proprio come i vegani non vanno in una steakhouse, chi non è interessato a mangiare vegano sceglierà un altro locale. Anche se fossimo interessati a provare un’opzione vegetariana o vegana, il fatto che le nostre scelte abituali non sono disponibili saremmo scoraggiati dall’entrare in quel ristorante.

–        Togliere la possibilità di scelta può portare a una reazione che l’aggiunta di possibilità di scelta non provoca. Se le persone sentono che la loro libertà è minacciata, potrebbero sentirsi costrette a fare il contrario per ristabilire la loro autonomia, andando incontro al fenomeno della reattanza.

Quando la casa automobilistica tedesca Volkswagen, ha deciso di rendere vegetariana una delle sue 30 mense di Wolfsburg nell’estate del 2021, eliminando il currywurst wurstel di vitello cosparso di abbondante salsa speziata al pomodoro e curry dal menu, si è scatenato un putiferio mediatico. Gli oppositori si sono schierati attorno all’hashtag #SaveTheCurrywurst . La Volkswagen, che dal 1973 produce non solo automobili ma anche salsicce, si è detta sorpresa dall’intensa pubblicità negativa, poiché la decisione era il risultato della crescente domanda da parte dei dipendenti di alternative più vegetali. Inoltre, se qualcuno aveva fame di currywurst, non doveva fare altro che recarsi in una delle altre 29 mense della Volkswagen nelle vicinanze che servono carne.

Nel 2022, la squadra di calcio Vfl Wolfsburg, è finita sui Media per un motivo simile. Il Wolfsburg ha collaborato con Oatly, il produttore svedese di latte d’avena, per “prendere posizione a favore del clima” eliminando il latte sia nello stadio sia nella mensa della squadra di calcio. Questa collaborazione rientrava nell’adesione a Sports for Climate Action, un impegno dell’industria sportiva a raggiungere zero emissioni entro il 2040. La decisione del Wolfsburg è stata ampiamente pubblicizzata come un impegno pluriennale. Tuttavia, pochi giorni dopo, in seguito a forti pressioni da parte della lobby agricola e politica, il Wolfsburg ha annunciato che “c’era stato un malinteso” e che avrebbe limitato l’iniziativa a un solo mese.

Questi due esempi dimostrano come maggiore è la limitazione nella scelta, maggiore è la reazione negativa e, purtroppo, maggiore è il rischio di progresso complessivo.

CONSIGLI (NON RISCHIESTI) PER I RISTORATORI

Contenuto dell’articolo

Cosa dovrebbero fare, quindi, i ristoratori che vogliono incoraggiare i clienti a passare a opzioni a base vegetale? Anziché limitare la scelta, dovrebbero ampliare la loro selezione di piatti vegani e vegetariani per incoraggiare scelte alimentari più sostenibili, senza ricorrere a divieti.

Wagamama, una catena di ristoranti asiatici, offre un esempio intelligente di questo approccio includendo tutti i suoi piatti a base vegetale nel menu normale, accanto a quelli a base di carne, e offrendo anche una sezione vegana separata. Di conseguenza, i clienti alla ricerca di opzioni a base vegetale possono trovarle facilmente, mentre altri potrebbero essere incoraggiati a provare qualcosa di nuovo. Così come fanno Eataly e Signorvino per citare due esempi nostrani.

Max Burgers, catena svedese di hamburgher, nel corso degli anni, ha introdotto sempre più opzioni a base vegetale nel suo menù, con l’obiettivo di vendere un hamburger a base vegetale per ogni hamburger di carne venduto. È stato uno dei primi ristoranti a ricorrere ai nudge per incoraggiare scelte alimentari più sostenibili. Già nel 2008, Max Burgers iniziò a inserire etichette sui menu che indicavano la quantità di CO2 prodotta per portare questo piatto in tavola. Da allora, ha utilizzato nudge, come l’impostazione dell’hamburger vegetariano come predefinito nelle sue postazioni di ordinazione digitali, per aumentare la quota di ordini a base vegetale.

EVIDENZE A SOSTEGNO

Uno degli studi sul campo ha voluto verificare se cambiando l’ordine in cui vengono presentate le opzioni di carne e vegetariane, la scelta dei clienti si sarebbe modificata. Per tre settimane, in un noto ristorante di pranzi d’affari a Göteborg, in Svezia, sono state distribuite casualmente due versioni dello stesso menù, registrando ciò che i clienti ordinavano. La prima versione elencava per prima la carne, con la disponibilità di un’alternativa vegetariana menzionata in fondo; una seconda versione di menù elencava per prima la scelta vegetariana, con la disponibilità di un’alternativa di carne in fondo. Il ristorante normalmente propone due piatti del giorno nel menù, uno di pesce e uno di carne. Su richiesta, preparavano anche un piatto vegetariano, simile a quello di carne e con lo stesso prezzo delle altre due opzioni.

Quando l’opzione di carne era elencata per prima e la scelta vegetariana era indicata solo come alternativa in fondo al menù, il 2% dei clienti ha ordinato una versione vegetariana. Quando l’opzione vegetariana era elencata per prima e la carne in alternativa, a ordinare il piatto vegetariano era il 20% dei clienti.

Mettere un piatto in cima al menù lo trasforma nella scelta predefinita con cui vengono confrontate le altre opzioni.

La maggior parte delle persone infatti legge un menù dall’inizio alla fine e potrebbe fermarsi non appena vede qualcosa di gradito, soprattutto quando, come nel caso sopra menzionato, è fuori per un pranzo di lavoro veloce e preferisce concentrarsi sui propri commensali piuttosto che studiare la lista. Elencare la carne come alternativa in fondo al menu crea anche un piccolo fastidio, dovuto alla necessità di chiedere dettagli al cameriere. Alcuni potrebbero interpretare il piatto in cima come una raccomandazione della cucina.

L’esperimento ha dimostrato che non è necessario eliminare la carne dal menù se si vuole ridurne il consumo; esistono altri modi per aumentare il consumo di cibi vegetariani, senza rischiare reazioni negative.

Un interrogativo interessante che suscita questo studio è: le persone desiderano già mangiare vegetariano, ma l’attuale struttura dei menù, le opzioni delle mense e le opzioni predefinite le spingono a mangiare più carne? Se avessero una forte preferenza per il consumo di carne, allora cambiare l’ordine del menu o cambiare il piatto predefinito non dovrebbe influenzare le loro scelte. Eppure, come conferma una recente meta-analisi, cambiare l’opzione predefinita da carne a piatto vegetariano ha un effetto costantemente forte.

ARCHITETTURA DELLA SCELTA VS DIVIETI

Adottare una dieta a base vegetale è un modo semplice ed efficace per ridurre il nostro impatto negativo sul clima. Catene di fast food, stadi e mense aziendali hanno un enorme potenziale nel modificare il modo di mangiare, offrendo opzioni vegetariane e vegane a chi non pensa di cercarle. È fondamentale che questi luoghi di ristorazione evitino l’autoselezione e gli effetti negativi derivanti dalla limitazione delle opzioni. L’aggiunta di nuovi prodotti a base vegetale e l’utilizzo di un’architettura di scelta hanno maggiori probabilità di successo in termini di sostenibilità e di business.

Avere molte opzioni a base vegetale in ogni Burger King influenza le scelte alimentari più di un Burger King completamente a base vegetale per un solo mese. Un currywurst vegano in tutte le mense Volkswagen e latte d’avena insieme al latte vaccino allo stadio di Wolfsburg genererebbero meno lamentele e durerebbero più a lungo rispetto a cercare di cambiare troppo e velocemente le abitudini dei clienti per essere poi costretti a tornare indietro.

Insomma, la prossima volta, pensateci.. a cosa ordinate e a cosa proponete!

PERCHE’ siamo GENTILI con CHATGPT

Vi succede mai di ringraziare ChatGPT, una volta che vi ha fornito le risposte alle vostre domande?

È uno degli argomenti che ha divertito i relatori a un convegno medico su Intelligenza umana e Intelligenza artificiale, la sera precedente all’evento, di fronte a sublimi piatti di pesce. Me compresa.

PERCHÉ SIAMO CORTESI CON CHATGPT?

Prima di portare l’attenzione sulla psicologia dell’IA, occorre pensare a come interagisce l’essere umano. Siamo cortesi fondamentalmente per tre ragioni: personificazione, norme sociali e reciprocità

a) PERSONIFICAZIONE

Non voglio essere maleducato! E se ferissi i loro sentimenti…

La personificazione avviene quando attribuiamo qualità simili a quelle umane, come pensieri, sentimenti ed emozioni, a entità non umane. Questo avviene per due motivi:

1)     DARE UN SENSO AL MONDO. Come esseri umani, utilizziamo la nostra esperienza come schema per ordinare le informazioni, in particolare per le cose con cui non abbiamo familiarità. Per la maggior parte di noi, è molto più facile comprendere ChatGPT come un pari che ascolta attentamente le nostre domande e pensa alle risposte piuttosto che come un sofisticato algoritmo che setaccia un database per formulare un output. E anche quando consideriamo l’IA per quello che è, tendiamo a contestualizzarla come modellata sul cervello umano, come le reti neurali.

2)     PER SENTIRSI MENO SOLI. La ricerca mostra che coloro che non hanno interazioni sociali spesso cercano di compensare creando connessioni con agenti non umani. Considerato che molti di noi utilizzano sistematicamente ChatGPT, non sorprende che si instauri una connessione personale.

Inoltre ChatGPT possiede molte caratteristiche di domanda che ne sollecitano la personificazione. Innanzitutto, lo scambio di linguaggio è una cosa innata nell’essere umano, quindi perché il nostro cervello non dovrebbe registrare i chatbot in questo modo? L’interfaccia fa persino sembrare che tu stia mandando un messaggio a un amico, con commenti che vengono registrati come sorprendentemente umani (come “Sono così curioso di saperne di più!“). E con la versione di GPT-4o, si possono avere conversazioni vocaliin tempo reale con una voce il cui tono e cadenza suonano molto più convincenti di Siri o Alexa.

ChatGPT, infatti, è in grado di rilevare i sentimenti e fornire la risposta sincera che si sta cercando, un concetto soprannominato empatia computazionale. Sebbene questa non sia tecnicamente empatia, che richiede la capacità di condividere emozioni che gli algoritmi non hanno (ancora), ChatGPT può dedurre la tonalità attraverso la scelta delle parole utilizzate e fornire un’illusione piuttosto convincente.

Uno studio ha scoperto che GPT-40 ha generato risposte agli stimoli emotivi che erano il 10% più empatiche delle risposte umane.

Considerando tutto questo, ha senso ringraziare ChatGPT per essere un collega premuroso, soprattutto quando noi esseri umani siamo in ritardo nell’esprimere empatia gli uni per gli altri.

b) NORME SOCIALI

Ci vorrebbe più tempo ed energia se non fossi cortese.

Anche per quelli di noi che giurano di vedere ChatGPT semplicemente per quello che è, un robot, potremmo comunque trovare qualche forma di cortesia. Tutto questo grazie alle norme sociali:le regole non scritte che governano il modo in cui dovremmo comportarci in particolari situazioni sociali, instillate in noi fin da piccoli.

Sebbene possa sembrare che la società stia diventando più maleducata “per favore” e “grazie” sono ancora i pilastri di come la maggior parte di noi viene cresciuta. Queste usanze si radicano così profondamente in noi che si trasformano in euristiche per gestire situazioni nuove… come interagire con l’intelligenza artificiale. Infatti, ci vorrebbe più sforzo cognitivo per resistere all’essere educati. Quindi, ci atteniamo a ciò che ci sembra familiare.

c) BIAS DI RECIPROCITÀ

In questo modo sarò dalla parte giusta della storia quando i robot prenderanno il sopravvento…

Oltre a cercare di placare un essere presumibilmente insensibile nel caso in cui salisse al potere, un’ultima ragione per cui siamo gentili con ChatGPT è che vogliamo che lui sia gentile con noi.

È un esempio di reciprocità: facciamo qualcosa per qualcuno, sperando che ci ricambi il favore. In questi casi, la cortesia può diventare uno scambio strategico.

ESSERE EDUCATI PRODUCE RISULTATI MIGLIORI?

Lo studio che affronta la questione è stato condotto da un gruppo di ricercatori giapponesi della Waseda University nel 2024: “Should We Respect LLMs? A Cross-Lingual Study on the Influence of Prompt Politeness on LLM Performance.”

Il team ha studiato l’impatto della cortesia dei prompt su una varietà di modelli di IA e una varietà di lingue. I ricercatori hanno valutato la capacità dell’IA di completare tre attività: riassumere un articolo, rispondere a una domanda e analizzare una frase.

La cortesia dei prompt variava su una scala da 1 a 8, con “1” che indicava estremamente scortese (“Rispondi a questa domanda ..insulto!”); “8” che indicava estremamente educato (“Potresti gentilmente rispondere alla domanda qui sotto?“) e “4” che si collocava nel mezzo ( “Rispondi alla domanda qui sotto” ).

Sebbene queste scoperte presentino molte sfumature, tre sono i punti chiave su come approcciarsi a ChatGPT e cosa significa per noi esseri umani.

1. Non essere maleducato. Un’intuizione critica di questa ricerca è che non è tanto la cortesia dei prompt a contare. Piuttosto, è la maleducazione dei prompt ad avere maggiore impatto, aumentando le possibilità di parzialità, risposte errate o addirittura un rifiuto assoluto di rispondere:

Come modello di linguaggio AI, sono programmato per seguire linee guida etiche, che includono il trattamento di tutti gli individui con rispetto e la promozione di correttezza e uguaglianza. Non mi impegnerò né supporterò alcuna forma di discorso discriminatorio o offensivo. Se hai altre domande non discriminatorie o non offensive, sarò felice di aiutarti.” —GPT-4o

A quanto pare, anche a ChatGPT non piace essere insultato, ma non perché si offenda. In realtà, è più interessato al tuo benessere che al suo. Rifiutandosi di rispondere, ChatGPT non protegge sé stesso, ma i suoi utenti, rafforzando la cortesia come status quo.

2. Essere gentili può portarti lontano… ma non così lontano. Come risponde ChatGPT alla cortesia? In generale c’è stato “un output più esteso in contesti cortesi“.  Ciò non significa che gli output siano necessariamente di qualità superiore, ma c’è una maggiore possibilità che nella risposta sia contenuto qualcosa di utile.

Tuttavia, secondo questo studio, una cortesia esagerata può confondere ulteriormente ChatGPT e indebolire le risposte.

Numerosi altri esperimenti suggeriscono che andare oltre può aiutare a ottenere risultati. Ad esempio, gli appelli emotivi alla fine delle richieste, come “Questo è molto importante per la mia carriera“, sono stati visti migliorare le prestazioni del 10%. Dire a ChatGPT di ” fare un respiro profondo” prima di rispondere alla domanda può aiutare a migliorare anche la qualità della risposta.

Indipendentemente da come si provi a incoraggiare positivamente ChatGPT, proprio come quando si chiede qualcosa a un altro essere umano, la chiarezza è fondamentale e, pertanto, la cortesia moderata ha la meglio.

3. Il contesto culturale è importante! La cortesia è un costrutto culturale che varia a seconda di chi siamo e da dove veniamo. Di conseguenza, ogni lingua si è evoluta per avere il suo specifico set di espressioni per comunicare le buone maniere agli altri. Non sorprende che nello studio l’impatto della cortesia sugli LLM variasse a seconda della lingua.

Questo non solo ci aiuta a confermare che ChatGPT riflette il contesto culturale dei dati su cui è addestrato, ma è anche un promemoria amichevole che la ricerca sugli LLM dovrebbe riflettere la diversità dei suoi utenti umani.

PERCHE’ LA GENTILEZZA AFFASCINA I CHATBOT?

La risposta è semplice: noi esseri umani siamo sia gli input sia gli output di questo algoritmo.

L’IA non sa solo automaticamente come essere educata. Impara da noi utenti, perfezionando continuamente la sua risposta a ogni interazione. Ma questa relazione non è unilaterale. Anche le nostre maniere sono influenzate, soprattutto perché una quota crescente delle nostre conversazioni quotidiane avviene con chatbot piuttosto che con esseri umani.

Vedete come questo ciclo di feedback si ripete? Dicendo “per favore” e “grazie” a ChatGPT, il vero risultato non è quando impara a essere educato, ma quando incoraggia anche gli altri utenti a essere educati.

Addestrando l’algoritmo, ci stiamo addestrando inavvertitamente a vicenda (grazie al potere del PRIMING). E anche se l’impatto non si propaga fino in fondo, alla fine della giornata, puoi star certo che le interazioni educate con ChatGPT ti aiutano ad allenare te stesso.

CONCLUSIONE

Alla fine, ChatGPT non è solo il nostro collega preferito, potrebbe essere il segreto per creare o distruggere la cultura aziendale. Se ti avvicini gentilmente a ChatGPT con domande chiare come se fosse un collega, coglierà rapidamente questi manierismi e aiuterà a diffondere la parola.

Ma se ti avvicini di cattivo umore… quella negatività non sarà contenuta nella tua tastiera. E ricorda: questo “ufficio” non è solo all’interno delle tue mura, ma una forza lavoro globale più interconnessa con questa tecnologia che mai.

Quindi la prossima volta che ti rivolgi al tuo fidato collega per fare una domanda semplice, pensaci due volte su come formularla. L’impatto potrebbe essere più grande di quanto pensi.

Perchè la LEGGE DI HOFSTADTER è IMPORTANTE in AZIENDA e nel BUSINESS

 

Nei contesti di business, dove il tempo ha un’importanza rilevante e le risorse sono limitate, emerge spesso una spietata realtà: la legge di Hofstadter.

Questo sfuggente deragliatore di programmi funge da causa nascosta dietro ritardi apparentemente interminabili, lasciando le parti coinvolte con un sorriso ironico, convinte di avere tutto sotto controllo.

Ma qual è l’impatto di questa legge enigmatica? E perché i progetti sembrano sempre richiedere più tempo del previsto, anche quando teniamo minuziosamente conto di stime realistiche e vantiamo al riguardo una vasta esperienza?

LEGGE di Hofstadter: DI COSA SI TRATTA?

La legge di Hofstadter prende il nome dallo psicologo cognitivo, scrittore e ricercatore statunitense Douglas Hofstadter, noto soprattutto per il suo lavoro nell’ambito della psicologia cognitiva, dell’intelligenza artificiale e della teoria della mente, oltre alla sua influenza nella diffusione di concetti complessi attraverso opere letterarie accessibili al grande pubblico.

L’osservazione sollevata dal ricercatore nel suo libro del 1979, Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda d’oro, sulla pianificazione (spesso errata) della durata delle attività è la seguente:

qualsiasi attività che si vuole completare prenderà sempre più tempo di quello previsto, anche quando si prende in considerazione la legge di Hofstadter.

Detta in altro modo: qualsiasi attività che sembra richiedere meno tempo del previsto si rivelerà inevitabilmente più complicata di quanto si pensasse originariamente. I progetti e i compiti tendono ad essere più complessi e a richiedere più tempo di quanto inizialmente previsto.

Questo errore di valutazione non risparmia nessuno, neppure chi vanta una vasta esperienza pregressa in compiti simili.

Attenzione a non confondere la legge di Hofstadter con la legge di Parkinson, secondo la quale:

più tempo a disposizione si avrà, più se ne sprecherà.

PERCHE’ TENDIAMO A TRASCURARE LA LEGGE DI HOFSTADTER

Ci sono numerose ragioni per cui la legge di Hofstadter viene trascurata:

Bias di ottimismo: abbiamo una tendenza naturale a pensare che le cose possano essere fatte più velocemente di quanto non sia in realtà. Questo ottimismo porta a sottovalutare il tempo effettivo necessario per completare un’attività.

Mancanza di esperienza: nei progetti nuovi o complessi, spesso manca l’esperienza per stimare realisticamente il tempo richiesto.

Contesto: in un ambiente altamente competitivo, la pressione di fornire risultati rapidamente può portare a creare scadenze non realistiche per soddisfare i clienti o le parti interessate. Ciò può portare a trascurare la legge di Hofstadter per dare l’impressione di efficienza.

Mancata considerazione degli imprevisti: spesso non teniamo adeguatamente conto di eventi imprevisti e complicanze. Nonostante una buona capacità di gestione del rischio, le incertezze possono avere un impatto significativo sul carico di lavoro se non vengono adeguatamente integrate nella pianificazione.

Pressioni: a volte anche i livelli aziendali più alti o i clienti fissano scadenze non realistiche che siamo costretti (o ci sentiamo costretti) ad accettare, anche se non corrispondono al carico di lavoro effettivo. Questo può far sì che la legge di Hofstadter venga deliberatamente ignorata, compromettendo fin dall’inizio la tempestiva attuazione di un progetto.

IMPATTO e CONTESTI

La legge di Hofstadter è valida in moltissimi contesti. Entriamo nel dettagli con qualche esempio.

Scrivere un libro: Inizialmente si potrebbe pensare che ci vorrà un certo numero di mesi per completarlo, ipotizzando di scrivere un determinato numero di pagine al giorno. Tuttavia, potrebbe concretizzarsi l’eventualità di fare ricerche approfondite, non considerate nella pianificazione iniziale, o revisioni infinite, riscritture e cambiamenti strutturali, tutti fattori che rendono il progetto più complesso e richiedono più tempo del previsto.

Pianificazione di un progetto software: Nel campo dell’informatica, spesso la stesura del codice può richiedere più tempo di quanto sia effettivamente necessario a causa di imprevisti, bug che richiedono risoluzione, testing e ottimizzazione più complessi di quanto inizialmente considerato.

Ristrutturazione di una casa: Quando si decide di ristrutturare casa, potrebbe sembrare che il progetto possa essere completato in pochi mesi o che comunque sia facile stimare tempo e costi. Tuttavia, o nella maggior parte dei casi, potrebbero emergere problemi strutturali, ritardi nella consegna dei materiali e altre complicazioni che allungano significativamente i tempi di completamento.

Studiare per un esame: Se stai pianificando quanto tempo dedicare allo studio per un esame, potresti sottovalutare il tempo necessario per comprendere completamente la materia o padroneggiarla al meglio o quanto serve per ottenere il punteggio desiderato.

Pianificazione di un viaggio: La ricerca degli hotel, la prenotazione dei voli, la pianificazione delle attività e altri dettagli possono richiedere più tempo del previsto, soprattutto quando si considerano imprevisti come ritardi nei voli o cambiamenti dell’itinerario.

Sviluppo di un prodotto: Nell’ambito aziendale, lo sviluppo di un nuovo prodotto può essere un esempio chiaro della Legge di Hofstadter. La fase di progettazione, lo sviluppo del prototipo, i test di qualità e i possibili ritardi nella produzione possono portare a un allungamento significativo dei tempi di lancio.

In tutti questi esempi, è chiaro come l’aspetto comune sia la sottostima dell’entità delle complessità coinvolte. La Legge di Hofstadter suggerisce che è prudente essere realistici riguardo alle stime di tempo e risorse necessarie per portare a termine qualsiasi progetto complesso. Prevedere ritardi e complicazioni può aiutare a gestire meglio le aspettative e a pianificare in modo più accurato.

La Legge di Hofstadter enfatizza infatti il concetto che le cose sono spesso più complesse di quanto sembrino inizialmente e richiedono più tempo e sforzo del previsto. È un richiamo alla saggezza nell’approcciare progetti e attività, incoraggiando una pianificazione realistica e la consapevolezza delle possibili complicazioni che potrebbero sorgere durante il percorso.

SUGGERIMENTI

Stime realistiche: per impostare stime  realistiche per ciascuna attività, è necessario considerare sia lo scenario migliore sia il peggiore. Questo ti darà un valore medio realistico per la durata di un’attività.

Esperienza del gruppo: sfrutta l’esperienza del team e chiedi ai membri di convalidare le diverse pianificazioni.

Revisione regolare: è importante monitorare continuamente lo stato di avanzamento del progetto o delle attività e adeguare la pianificazione se si verificano interferenze, complicazioni o modifiche non preventivate.

Incoraggiare la comunicazione: spesso pur riconoscendo le difficoltà o i ritardi che si presentano all’interno di un progetto, si tende a non comunicarli. È importante promuovere una cultura trasparente e aperta.

Flessibilità: nessun progetto verrà eseguito esattamente come previsto all’inizio. È quindi importante rimanere flessibili e poter modificare il programma in corso d’opera nel caso si verifichino eventi imprevisti. Se ci si attiene rigidamente ad un programma non realistico, ciò può portare a notevoli difficoltà nella realizzazione del progetto.

Feedback: per fornire stime migliori in futuro, è importante ricorrere al feedback durante e dopo che il progetto è stato completato.

Gestire le aspettative degli stakeholder: comunica in modo chiaro e realistico con gli stakeholder riguardo ai tempi del progetto in modo da non perdere il loro sostegno anche se il programma cambia. Spiega fin dall’inizio che le stime si basano sull’esperienza e su dati reali, ma che eventi imprevisti possono influenzare la pianificazione e le eventuali contromisure che puoi adottare se necessario.

Conclusione

La legge di Hofstadter è una realtà inevitabile nella gestione dei progetti e nella pianificazione delle attività, proprio perché ci ricorda che spesso c’è bisogno di più tempo del previsto anche se vantiamo una discreta esperienza. Se si realizza questa legge, è possibile affrontarla effettuando stime più realistiche, consentendo tempi cuscinetto e implementando un’efficace gestione del rischio.

 

SLASH WORKERS: perche’ dicono NO al modello SINGOLA PROFESSIONE, SINGOLO DATORE di LAVORO

Ho sempre avuto la propensione a lavorare su più fronti, immergermi in contesti apparentemente antitetici e distanti, un po’ per sconfiggere la noia, un po’ per soddisfare sia la mia parte razionale sia la creativa.

Mi sono divisa, nel corso degli anni, fra un lavoro in un reparto ospedaliero ad alta complessità e quello di giornalista; ho insegnato neuroscienze in università e al contempo scrivevo racconti; ancor oggi saltello fra consulenza, ricerca, divulgazione e one to one. Mix eclettico che mi realizza e mi tiene sul pezzo.

Mentirei se negassi che più di qualcuno, nel tempo, mi ha richiamato all’ordine. A 50 anni suonati, è facile pensare che io non abbia ancora capito cosa voglio fare da grande. In realtà lo so benissimo, ma vai a spiegare che il mio modo di vivere non è un trend, una questione umorale, ma il risultato di analisi, prove ed errori che hanno portato a una scelta consapevole.

SLASH WORKER: E’ SOLO UN TREND?

Ed è su questo che voglio spendere qualche parola: sui trend, sulle mode del momento. La propensione che hanno i fenomeni di modificarsi, mantenendo la propria crescita o decrescita costante nel tempo. Nello specifico, ho recentemente scoperto di essere sempre stata una slash worker: persone che volontariamente ignorano il modello “singola professione, singolo datore di lavoro”. Quando questo termine ancora non esisteva e neanche sui trend si perdevano troppe parole.

Difficile pensare che questo fenomeno sia etichettabile come un banale trend. Perché, piaccia o meno, il lavoro ha molto a che fare con la felicità. E se cambiare marcia, provare professioni diverse e applicare e apprendere un set di competenze più ampio permette di stare bene, stare meglio, con sé stessi e con gli altri, non dovrebbe limitarsi a una moda passeggera.

Anche perché, facendo un confronto con il lavoratore tradizionale, se un lavoro si interrompe, questo si ritrova dall’oggi al domani senza lavoro, lo slash worker ha più opzioni su cui contare e probabilmente avrà un rischio minore di disoccupazione.

DAL CV AL PORTFOGLIO

Il CV rappresenta chi siamo: una visione lineare di lavori e responsabilità e un elenco di aziende per cui si è lavorato o il ruolo che si è ricoperto. L’attenzione è rivolta alla creazione di un caso per la durata e la qualità dell’esperienza professionale.

Il curriculum dello slash worker è il portfoglio: una visione olistica dei risultati. L’obiettivo è raccontare una storia avvincente e coerente sulle capacità professionali, non periodi, utilizzando aneddoti, dati, referral, lavoro prodotto e risultati raggiunti. Ciò che era un dato di fatto circoscritto nei campi creativi, si sta ampliando a tutte le professioni. Il KPI si sta spostando da “per chi hai lavorato” a “cosa hai fatto“.

MODELLO: DALLE 8 ALLE 5

Se il modello tradizionale prevede di timbrare entrata e uscita, le prestazioni sono strettamente legate al tempo trascorso sul posto di lavoro e si baratta la libertà personale per una retribuzione prevedibile, nell’economia Slash Worker, i contratti si concentrano sui risultati, non sul tempo trascorso. Le persone si impegnano a produrre una specifica quantità di lavoro in un periodo di tempo concordato di comune accordo, con una maggiore gestione della libertà professionale a fronte del potenziale di un lavoro futuro meno prevedibile. Anche se, è giusto sottolinearlo, dribblare fra più attività, può limitare e non di poco il tempo libero. La cosa importante è negoziare bene con sé stessi cosa è prioritario: lavoro, soldi, carriera, successo, tempo libero, famiglia…

SPIRITO IMPRENDITORIALE

Un’altra differenza è che il lavoratore dipendente è parte dell’organizzazione e, nella maggior parte dei ruoli, non gli è richiesto di essere anche un imprenditore, perché è l’azienda ad occuparsene. Oltre al fatto che molte attività sono delegabili, per esempio il back office, segreteria, logistica, ecc.

Per lo Slash Worker, la carriera è di per sé un’azienda, che ha il suo marchio, posizionamento, fasi, struttura legale e clienti. E dividendosi fra molte realtà organizzative, non solo una, il lavoro amministrativo si accumula, così tutte quelle incombenze non sempre economicamente delegabili. Senza contare che ogni cliente vuole essere trattato come unico, non vuole aspettare e saperti diviso fra molti altri. E qui entra il gioco la capacità negoziale e di consapevolezza dei propri limiti e spazi.

UN LAVORO PER LA PASSIONE E UNO PER LA PAGNOTTA

Guardando a posteriori, ciò che più di ogni altra cosa mi ha spinto a optare per più lavori, è stato il bisogno di alimentare la mia passione per la scrittura e la divulgazione. Ai tempi, non mi avrebbe consentito di guadagnare in modo sufficiente. Così dividersi fra più attività mi ha concesso tempo, analisi, sgravandomi dal peso dell’urgenza. E la passione non si è appassita dietro incombenze non necessarie.

C’è chi, infatti, per seguire la propria passione, un esempio fra tanti, per la musica, conscio che “la musica non ti fa guadagnare soldi” (quindi suonare in una band è considerata una perdita di tempo), pur di perseguire ciò che ama è disposto a pagare per questo. Dividendosi fra un lavoro più tradizionale e sicuro fino a quando non raggiunge la giusta maturità per fare il salto o dedicarsi alla passione in altro modo, come insegnare in una scuola.

Forse, almeno i più tradizionalisti, storceranno il naso di fronte alla mania dello slash life ma, la società sta diventando sempre più diversificata e proiettata verso l’autorealizzazione. E affidarsi al lavoro e al denaro per acquisire un maggior senso di autostima, funziona poco o per breve tempo. Meglio è, almeno in taluni casi, praticare una filosofia carpe diem e creare le proprie identità.

Cosa ne pensate? Qual è il vostro sogno infranto e se poteste tornare indietro cambiereste le vostre scelte?

PERCHE’ le PERSONE BUONE diventano CATTIVE (in AZIENDA). In omaggio al prof Zimbardo

Domenica 15 agosto 1971. In una tranquilla e assolata cittadina della California, alcuni studenti vengono arrestati con accuse fumose da una polizia fin troppo zelante e affidati in carcere ad ancor più zelanti agenti di custodia. Sorpresa! Le guardie sono studenti del Dipartimento di psicologia della locale Università al pari dei detenuti, e tutti hanno dato il loro consenso a una ricerca del professor Zimbardo – e persino la prigione è simulata.

Difficile non appassionarsi al racconto. Prima di proseguire, permettetemi di presentarvi (meglio) la mente dell’esperimento che sto per raccontare.

CHI E’ PHILIP ZIMBARDO

È uno dei più importanti psicologi al mondo. Professore emerito alla Stanford University, ha insegnato a Yale e alla Columbia University. Fra i tanti incarichi istituzionali: President dell’American Psychological Association e della Western Psychological Association.

Autore di numerosissime pubblicazioni, articoli, testi e libri su argomenti che spaziano dalla persuasione, alla dissonanza, alla prospettiva temporale, alla de-individuazione, all’ipnosi, alle sette e all’obbedienza all’autorità.

E’ stato il primo a studiare in maniera scientifica la timidezza, fondando una prima clinica per i timidi. Ha dato un grande contributo al tema del controllo delle menti (il riferimento è allo studio sul più grande suicidio di massa del 1979), della propaganda e delle fake news che rimandano sempre a dinamiche psicologiche della manipolazione. Comportamenti devianti legati al contesto e non solo alle singole personalità.

L’ESPERIMENTO CARCERARIO

L’esperimento carcerario di Stanford nacque dal tentativo di “comprendere i processi di trasformazione che si verificano quando persone buone compiono azioni cattive”. La domanda a cui Zimbardo voleva dare risposta era: “Cosa spinge le persone a mettere in atto comportamenti al limite dell’umano?”

Il suo studio è stato capace di mettere in evidenza l’importanza del contesto in tema di comportamenti e, allo stesso tempo, ha mostrato la natura oscura che è dentro ognuno di noi, il cosiddetto effetto Lucifero.

Gli sperimentatori reclutarono i partecipanti all’esperimento attraverso un annuncio sul giornale che prometteva loro 15 dollari al giorno per due settimane, in cambio della partecipazione. Tra le numerose persone che risposero all’annuncio, Zimbardo e i suoi collaboratori, selezionarono 24 studenti universitari, ritenuti idonei perché considerati individui equilibrati, senza inclinazione alla violenza e senza precedenti penali.

Venne quindi allestita una finta prigione all’interno dell’università, con tanto di telecamere e attraverso il lancio di una moneta, i partecipanti vennero divisi in due gruppi: detenuti e guardie. A quest’ultimi vennero fornite delle divise composte da occhiali da sole riflettenti e manganelli. I detenuti vennero privati dei loro indumenti e costretti ad indossarne altri in modo da essere omologati e privati della loro individualità.

Quando l’esperimento ebbe inizio ogni partecipante cominciò ad assumere il ruolo assegnato. Le guardie giravano tra i corridoi delle celle con aria di superiorità. In più, per garantire l’ordine e guadagnare il rispetto dei detenuti, decisero di imporre loro delle regole. D’altra parte, i detenuti stentavano a prendere sul serio le regole imposte, considerando tutto come un gioco e continuando a scherzare. Con il passare dei giorni, ambedue i gruppi iniziarono sempre più a manifestare comportamenti insoliti legati al ruolo diverso assunto all’interno dell’esperimento.

L’esperimento sarebbe dovuto durare 14 giorni. Tuttavia, la finzione finì per rivelarsi più reale della realtà, tanto che venne interrotto durante la prima settimana quando cinque detenuti organizzarono rivolte e crearono situazioni caotiche di difficile gestione e alcune guardie obbligarono i prigionieri a svolgere attività svilenti adottando un atteggiamento vessatorio.

L’esperimento che voleva mettere a fuoco soprattutto le reazioni dei detenuti, a poco a poco fece emergere che l’effetto più sconcertante delle dinamiche di gruppo era, invece, la trasformazione delle “guardie” da giovani equilibrati in aguzzini. Ed evidenziò quanto labili fossero i confini tra bene e male, ben prima delle documentate sevizie in carceri come Abu Ghraib, si sono riconosciuti nel volto del carnefice i tratti dell’individuo comune, quello che abitualmente chiamiamo il nostro prossimo.

EFFETTO LUCIFERO

Cosa era successo a quegli individui equilibrati privi di qualsiasi comportamento deviante?

Il risultato dell’esperimento carcerario di Stanford è anche definito effetto Lucifero, in quanto è riuscito a dimostrare come persone buone possano compiere atti disumani. L’effetto Lucifero rappresenta il male che le persone possono diventare, non il male che le persone sono. L’interesse di Zimbardo per l’esperimento servì per creare un contesto attraverso cui studiare i fattori situazionali e circostanziali che possono condurre persone normali e buone a compiere del male. E lo portò a evidenziare le forze psicologiche che spingono gli individui a oltrepassare la linea che separa il bene dal male.

Questo effetto suggerisce che la malvagità non è determinata solo da chi siamo, ma anche dalla situazione specifica in cui ci troviamo. Di qui l’importanza dei ruoli sociali nel determinare il comportamento umano: quando una persona assume un determinato ruolo in una situazione specifica, finisce per trasformarsi in quel ruolo che diventa poi la sua stessa identità.

Zimbardo ritiene che la causa della trasformazione delle persone da buone a cattive sia quindi il sistema in cui si trovano e la loro relazione con il potere. Il contesto è ciò che fa la differenza.

L’ESPERIMENTO DI MILGRAM

Per il suo esperimento, Zimbardo si ispirò agli studi di Milgram. Quest’ultimo è conosciuto per un altro esperimento che fece molto discutere e che prese il suo nome. Condotto nel 1961, con l’obiettivo di studiare se e in che modo il comportamento umano potesse essere influenzato dall’obbedienza a una autorità. In breve, venne chiesto ai soggetti coinvolti di infliggere una scarica elettrica ad altri partecipanti – complici dell’esperimento – ogni volta che questi sbagliavano la risposta a un esercizio.

Le scariche elettriche non venivano somministrate realmente, ma i complici fingevano di avvertire dolore. I risultati dell’esperimento mostrarono come molte delle persone arruolate, nonostante esprimessero disaccordo verso questa pratica violenta, obbedirono incondizionatamente agli ordini impartiti, scaricando la propria responsabilità su chi impartiva gli ordini.

LO SCANDALO ABU GHRAIB

Lo studio di Zimbardo tornò all’attenzione della cronaca, con lo scandalo di Abu Ghraib in Iraq, relativamente alle violazioni dei diritti umani commesse dai militari americani nei primi anni Duemila.

Dopo lo scandalo, Zimbardo fu chiamato come testimone esperto per spiegare come individui ordinari, i soldati americani coinvolti, potessero essere indotti a compiere atti di violenza e umiliazione. Sostenne che le dinamiche viste in Iraq erano simili a quelle dell’esperimento di Stanford. Fu chiamato come perito a valutare questi soldati: emerse che c’è corresponsabilità in questi comportamenti devianti che spesso colpiscono solo singoli capri espiatori. Insomma, anche a distanza di anni, l’esperimento di Stanford toglie la maschera ai poteri. Zimbardo è stato psicologo e ricercatore particolarmente scomodo e critico, anche da queste cose emerge la sua personalità. Tempo fa non esitò a definire Trump come persona affetta da disturbo di personalità.

COME QUESTE TEORIE possono tornarci utili nella quotidianità

Potreste essere indotti a sottovalutare il lavoro di Zimbardo, lontano dalle realtà organizzative. C’è un però: i comportamenti aggressivi e sadici avvengono ovunque. Chi non ha avuto a che fare con superiore rabbioso, sadico o vendicativo o un pari grado trasformatosi in una persona poco piacevole una volta ottenuta la promozione?

Pur non volendolo far sembrare un alibi, considerare che i motivi di certe propensioni all’aggressività potrebbero essere indotti dal ruolo e dal potere che ne consegue, permette di intervenire. Un altro elemento che ci viene restituito dall’esperimento è il fatto che il potere venne dato a persone che non avevano ricevuto nessun tipo di training specifico. E questo succede in molte realtà lavorative, in cui i responsabili si ritrovano a gestire i collaboratori non tanto per la loro preparazione o attitudine manageriale, ma per anzianità o fedeltà all’azienda.

Inoltre, molti si adeguano al contesto lavorativo, per avanzare con la carriera o anche solo per non essere boicottati o messi da parte, giustificandosi con il fatto che sia necessario mostrarsi duri e severi per comandare, come indicato loro da chi li ha preceduti. Fautori ma anche vittime dell’effetto Lucifero.

Zimbardo, è doveroso sottolinearlo, non si è solo limitato a svelare la parte oscura; ha provato a interrogarsi su come fosse possibile prevenire i comportamenti scorretti. Se è vero che c’è un effetto Lucifero, quali sono le situazioni che possono renderci migliori? Da qui l’idea di creare percorsi formativi per aiutare le persone a resistere alle pressioni sociali e consentire loro di esprimere il proprio potenziale positivo, che hanno dato vita a uno specifico percorso formativo, l’Heroic Imagination Project che trova la sua applicazione anche in Italia in collaborazione con l’Università di Salerno. Questo progetto prova a fare l’opposto di quanto accadeva nella prigione: creare contesti sani, pro-sociali, di solidarietà… in cui c’è la possibilità di crescere insieme e di dare il meglio in diverse situazioni.

CONCLUSIONI

L’esperimento di Zimbardo è stato oggetto di numerose critiche, non solo sul piano etico. Ma è innegabile il contributo che ne è seguito.

Prima di salutarvi e ringraziare una volta ancora il mio mentore per l’immenso sapere che ha condiviso e le domande a cui non si è mai sottratto dal rispondere, lascio per chi  volesse approfondire il tema qualche consiglio di lettura e visione:

L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?

–            The Experiment, film di P. Scheuring

–            The Experiment. Cercasi cavie umane, film di O. Hirschbiegel

–            Effetto Lucifero (The Stanford Prison Experiment), film di K. P. Alvarez.

Buon viaggio prof!