Come LIBERARSI dalla AUTOSTIMA CONDIZIONATA e apprezzare i SUCCESSI e non flagellarsi per i FALLIMENTI
Siamo soliti ricorrere a un particolare tipo di calcolo, quando dobbiamo fare un bilancio fra successi e fallimenti. Sommiamo i primi e sottraiamo i secondi e utilizziamo il risultato per calcolare se e quanto siamo degni di rispetto, attenzione e considerazione.
L’equazione a cui ricorriamo sembra rispondere alle leggi della logica: ottengo la promozione al lavoro che mi ero prefissato = sono un professionista di valore; riesco a farmi invitare a un super evento = sono accettato e ben voluto. E avanti così.
In sostanza, il nostro cervello tratta l’autostima come un bilancio, avendo imparato a gestire le ricompense sociali. Questo, in gergo, si chiama autostima condizionatae non è idilliaco come potrebbe far pensare.
Ma perché il cervello ricorre a questo estenuante sistema numerico?
AUTOSTIMA CONDIZIONATA
Alla fine degli anni ’80, lo psicologo Edward Higgins scoprì che esistono tre versioni di noi stessi:
- chi siamo
- chi vorremmo essere
- chi pensiamo che gli altri si aspettino che siamo
Più grande è il divario tra questi sé, peggio ci sentiamo e più disperatamente inseguiamo successi per colmarlo.
Questo sistema si attiva precocemente, con i nostri circuiti dopaminergici che collegano le ricompense esterne all’autostima. Da bambini, abbiamo imparato che buoni voti = genitori orgogliosi; vincere = attenzione; essere d’aiuto = amore. Jennifer Crocker e Connie Wolfe hanno definito questi elementi “contingenze dell’autostima“, ambiti specifici in cui abbiamo imparato a mettere in gioco il senso del valore.
La paura di non valere può alimentare la motivazione a breve termine, ma la ricerca dimostra che alla fine aumenta ansia, depressione e burnout. Si diventa bravi solo quanto lo è stata la propria ultima vittoria, intrappolati in un circolo viziosoin cui
la pressione stessa di dimostrare il proprio valore sabota la capacità di ottenere risultati.
Fortunatamente, è possibile liberarsi da questa forma tossica di contabilità mentale separando il senso di autostima dalle prestazioni.
L’AUTOSTIMA NON E’ TUTTA UGUALE
I benefici di un’elevata autostima sono noti. Non tutti però sanno che ci sono tipi differenti di malsana autostima, capaci di pesare su benessere, qualità di vita e lavoro.
Bassa autostima: quando una persona ha un’opinione negativa e svalutata di sé stessa, si sente incapace, indegna o priva di valore. Ciò porta a sentimenti di inferiorità, insicurezza e difficoltà nell’accettare e valorizzare sé stessi.
Autostima gonfiata: quando si ha un’opinione esageratamente positiva di sé stessi. Sono persone arroganti, sovente con tratti narcisistici, che cercano costante apprezzamento e ammirazione dagli altri. Questo tipo di autostima può essere fragile e dipendente dall’approvazione esterna, portando a disagi nell’affrontare critiche e fallimenti.
Autostima comparativa: quando si ha il bisogno di confrontarsi costantemente con gli altri e si valuta sé stessi in base a come si viene percepiti esternamente. Ci si sente sempre inferiori o superiori, il che porta a invidia, risentimento e a una frequente ricerca di conferme esterne.
Autostima condizionata: si basa sui risultati conseguiti, quali il successo professionale, l’aspetto fisico, l’approvazione. Sono persone che si sentono bene con loro stesse solo quando soddisfano determinati standard. Questo può generare un sentimento di costante insoddisfazione e difficoltà a mantenere una stabile e solida autostima.
COSTRUIRE UN’AUTOSTIMA EFFICIENTE
Tornando all’autostima condizionata, quella in cui ci si sente adeguati (per un po’) solo quando si soddisfano specifici parametri con conseguente perdita di contatto con i propri bisogni e desideri autentici, ecco tre approcci evidence based che possono aiutare.
NOTARE QUANDO SCATTA IL MECCANISMO DI CALCOLO DELL’AUTOSTIMA. La maggior parte degli schemi che portano a conteggiare successi e fallimenti, nell’autostima condizionata, avviene in automatico. Una riunione non va bene e improvvisamente ci si ritrova a mettere in discussione tutta la carriera. Il partner, un amico non risponde ai messaggi e ci sentiamo abbandonati e non all’altezza. Il primo passo consiste semplicemente nel notare quando il nostro cervello inizia a mettere in atto il meccanismo di calcolo. Quando ci si accorge di fare i calcoli mentali (“Se questo progetto fallisce, non valgo niente“), occorre fermarsi e chiedersi: “Il mio valore dipende davvero da questa cosa?“
RACCOGLIERE CONTROPROVE. Il cervello ha imparato che il valore deriva dai risultati ottenuti attraverso anni di rinforzo. Per aggiornare questo sistema si ha bisogno di esempi coerenti di momenti in cui si viene apprezzati senza dover soddisfare alcuna condizione. Come trascorrere del tempo con persone che ci apprezzano per quello che siamo, non per ciò che realizziamo. Frequentare chi ha interessi condivisi. Nota come ci si sente a essere apprezzati per il proprio umorismo, la propria curiosità o semplicemente per la propria presenza anziché sui risultati raggiunti.
DIVERSIFICARE IL BAGAGLIO DI AUTOSTIMA. Anziché puntare tutto su un solo aspetto della propria identità, meglio distribuire il senso di autostima su più ambiti. Se il lavoro è una parte importante della propria vita, sperimentare hobby creativi può essere di aiuto. Se sei super razionale, prova attività che mettano in risalto altre qualità. Inizia in piccolo: segui un corso di improvvisazione, unisciti a un gruppo di escursionismo, fai volontariato in un posto significativo.
CONCLUSIONI
Liberarsi dall’autostima condizionata richiede tempo. Dopo anni, se non decenni, trascorsi a credere che il proprio valore è legato alle prestazioni, non ci si può illudere che tale schema disfunzionale scomparirà da un giorno all’altro (anche e soprattutto se sei un top performer, Anzi, occhio a non cadere in trappola ancora una volta)!
Quando però inizi a separare le due cose, ti prendi dei rischi senza scommettere tutta la tua identità sul risultato. Smetti di trattare le battute d’arresto come una crisi personale. Ti rialzi più velocemente perché cadere non significa essere fondamentalmente distrutti. Il tuo cervello smette di sprecare energie in una costante autovalutazione e inizia a concentrarsi sul lavoro stesso.

