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Né INTROVERSI né ESTROVERSI: ecco gli «OTROVERSI», COLORO che PENSANO fuori dal CORO

Se qualcuno vi dà dell’otroverso, vi sta facendo un complimento.

L’otroverso è infatti colui che non essendo né soggetto alle regole implicite di un gruppo, né influenzato dal pensiero di massa, è libero di pensare in modo unico, nonchè capace di adattarsi a situazioni che cambiano, senza il timore di sovvertire le nozioni collettive di ciò che è giusto o buono.

OTROVERSIONE: DI COSA PARLIAMO?

Due sono i tipi di personalità con cui siamo più abituati a confrontarci: gli introversi che si ricaricano in solitudine e gli estroversi che traggono energia dalla folla. Ne esiste però una terza, gli otroversi, persone che non solo non sentono il bisogno di aderire fedelmente alla identità di un gruppo, sia una squadra, un club, un partito politico o qualsiasi altra forma di collettività, ma che di fronte a parole quali riti di iniziazione, giuramenti, simboli di appartenenza, non hanno alcuna risposta emotiva.

L’otroverso è quindi una personalità equilibrata in grado di connettersi con gli altri senza dissolversi nel gruppo. Né chiuso né esuberante, è un pensatore indipendente e originale che vive in armonia con sé stesso e sceglie le proprie interazioni umane con accortezza, riuscendo a mantenersi lucido nel suo modo di essere socievole.

A coniare il termine è lo psichiatra americano Rami Kaminski, nel libro The Gift of Not Belonging. “Nasciamo tutti otroversi, prima che il condizionamento culturale dell’infanzia consolidi le nostre affiliazioni con varie identità e gruppi”, spiega Kaminski sul New Scientist.

Composto dal prefisso spagnolo otro “altro” e dal suffisso vert dal latino vertere, “rivolgere”, descrive le persone che non sono completamente rivolte né verso se stesse (introverse) né verso gli altri (estroverse), ma tendono a guardare, in un’altra direzione rispetto al resto del mondo.

Lo psichiatra vede nell’otroversione la capacità di abbracciare la propria complessità, di brillare pur rimanendo ancorati alla realtà, senza esaurirsi. In sostanza, l’otroverso è un individuo che cerca un’autenticità non necessariamente conforme alle categorizzazioni classiche e in grado di valorizzare tanto l’indipendenza del pensiero quanto la profondità delle relazioni. Indipendenti emotivamente, non teme il rifiuto del gruppo, e nemmeno ne cerca l’approvazione.

Mostra una preferenza per le cene individuali rispetto a quelle numerose e spesso si trova impegnato in conversazioni profonde con una sola persona. Preferisce completare le attività di lavoro in modo indipendente e reputa tradizioni e rituali, come feste in ufficio, cerimonie di laurea o festività religiose, difficili e sconcertanti.

OTROVERSIONE: UN BENE O UN MALE?

Secondo Kaminski, la personalità otroversa è quella con le maggiori possibilità di avere successo nella società attuale, iperconnessa e animata dalla condivisione compulsiva, perché, grazie alla sua capacità di selezionare le relazioni, è in grado di creare un equilibrio tra il tempo destinato a queste ultime e quello da dedicare a sé stesso.

Rispetto a estroversi e introversi, gli otroversi si collocano al di fuori di questo spettro perché sono orientati lontano dal gruppo. Gli introversi traggono forza dalla solitudine e dalla riflessione interiore; gli estroversi dall’interazione e dall’azione. Gli otroversi non essendo governati dal costante bisogno di piacere, non guardano mai agli altri per misurare il valore delle loro scelte, al contrario di quanto succede agli estroversi che prendono energia proprio dall’essere parte di quell’identità collettiva che, riconoscendoli come persone carismatiche, permette loro di brillare.

Non sono neppure da confondere con gli outsider, i solitari sociali. Gli otroversi sono infatti «solitari emotivi», si sentono cioè più soli quando sono circondati dagli altri. Il gruppo tende ad accoglierli volentieri, anche perché sanno essere molto empatici (la loro abilità di distinguere tra la prospettiva dell’altro e la propria li rende radicalmente non giudicanti), sono loro che non ci vogliono stare.

BAMBINI OTROVERSI

Non sono difficili da riconoscere. Sono quei bambini che, in un ambiente nuovo, hanno bisogno di essere stimolati a unirsi e giocare con gli altri. In realtà preferiscono interagire con i genitori dei bambini. Mostrano un livello di maturità superiore alla loro età e la loro disinvoltura con gli adulti li rende popolari tra i “grandi”.

Sebbene siano socialmente popolari e apprezzati per la loro arguzia e intelligenza, i bambini otroversi potrebbero evitare le attività di gruppo che si formano all’interno dei gruppi di pari. Sono indifferenti alle gerarchie sociali e sentono poco il bisogno di conformarsi alle aspettative sociali. Inoltre, non si annoiano stando da soli e, anzi, hanno bisogno di tempo per riprendersi dopo essere stati in contesti sociali. Questa preferenza per il tempo personale è una delle caratteristiche distintive di un bambino otroverso e può spesso essere erroneamente interpretata come un comportamento isolante.

Sono inoltre empatici e generosi,  in sintonia con i bisogni degli altri e sensibili alle interazioni individuali. Grazie alla loro capacità di pensare criticamente alle conseguenze, sono spesso cauti e resistenti alla pressione dei coetanei. Tendono a evitare comportamenti rischiosi che altri bambini potrebbero adottare semplicemente per adattarsi.

Per supportarli, genitori, insegnanti, adulti, anziché cercare di cambiare queste caratteristiche, devono comprenderle. Incoraggiare le amicizie individuali, offrire l’opportunità di costruire relazioni profonde e significative con uno o due coetanei, celebrare i loro tratti unici, apprezzando i punti di forza, come indipendenza, avversione al rischio e autosufficienza emotiva.

CONCLUDENDO…

Essere otroversi è una caratteristica cognitiva, inscritta nel funzionamento del nostro cervello. Un po’ come non forziamo più un mancino a scrivere con la mano destra, dovremmo iniziare a smettere di cercare di “aggiustare” gli otroversi insistendo perché si conformino. Così, come i mancini possono vivere tranquillamente in un mondo di destri, anche gli otroversi possono trovare il loro spazio in una società dell’appartenenza», soprattutto da adulti, quando le pressioni «tribali» diminuiscono e possono accettarsi così come sono, sentendosi finalmente liberi dalla tremenda pressione sociale imposta dall’appartenenza a un gruppo e godendo della propria ribellione interna”, Suggerisce Kaminski.

Sebbene il mondo cerchi di inserirci tutti all’interno di uno stormo, sia che ci si senta brutti anatroccoli sia che si brilli come cigni, occorre ricordarsi che ci sono anche specie di uccelli, come le aquile, fatti per librarsi alti in solitaria.

E tu, dove ti collochi fra estroversi, introversi, outsider e otroversi?

L’OPPORTUNITA’ di ESSERE una PECORA NERA (al LAVORO)

Essere definiti una pecora nera non piace a nessuno. Questo perché il termine viene usato a pretesto per connotare negativamente decisioni e comportamenti di persone che si distinguono dalla massa, generando quindi vergogna alla famiglia, al team o all’organizzazione di cui fanno parte.

Tuttavia, ciò che la maggior parte delle persone non sa è che ci sono diversi tipi di pecore nere:

–         quelle che si distinguono in un nucleo familiare o organizzativo disfunzionale o tossico

–         quelle che non si conformano a una dinamica familiare o aziendale sana

–         quelle che sono semplicemente diverse dal nucleo familiare e professionale in generale.

E già solo da questa classificazione si capisce che non tutte le pecore nere vengono per nuocere. Scherzi a parte e senza entrare in ambito analitico (e men che meno nella psicopatologia), la riflessione che voglio generare con questo primo articolo del 2025 è sull’utilità che gli outsider hanno nel nostro quotidiano professionale. Poiché trovo curioso che vengano accusati di provocare imbarazzo, anziché sia chi lo prova a chiedersi il perché…

Posso dire di esserlo. Non sempre, non solo. Talvolta meno di quanto vorrei. Ho fatto tante scelte coraggiose, bollate come insensate. Mi sono sentita dare della kamikaze (quando ho lasciato la carriera di docente universitaria per la libera professione), dell’egoista (quando ho scelto la ricerca anziché un posto fisso in una realtà pubblica), dell’ossessiva (quando in giovane età mi alzavo alle 5 del mattino per allenarmi prima di andare a scuola allo scopo di entrare in nazionale), della persona arida (quando optavo per i turni notturni nel week end per avere più tempo libero in settimana per prendermi una seconda laurea) ecc, ecc.

Raramente mi è stato chiesto il motivo delle scelte difficili. Era più facile etichettarmi… Quante volte mi sono sentita dire “tu sei diversa, non sai divertirti”. Forse è così. Sul divertirsi ho molto da imparare, anche se per me un buon libro o imparare e cimentarmi in cose nuove è un piacere irrinunciabile. Forse, in virtù dei fine anno, quando si tirano un po’ le somme, mi è sembrato un buon motivo spendere sulle pecore nere, me compresa, qualche parola.

La vita è più facile per una pecora bianca

Essere una pecora nera in un mondo pieno di pecore bianche può essere demotivante. La società incoraggia a comportarsi da pecore bianche e molti fingono di esserlo perché semplifica loro la vita in molti modi. Eppure, riconoscere e accettare la propria natura dà almeno una grande ricompensa: consente di ottenere e vivere più cose che si desiderano. Posso dire che la maggior parte delle volte che mi sento profondamente soddisfatta è quando faccio le scelte giuste per me, non quelle che gli altri ritengono giuste per me. E questo dettaglio non è semplice semantica!

Lavorare il doppio

Proprio così. Chi mi conosce sa quanto ho faticato per poter portare avanti le mie idee, con lavori diversi da mettere in equilibrio, che per tanti sembravano antitetici e distanti e io vedevo, a ragione, come una sovrapposizione estesa tra i ruoli poiché ciò che insegnavo e ricercavo accademicamente equivaleva a ciò che mettevo in atto imprenditorialmente.

La vita è più appassionante quando sei una pecora nera

Come ho fatto a sopportare notti insonni, turni massacranti e poche occasioni di svago e divertimento? Semplicemente perché sono profondamente appassionata dalla mia carriera da “pecora nera”. Quindi, anche quando non ho intenzione di lavorare in un giorno particolare, spesso non posso fare a meno di fare qualcosa direttamente o indirettamente correlato al mio lavoro. Difficilmente ciò che faccio si fa (solo) dovere.

Sacrifici

Accettare di essere una pecora nera, significa anche accettare di vivere in un modo più libero ma anche più umile, meno esuberante, almeno inizialmente. Perché? In un mondo governato da pecore bianche, tutte le pecore che sono bianche tendono a essere ricompensate in modo più generoso e affidabile delle pecore nere non convenzionali e anormali.

Osa essere antipatico

Se scegli di vivere la vita come una pecora nera, una cosa è certa: non sarai amato dalla maggior parte delle persone. Le pecore nere sono, per definizione, i membri stravaganti di una famiglia o di una società che non si allineano con gli altri. Sono casi anormali che si discostano dalla norma. Lo spiega bene la curva di adattamento all’innovazione di Everett Rogers:

  • Nel mondo degli affari e della società, le pecore nere sono spesso gli innovatori che guidano il cambiamento e si rifiutano di adattarsi (2,5%).
  • Le uniche altre persone a cui piace ciò che fanno questi pionieri sono i primi utilizzatori (13,5%), che favoriscono allo stesso modo il progresso e il cambiamento e li supportano approvando e parlando del lavoro degli innovatori.
  • Il restante 84% delle persone non ama i cambiamenti e ti considera una pecora nera innovativa, con un certo divertimento (maggioranza iniziale, 33%), un leggero fastidio (maggioranza tardiva, 33%) o una grande disapprovazione (ritardatari, 18%).

Quindi vivere e lavorare come una pecora nera innovativa (non solo per il piacere di essere una pecora nera, ovviamente) richiede il coraggio di non piacere ad almeno metà delle persone che incontri. Ma se cerchi di piacere a tutti, finisci per non piacere a nessuno, men che meno a te stesso. Quindi, concentrati sul viaggio, non sulla destinazione.

CONCLUSIONE

Non occorre essere una pecora nera per essere felici e realizzati. Basta essere sé stessi, a prescindere da cosa dicono e vogliono gli altri (per noi). Questo non vuol dire andare contro tutto e tutti, ma essere sufficientemente focalizzati da ascoltare ma poi decidere da soli su ciò che è importante per noi. Ricordandosi che il riconoscimento siamo noi a darcelo e nessun altro. Insomma, essere una pecora nera dovrebbe essere vista come un’opportunità e non come un errore!