UFFICI OPEN SPACE ADDIO: TROPPE DISTRAZIONI, STRESS e MALATTIE

Nati nel 1964, gli uffici “senza divisioni” e a lungo elogiati come soluzione ai problemi del lavoro moderno, facilitatori della collaborazione e garanti della uguale informazione di tutti i colleghi, sembrano aver perso l’appeal di un tempo. E sempre più studi ne mostrano l’inefficacia.

Fra le ricerche più note, quella condotta in diretta tv in “The Secret Life of Buildings” (UK): secondo i test del neuroscienziato Jack Lewis, il lavoro negli open space riduce le prestazioni aziendali del 32% e fa diminuire la produttività del 15%. Prima responsabile è la distrazione, che si insinua negli impiegati portandoli a pensare a tutto meno che agli obiettivi di lavoro.

Lewis ha condotto gli esperimenti davanti alle telecamere, chiedendo ai volontari – tra cui volti noti della tv – di trascorrere una mattinata in ufficio indossando una cuffia per il rilevamento delle onde cerebrali. Dai risultati è emerso che i cervelli delle persone impegnate in un open space vagavano più distrattamente degli altri.

“Gli uffici aperti – spiega Lewis – sono stati progettati per permettere ai lavoratori di collaborare meglio, muoversi più facilmente e scambiarsi opinioni e soluzioni. In realtà non funziona così. Se ti stai concentrando su qualcosa ma all’improvviso un telefono suona intorno a te e qualcuno comincia a parlare, la tua attenzione si perde e devi ricominciare da capo. Il cervello risponde alle distrazioni continuamente, anche se lì per lì non ce ne rendiamo conto”.

Secondo un altro studio condotto al Politecnico di Bari, a far perdere la concentrazione sono prima di tutto le voci dei colleghi (31%), poi i telefoni (27%), gli impianti di condizionamento (15%), le macchine da ufficio (13%) e rumori esterni (13%).

Ulteriori studi (di DeMarco e Lister) hanno dimostrato che gli open space non solo riducono la produttività ma danneggiano la memoria, rendono le persone più esposte alle malattie (maggiore rischio di contrarre l’influenza, avere la pressione alta e alti livelli di stress), più ostili, scarsamente motivate e insicure.

Eppure le intenzioni di Propst (l’inventore dell’open space) andavano in tutta altra direzione: gli open space avrebbero garantito la privacy senza ricorrere ai muri, fornendo a ciascun impiegato un proprio spazio da personalizzare sia in orizzontale, con la scrivania, sia in verticale, attaccando fogli e poster sulle pareti posticce. La parola d’ordine del suo “spazio lavorativo aperto” era “a portata di mano”, concetto che col passare del tempo è stato snaturato riducendo questi ambienti futuristici ad alveari composti da tante piccole celle l’una attaccata all’altra.

SCOPRO chi SONO con l’ENNEAGRAMMA. Prof KEATING – 7 (sociale)

Chi non si è appassionato all’anticonformista, carismatico e creativo professore di letteratura inglese, John Keating ne l’Attimo fuggente?

Interpretato da Robin Williams, Keating giunge nell’elitaria Welton Academy sulle colline del Vermont, per assecondare un sogno: insegnare. Passione che lo ha privato degli affetti, degli agi e di tutto ciò che fino a quel momento aveva rappresentato la sua vita, per rimanere confinato in una stanza dall’arredo spartano, essenziale quasi monastico “affinchè nulla mi distragga”.

Il suo modo di insegnare è controverso e presto finisce con lo sconvolgere l’ordine accademico fondato su disciplina, rigore, tradizione. Sette studenti, più di altri, seguono Keating con interesse, fondando la “setta dei poeti estinti”, riunendosi la notte, in una grotta, a decantare versi, a comporne di nuovi, a vivere di oratoria e retorica alla maniera dei filosofi. Fino alla tragica morte di Neil, uno dei sette, a causa del padre di quest’ultimo incapace di accettare la passione per la recitazione del figlio e la cui responsabilità verrà fatta inesorabilmente cadere su Keating, costretto poi a lasciare la scuola.

Keating durante le lezioni invita gli studenti a strappare l’introduzione di un libro di poesie che proponeva un modello matematico per misurare la grandezza di un componimento. Keating che professa il pensiero libero, non può adeguarsi agli indottrinamenti moralistici ma vuoti che la Welton Academy esige. Il prof non nasconde la propria convinzione di essere un maestro unico, forse il migliore. Ha un sottile narcisismo, tenuto in equilibrio da una sana ironia con cui interpreta passi letterali e narrazioni di altri tempi.

Non si mette mai in discussione però, nemmeno quando il preside lo riprende invitandolo a seguire il metodo classico di insegnamento. Nemmeno di fronte al suicido del suo allievo. Si affrange, questo sì, ma l’idea che il pensiero libero sia l’unica via, rimane in lui inattaccabile. Combatte inesorabilmente, inseguendo i propri sogni, contro una società in cui vorrebbe il pensiero incasellato, incatenato e con il cuore spento. Senza arrendersi mai.

Nel finale gli allievi, lo salutano citando Withman “capitano, mio capitano!, e Keating lascia a malincuore, pur certo di aver instillato in loro un cambiamento.

Il personaggio rappresenta in pieno l’enneatipo 7 sociale, colui che si immola al sacrificio per ciò che ritiene sia il bene degli altri. L’egoismo di questa tipologia si nasconde dietro un atteggiamento amichevole. Ha la consapevolezza di avere un destino capace di cambiare la storia. E’ un perfezionista, si sente superiore, migliore degli altri. E’ predisposto all’aiuto; ha la spinta a sacrificare tutto in nome di un ideale, eppure come già si evidenzia in Keating, il 7 sociale è anche un narcisista in quanto si aspetta un riconoscimento.

Il 7 sociale tende a comportarsi bene per nascondere il suo desiderio, profondo, di sfruttare e trarre vantaggio dagli altri. Senza i quali non potrebbe esercitare questo sano egoismo.