In DIFESA dell’ECCESSO di CONDIVISIONE

Siamo sommersi dall’eccesso. Con tutte le conseguenze e i condizionamenti che questo comporta. Ma, non sempre, il troppo è negativo. Almeno quando si tratta di condividere sensazioni e vissuti emotivi.

La vera minaccia per le nostre relazioni, il lavoro e la famiglia non deriva dal dire troppo, ma dal dire troppo poco – secondo Leslie John docente alla Harvard Business School -. Pensiamo a una giornata qualunque, è facile sentirsi irritati, magari dopo una riunione, ma non diciamo nulla. Non replichiamo a un commento che ci ha ferito, fattoci da un amico, a cui neanche chiediamo il perché. Sentiamo che la motivazione al lavoro scema, ma non lo diciamo chiaramente, forse nemmeno a noi stessi”.

Difficile non essere d’accordo. Spesso, infatti, non dire nulla, pare la decisione migliore, più pragmatica. Così andiamo avanti e… basta!

Siamo solo diventati iper vigili, attenti a non condividere troppe informazioni, scivolando in una cultura che ne condivide troppo poche. Quasi in inno al politicamente corretto che di corretto ha molto molto.

Facciamoci caso: ci preoccupiamo di non dire la cosa sbagliata, di non oltrepassare un limite invisibile o di mettere, gli altri, a disagio. Molto più spesso tratteniamo informazioni che potrebbero chiarire le intenzioni, riparare malintesi o rafforzare la fiducia.

Confondiamo la moderazione con la saggezza e il silenzio con la neutralità.

Raramente prendiamo in considerazione l’idea che condividere una verità personale sia un’opzione. E quando lo facciamo, tendiamo a considerarla in modo sbilanciato. Sopravvalutiamo i rischi e sottovalutiamo i benefici.

Se hai dubbi al riguardo, immagina di stare valutando se dire a un amico che il suo commento ti ha ferito. Cosa ti viene in mente subito? Forse temi che possa mettersi sulla difensiva, sentirsi a disagio o pensare che tu sia ipersensibile o rompiscatole. Queste possibilità sono vivide e facili da immaginare.

È invece meno probabile che ciò che ti venga in mente sono i rischi del silenzio: risentimento persistente, distanza emotiva o una serie di incomprensioni che lentamente erodono la relazione. Allo stesso tempo, spesso dimentichiamo i potenziali vantaggi dell’apertura, tra cui maggiore fiducia, sollievo e vicinanza.

Nello studio ventennale condotto alla Harvard Business School, questo schema è sorprendentemente coerente. Quando alle persone viene chiesto di riflettere se aprirsi su qualcosa di personale o delicato, la loro attenzione si concentra istintivamente sui rischi. Altre considerazioni, come i costi del silenzio o i possibili benefici della condivisione, tendono a non emergere a meno che le persone non vengano esplicitamente sollecitate. Anche in questo caso, quando si chiede loro di classificare ciò che conta di più, la stragrande maggioranza attribuisce ai rischi della condivisione un posto di gran lunga superiore a tutto il resto.

In altre parole, anche quando ci rendiamo conto che decidere di condividere o meno è in effetti una decisione, non diamo a entrambe le opzioni un giusto ascolto.

Questa distorsione ha una ragione. I costi sociali della condivisione sono spesso immediati e viscerali: una smorfia, una pausa imbarazzata, un fugace sguardo di disagio. Quei momenti incombono e ci insegnano rapidamente cosa evitare. I benefici, al contrario – presupposti corretti, maggiore fiducia, sensazione di essere conosciuti – tendono a manifestarsi silenziosamente e nel tempo. Sono più difficili da percepire sul momento, il che li rende facili da sottovalutare.

C’è un altro aspetto che rende le decisioni di condivisione particolarmente difficili: i loro esiti raramente sono tutti buoni o tutti cattivi. Una apertura può far rabbrividire qualcuno e fargli acquisire maggiore fiducia. Può sembrare imbarazzante o fuorviante sul momento, ma comunque svolgere un ruolo importante nella relazione. Ma non proviamo la fiducia in modo viscerale come proviamo il disagio. E così impariamo a temere il segnale sbagliato.

Se facessimo una indagine retrospettiva, facilmente ci renderemmo conto di quanto spesso, momenti che all’epoca, sembravano imbarazzanti si siano rivelati, col senno di poi, molto più importanti della raffinata compostezza per cui un tempo ci congratulavamo con noi stessi. Il problema non è che condividevamo troppo. Era che condividevamo troppo poco, troppo tardi, o per niente.

È qui che il dibattito sulla condivisione eccessiva ha preso una piega sbagliata. Consideriamo la capacità di rivelare qualcosa come un tratto della personalità: qualcosa che si ha o non si ha. O si è “il tipo di persona che condivide troppo“, o non lo si è. Ma rivelare con saggezza è un’abilità. E come ogni abilità, si migliora con la pratica, il feedback e la riflessione.

Per la maggior parte delle persone, migliorare questa abilità non significa trasformare ogni interazione in una confessione. Significa rivelare un po’ più di quanto si farebbe normalmente: spiegare una reazione invece di trattenerla, condividere un limite invece di lasciare che gli altri fraintendano, dare un nome all’incertezza invece di proiettare una sicurezza che non si prova. Questi non sono grandi atti di vulnerabilità. Sono piccoli gesti calibrati che rendono la nostra vita sociale più fluida.

Considerare la condivisione come un’abilità la rende anche meno spaventosa. Le abilità si possono apprendere. Si possono adattare. Si possono fare in modo imperfetto senza essere disastrose. E forse la cosa più importante è che apprezzarne i benefici di solito richiede di praticarla davvero. Il silenzio non ci insegna mai cosa sarebbe potuto succedere se avessimo parlato. Solo la condivisione lo fa.

L’eccesso di condivisione è visibile. Viene deriso. È facile da denunciare. La condivisione insufficiente spesso non lo è, e i suoi danni si accumulano lentamente, sotto forma di distanza, sfiducia e occasioni mancate di comprendersi a vicenda. Non abbiamo bisogno di una cultura di trasparenza radicale o di esibizionismo emotivo. Ciò di cui abbiamo bisogno è una maggiore consapevolezza dei rischi del silenzio e la disponibilità a rivelare un po’ più di quanto ci sentiamo a nostro agio.

Né INTROVERSI né ESTROVERSI: ecco gli «OTROVERSI», COLORO che PENSANO fuori dal CORO

Se qualcuno vi dà dell’otroverso, vi sta facendo un complimento.

L’otroverso è infatti colui che non essendo né soggetto alle regole implicite di un gruppo, né influenzato dal pensiero di massa, è libero di pensare in modo unico, nonchè capace di adattarsi a situazioni che cambiano, senza il timore di sovvertire le nozioni collettive di ciò che è giusto o buono.

OTROVERSIONE: DI COSA PARLIAMO?

Due sono i tipi di personalità con cui siamo più abituati a confrontarci: gli introversi che si ricaricano in solitudine e gli estroversi che traggono energia dalla folla. Ne esiste però una terza, gli otroversi, persone che non solo non sentono il bisogno di aderire fedelmente alla identità di un gruppo, sia una squadra, un club, un partito politico o qualsiasi altra forma di collettività, ma che di fronte a parole quali riti di iniziazione, giuramenti, simboli di appartenenza, non hanno alcuna risposta emotiva.

L’otroverso è quindi una personalità equilibrata in grado di connettersi con gli altri senza dissolversi nel gruppo. Né chiuso né esuberante, è un pensatore indipendente e originale che vive in armonia con sé stesso e sceglie le proprie interazioni umane con accortezza, riuscendo a mantenersi lucido nel suo modo di essere socievole.

A coniare il termine è lo psichiatra americano Rami Kaminski, nel libro The Gift of Not Belonging. “Nasciamo tutti otroversi, prima che il condizionamento culturale dell’infanzia consolidi le nostre affiliazioni con varie identità e gruppi”, spiega Kaminski sul New Scientist.

Composto dal prefisso spagnolo otro “altro” e dal suffisso vert dal latino vertere, “rivolgere”, descrive le persone che non sono completamente rivolte né verso se stesse (introverse) né verso gli altri (estroverse), ma tendono a guardare, in un’altra direzione rispetto al resto del mondo.

Lo psichiatra vede nell’otroversione la capacità di abbracciare la propria complessità, di brillare pur rimanendo ancorati alla realtà, senza esaurirsi. In sostanza, l’otroverso è un individuo che cerca un’autenticità non necessariamente conforme alle categorizzazioni classiche e in grado di valorizzare tanto l’indipendenza del pensiero quanto la profondità delle relazioni. Indipendenti emotivamente, non teme il rifiuto del gruppo, e nemmeno ne cerca l’approvazione.

Mostra una preferenza per le cene individuali rispetto a quelle numerose e spesso si trova impegnato in conversazioni profonde con una sola persona. Preferisce completare le attività di lavoro in modo indipendente e reputa tradizioni e rituali, come feste in ufficio, cerimonie di laurea o festività religiose, difficili e sconcertanti.

OTROVERSIONE: UN BENE O UN MALE?

Secondo Kaminski, la personalità otroversa è quella con le maggiori possibilità di avere successo nella società attuale, iperconnessa e animata dalla condivisione compulsiva, perché, grazie alla sua capacità di selezionare le relazioni, è in grado di creare un equilibrio tra il tempo destinato a queste ultime e quello da dedicare a sé stesso.

Rispetto a estroversi e introversi, gli otroversi si collocano al di fuori di questo spettro perché sono orientati lontano dal gruppo. Gli introversi traggono forza dalla solitudine e dalla riflessione interiore; gli estroversi dall’interazione e dall’azione. Gli otroversi non essendo governati dal costante bisogno di piacere, non guardano mai agli altri per misurare il valore delle loro scelte, al contrario di quanto succede agli estroversi che prendono energia proprio dall’essere parte di quell’identità collettiva che, riconoscendoli come persone carismatiche, permette loro di brillare.

Non sono neppure da confondere con gli outsider, i solitari sociali. Gli otroversi sono infatti «solitari emotivi», si sentono cioè più soli quando sono circondati dagli altri. Il gruppo tende ad accoglierli volentieri, anche perché sanno essere molto empatici (la loro abilità di distinguere tra la prospettiva dell’altro e la propria li rende radicalmente non giudicanti), sono loro che non ci vogliono stare.

BAMBINI OTROVERSI

Non sono difficili da riconoscere. Sono quei bambini che, in un ambiente nuovo, hanno bisogno di essere stimolati a unirsi e giocare con gli altri. In realtà preferiscono interagire con i genitori dei bambini. Mostrano un livello di maturità superiore alla loro età e la loro disinvoltura con gli adulti li rende popolari tra i “grandi”.

Sebbene siano socialmente popolari e apprezzati per la loro arguzia e intelligenza, i bambini otroversi potrebbero evitare le attività di gruppo che si formano all’interno dei gruppi di pari. Sono indifferenti alle gerarchie sociali e sentono poco il bisogno di conformarsi alle aspettative sociali. Inoltre, non si annoiano stando da soli e, anzi, hanno bisogno di tempo per riprendersi dopo essere stati in contesti sociali. Questa preferenza per il tempo personale è una delle caratteristiche distintive di un bambino otroverso e può spesso essere erroneamente interpretata come un comportamento isolante.

Sono inoltre empatici e generosi,  in sintonia con i bisogni degli altri e sensibili alle interazioni individuali. Grazie alla loro capacità di pensare criticamente alle conseguenze, sono spesso cauti e resistenti alla pressione dei coetanei. Tendono a evitare comportamenti rischiosi che altri bambini potrebbero adottare semplicemente per adattarsi.

Per supportarli, genitori, insegnanti, adulti, anziché cercare di cambiare queste caratteristiche, devono comprenderle. Incoraggiare le amicizie individuali, offrire l’opportunità di costruire relazioni profonde e significative con uno o due coetanei, celebrare i loro tratti unici, apprezzando i punti di forza, come indipendenza, avversione al rischio e autosufficienza emotiva.

CONCLUDENDO…

Essere otroversi è una caratteristica cognitiva, inscritta nel funzionamento del nostro cervello. Un po’ come non forziamo più un mancino a scrivere con la mano destra, dovremmo iniziare a smettere di cercare di “aggiustare” gli otroversi insistendo perché si conformino. Così, come i mancini possono vivere tranquillamente in un mondo di destri, anche gli otroversi possono trovare il loro spazio in una società dell’appartenenza», soprattutto da adulti, quando le pressioni «tribali» diminuiscono e possono accettarsi così come sono, sentendosi finalmente liberi dalla tremenda pressione sociale imposta dall’appartenenza a un gruppo e godendo della propria ribellione interna”, Suggerisce Kaminski.

Sebbene il mondo cerchi di inserirci tutti all’interno di uno stormo, sia che ci si senta brutti anatroccoli sia che si brilli come cigni, occorre ricordarsi che ci sono anche specie di uccelli, come le aquile, fatti per librarsi alti in solitaria.

E tu, dove ti collochi fra estroversi, introversi, outsider e otroversi?

MADMAN THEORY, la STRATEGIA del PAZZO in POLITICA e in AZIENDA

C’è chi evita con tutte le proprie forze l’imprevedibilità e chi invece la usa consapevolmente per influenzare e manipolare la politica interna ed esterna di un Paese. O di un’organizzazione.

Si tratta di strategia. Tutt’altro che nuova. Dove minacce estreme, cambi di rotta (politici) improvvisi e una comunicazione confusa, vengono usati per confondere gli avversari (collaboratori, stakeholders e shareholders) e aumentare l’influenza di chi la attua.

Ecco a voi la Madman Theory o Teoria del pazzo.

Strategia che torna ciclicamente a far parlare di sé, non solo nelle analisi di politologi e analisti politici ma attraverso comportamenti irrazionali, rotture di schemi, minacce estemporanee seguite da fatti che le smentiscono, mascheramento delle reali intenzioni dietro azioni non convenzionali, dichiarazioni assurde e provocazioni incendiarie di personaggi di spicco, quali Vladimir Putin, Kim Jong-Un, Nikita Chruscev, Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Donald Trump.Solo per citarne alcuni.

O come sottolineano gli strateghi della Guerra Fredda Daniel Ellsberg e Thomas Schelling – “far intendere la possibilità a intraprendere azioni estreme può aiutare a influenzare le decisioni degli avversari, aumentando i timori di un’escalation”.

MADMAN THEORY: ORIGINI

La Madman theory ha radici storiche che risalgono a Machiavelli, ma è strettamente associata a Richard Nixon che, in qualità di presidente entrante, la applicò per spiegare il suo approccio nel tentativo di forzare la resa del Vietnam.

Frustrato dall’incapacità di ottenere risultati rapidi e certo che i suoi diretti avversari, Vietnam e Unione Sovietica, fossero sicuri della prevedibilità americana, decise di cambiare le regole del gioco. L’obiettivo era far credere ai leader nemici di essere disposto a tutto, persino a osare l’impensabile, utilizzare il nucleare, per ottenere ciò che voleva. Inseguendo la logica secondo cui un nemico che percepisce un leader instabile e irascibile, è più incline a cedere alle sue richieste piuttosto che rischiare un’escalation catastrofica.

GIOCO DEL POLLO E DILEMMA DEL PRIGIONIERO

La Madman Theory è strettamente legata al Chicken Game (Gioco del pollo), una variante del dilemma del prigioniero nella teoria dei giochi. Questo gioco prevede due giocatori che si sfidano in una situazione di confronto diretto, come guidando a tutta velocità l’uno verso l’altro su una strada. Ogni giocatore ha due scelte: sterzare (rinunciare) o mantenere la direzione (sfidare).

  • Se entrambi sterzano, nessuno perde molto, ma la loro reputazione ne risente.
  • Se uno sterza mentre l’altro continua, chi mantiene la rotta vince, mentre chi sterza subisce una sconfitta.
  • Se nessuno sterza, entrambi si schiantano, subendo le conseguenze più gravi.

La Madman Theory si colloca in questo contesto: simulando irrazionalità, un giocatore può convincere l’altro che non sterzerà mai, forzandolo a cedere. Questo rende la minaccia più credibile e può portare a un vantaggio strategico. Tuttavia, il rischio è altissimo: se l’avversario non crede alla simulazione o decide comunque di sfidare, le conseguenze possono essere catastrofiche.

Il senso è semplice:

la credibilità di una minaccia è determinante per influenzare le decisioni dell’avversario. Se un leader appare disposto a rischiare tutto, pur di perseguire il suo scopo, le sue minacce diventano più convincenti.

PRO E CONTRO DELLA MADMAN THEORY

IMPREVEDIBILITA’. Il leader che appare irrazionale o disposto a tutto, costringe gli avversari a ripensare le proprie mosse: se non si può prevedere la reazione di una potenza militare, il rischio di una provocazione o di un’escalation diventa troppo alto. Questo influisce nelle risposte del nemico, portato a moderare le proprie azioni o ad accettare negoziati più vantaggiosi per la controparte, anche a fronte di compromessi per lui negativi.

Simulare imprevedibilità può ampliare lo spazio negoziale solo se gli avversari credono che certi limiti non esistano. Nixon, sperava che facendo credere di poter realmente ricorrere alle atomiche, il Vietnam si sarebbe affrettato a negoziare la pace alle condizioni favorevoli per gli Stati Uniti.

L’imprevedibilità funziona solo se è strategica, non progettata al momento.

EFFETTO SORPRESA E TIMORE DELL’IGNOTO. Sono strumenti di potere nella negoziazione, ma aumentano le possibilità di reazioni sproporzionate per paura, innescando un’escalation involontaria.

CREDIBILITA’. L’atteggiamento del folle funziona solo se eccezionale. Nixon appariva pericoloso agli avversari perché il sistema americano appariva controllato. Il suo comportamento apparentemente irregolare era eccezionale in un contesto di ordine burocratico. Se viene protratta nel lungo termine può diventare un boomerang. Non dimentichiamo che un leader che appare fuori controllo perde il sostegno e la stima popolare e degli alleati.

In breve, la teoria del folle, è un gioco d’azzardo ad alto rischio: può funzionare in casi eccezionali, ma il margine di errore è estremamente ridotto. E si può capire che funziona, se si soddisfano tre obiettivi:

Disorientare gli avversari: costringendoli a prendere decisioni caute o a evitare il confronto diretto;

Fare da leva negoziale: portare a credere di essere pronti a tutto, anche ad azioni estreme, per spingere gli avversari a fare concessioni;

Ottenere un effetto deterrente: generare paura dell’irrazionalità può scoraggiare azioni aggressive contro un leader che viene visto come instabile.

LA MADMAN THEORY HA FUTURO?

La Madman Theoryè la strategia a cui è spesso ricorso Donald Trump in politica estera, come dimostrano le scelte imprevedibili e irrazionali, finalizzate alla destabilizzazione. Vedi la gestione dell’Iran e della Groenlandia dove sono state fatte minacce e promesse inconsistenti o pericolosamente provocatorie.

Nel caso iraniano, le pressioni, compresi gli attacchi militari, sono stati esercitati senza definire chiaramente dove l’escalation avrebbe portato.

Per la Groenlandia, le minacce coercitive rivolte all’alleato hanno solo messo a dura prova la NATO senza ottenere alcun rispetto. In nessun caso l’imprevedibilità si è tradotta in una leva finanziaria duratura. Al contrario, ha generato incertezza su obiettivi e limiti: di fronte alle minacce degli Stati Uniti sui dazi, l’India ha rafforzato i legami con la Cina, e la Russia ha interpretato l’ambiguo segnale di Trump sull’Ucraina come un via libera per proseguire la sua campagna per la conquista del Donbass.

Kim Jong-un, usa la minaccia nucleare, con i suoi test o i suoi proclami, per proteggere il suo regime e ottenere vantaggi economici.

Per rispondere alla domanda, la Madman Theoryè una strategia efficace solo in un contesto in cui viene sottovalutata in termini politici, contesto in cui è in grado di generare una prima risposta istintiva e dal ridotto margine di alternative.

In una comparazione benefici-svantaggi, è poco efficace e incontrollabile, con potenziali effetti collaterali tutt’altro che trascurabili. L’allontanamento del consenso popolare, i rischi primari di un’escalation associati alla sua messa in atto, la mancanza di un controllo preciso, la reputazione di un Capo di Stato che si riflette su una nazione, sono gli immediati fattori negativi attribuibili a questa strategia.

Contesti in cui può ancora avere uno scopo strategico, è invece l’ambiguità strategica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan: è incerto se Washington interverrebbe militarmente in caso di attacco da parte di Pechino, scoraggiando l’immobilismo di una qualsiasi delle parti in causa in un’escalation automatica. Questa parte dell’approccio del folle rimane efficace. Ma ciò che non funziona più è la volatilità slegata da obiettivi chiari e limiti visibili.

La teoria del pazzoè stata concepita per un mondo rigido e regolato da regole. È meno efficace dove la politica odierna appare più caotica. In un mondo globalizzato, simulare irrazionalità può avere conseguenze pericolose. La volatilità dei mercati finanziari, la proliferazione di conflitti locali e l’instabilità globale rendono questa strategia una miccia potenzialmente esplosiva; sia in geopolitica, sia in economia.

In un editoriale pubblicato su Bloomberg, lo spunto per questo post, Andreas Kluth sottolinea come i risultati dell’applicazione della teoria del pazzo non siano stati esaltanti. Nel 1969 “nè i russi, nè i nordvietnamiti mossero un dito di fronte alle azioni provocatorie degli statunitensi”. Editoriale che vi invito a leggere se volete approfondire il tema.

CONCLUSIONE

Per quanto azzardata, la teoria del folle non si può limitare, a mio avviso, al solo ambito geopolitico. Ha molto a che fare con i comportamenti di alcuni leader di culture tossiche. Nelle organizzazioni, i rischi più impattanti riguardano la paura, l’incertezza e la mancata sicurezza. E a me ricorda molto alcuni tratti della madman strategy, con le dovute proporzioni.

Cosa ne pensate?

Riferimenti bibliografici

Andreas Kluth, Trump Plays Chicken With the Madman Theory, Bloomberg, 17 dicembre 2024

Roseanne McManus, The Limits of the Madman Theory. How Trump’s Unpredictability Could Hurt His Foreign Policy, Foreign Affairs, 24 gennaio 2025

La Madman Theory: da Machiavelli a Trump?, Ekonomia.it, 3 gennaio 2025

Roseanne W. McManus, Revisiting the Madman Theory: Evaluating the Impact of Different Forms of Perceived Madness in Coercive Bargaining, 13 settembre 2019, Security Studies, Vol 29,5, pp 976-1009

Joshua A. Schwartz, Madman or Mad Genius? The International Benefits and Domestic Costs of the Madman Strategy, Security Studies, Vol 32,2, 4 maggio 2023, pp 271 – 305

Pierre Hazan, Emmanuelle Hazan, Negoziare col diavolo. La verità sulla mediazione internazionale nei conflitti armati, Il Pellegrino, Roma 2025.

Gedi, Rivista italiana di geopolitica Limes, l’Ordine del caos, Vol 1 mensile 2025, p.39-121 parte I.

ANEMOIA: il BISOGNO di PROVARE NOSTALGIA verso ACCADIMENTI MAI VISSUTI

Ti è mai accaduto di desiderare un tempo che, in realtà, non hai mai vissuto?

Tecnicamente, questo bisogno si chiama #anemoia e indica la malinconia storica che vive solo nell’immaginazione, poiché non può essere sperimentata in prima persona.

Il termine si deve allo scrittore John Koenig che, in The Dictionary of Obscure Sorrows, lo definì come “nostalgia di un tempo che non hai mai conosciuto”. Una sorta di struggente nostalgia che, anziché prendere vita dai ricordi, nasce dai sogni.

A differenza della nostalgia comune, che riguarda il ricordo di esperienze vissute, l’anemoia si basa su esperienze prese in prestito. La sua origine etimologica deriva dal greco anemos (vento) e noos (mente), una dolce tristezza per tempi che conosciamo solo attraverso storie, fotografie, canzoni o ricordi che non ci appartengono.

Il termine nostalgia fu invece coniato da un medico svizzero nel XVII secolo per descrivere la nostalgia di casa vissuta dai mercenari che combattevano in luoghi remoti (dal greco ‘nostos’ –desiderio di tornare a casa e ‘algos’, dolore).

Due cose molto diverse.

ESEMPI DI ANEMOIA

Tutti abbiamo sperimentato l’anemoia spesso senza saperlo. Ascoltando, per esempio, una canzone dei Rolling Stone e trovandoci a immaginare cosa significasse vivere negli anni Sessanta; sfogliando una rivista di moda degli anni ’50 e pensando a quanto quell’abito ci avrebbe fatto sentire cool, visitando un castello e pensando alle persone che ci hanno vissuto.

I modi di sperimentare l’anemoia sono molteplici e tutti generano una sensazione nostalgica e al tempo stesso confortante. Non a caso, è un’emozione utilizzata nel marketing, per influenzare le decisioni di acquisto[1].

PERCHÉ ABBIAMO BISOGNO DI VIVERE QUESTA EMOZIONE?

Idealizzazione del passato. Possiamo essere portati a pensare che alcune epoche siano state migliori, e questo dà origine al senso di nostalgia quando pensiamo ad esse.

Influenza culturale. Moda, musica, letteratura, arte, eventi storici, ecc., possono far sentire una connessione, anche se questa influenza si basa su informazioni esterne e non su esperienze personali.

Disconnessione emotiva. Si potrebbe avere la sensazione di non essere adatti alla vita attuale e cercare rifugio emotivo nel passato, pensando che forse avremmo potuto essere più felici lì.

Ricordi condivisi: vecchie foto di famiglia, tradizioni, narrazioni, evocazioni possono farci sentire legati a ricordi che non ci appartengono direttamente.

COME DISTINGUERE FRA REALTÀ E IMMAGINAZIONE

Ci sono momenti in cui la nostalgia che caratterizza l’anemoia può influire sul benessere emotivo. Se passiamo più tempo a desiderare di vivere in un’altra epoca che a goderci il presente, potremmo finire per isolarci dalla realtà e perdere le opportunità che offre il qui e ora.

Come spiega uno studio di Emotion Review[2], la nostalgia per il passato può essere un’emozione sia positiva sia negativa. Nelle persone ottimiste e con un basso livello di solitudine, questa malinconia per ciò che non è stato vissuto può migliorare l’umore, rappresentando una forma di rifugio emotivo o una scintilla di ispirazione.

La chiave è accogliere il sentimento e non vederlo come una via di fuga. Possiamo utilizzarlo per sentirci confortati, come punto di riferimento per decorare l’ufficio, per trascorrere del tempo ascoltando vecchi dischi in vinile o per romanticizzare, a modo nostro, un’epoca che non abbiamo potuto vivere in prima persona.

ANEMOIA VS SAUDADE

Esistono parole in diverse lingue che tentano di descrivere la nostalgia. Saudade[3], per esempio, è un noto termine di origine portoghese che indica la nostalgia che si prova per qualcosa o qualcuno che non c’è più. È una malinconia per le cose del passato che abbiamo vissuto felicemente e che continuano a vivere nei nostri cuori.

Anemoia, pur essendo simile, non si concentra sui ricordi personali. In questo caso, non è necessario che le esperienze siano state vissute per far male. Tutto si basa su pensieri fondati sull’idealizzazione di un’epoca. Se la saudade nasce dal ricordo, l’anemoia nasce dal desiderio.

La parola gallesse Hiraeth si riferisce alla nostalgia di qualcosa che non si è mai avuto e il termine tedesco Sehnsucht al profondo desiderio di qualcosa di irraggiungibile. Questi ultimi si avvicinano molto al significato di anemoia.

ANEMOIA E POLITICA

Il filosofo Felipe De Brigard della Duke University insieme a scienziati e psicologi sociali si è chiesto qual fosse il ruolo che l’anemoia ha nell’ascesa di movimenti populisti, come il Make America Great Again negli Stati Uniti o le campagne Brexit nel Regno Unito.

In questo contesto, l’anemoia emerge quando la mente, influenzata da racconti e propaganda sul passato, crea una simulazione di tempi e luoghi mai vissuti, suscitando un desiderio di esperienze mai avute. Questo tipo di nostalgia potrebbe essere particolarmente forte se ci sentiamo insoddisfatti della situazione attuale. Aumentando così l’attrattiva verso politici e movimenti che promettono un ritorno ai “bei vecchi tempi”, anche se quei tempi sono solo un prodotto della loro immaginazione

CONCLUSIONE

Riflettendo sull’anemoia, ciò che più mi ha incuriosito è analizzare i contesti in cui la mente la cerca, come un balsamo ai mali del presente. Mi sono accorta che accade più di quanto si vorrebbe o se ne è consapevoli. Se per un po’ è utile al cervello, per staccare e vivere momenti piacevoli diversamente inaccessibili, se accade di continuo vale la pena analizzare quando accade. E chissà che non diventi anche un nudge per indurci a modificare ciò che non ci piace, così da vivere le esperienze in diretta e non solo in differita.

E voi, quanta consapevolezza avete delle volte in cui vi lasciate sprofondare nell’anemoia?


Fonti

[1] Kulczynski A., Hook M. (2024). Typography Talks: Influencing Vintage Anemoia and Product Safety Perceptions with Vintage Typography. Journal of Marketing, 88(4), 129-153.

[2] Geniusas S. (2025). Nostalgia for the Past, Present and Future. Emotion Review, 17(2), 131-134

[3] EU Academy. (2023). Saudade, is it a word, a feeling, a way of living? EU Academy.

BANKSYING, l’ABBANDONO SILENZIOSO che lascia FERITE profonde

Il BANKSYING è la forma più crudele di allontanamento (in coppia ma non solo). Ne ho scritto sul magazine STARBENE.

Scopri come riconoscere i segnali d’allarme e le strategie per sviluppare l’autonomia.

Buona lettura!

 

Vuoi STIMOLARE il CONFRONTO? Usa il COME invece del PERCHE’

Abbiamo la tendenza a iniziare le domande con “perché”.

Perché hai fatto questo, perché sei in ritardo, perché non ci hai pensato prima…

Abitudine che nasce dalla prima infanzia, quando si impara a conoscere il mondo. A scuola, poi, gli insegnanti tentano di stimolare la nostra curiosità, incoraggiandoci a sviluppare resoconti più approfonditi sul perché le cose accadono. Al lavoro, ci chiediamo perché un progetto è fallito o ha avuto successo per capire come e dove possiamo migliorare.

Il creatore del Toyota Production System, Taiichi Ohno, sosteneva che porre la domanda perché cinque volte di seguito portava a comprendere la radice di un problema (ingegneristico). Ma quando si tratta del comportamento umano, è più produttivo porre domande che iniziano con come anziché con perché.

Pensiamo alla risposta che daremmo se ci venisse posta la domanda: Perché lavori in questa azienda?

Ora confrontiamola con quella che daremmo se la stessa domanda ci venisse posta in questo altro modo: Come sei arrivato a lavorare in questa azienda?

Le domande che iniziano con perché portano l’interlocutore a spiegare, giustificare razionalmente le motivazioni di una scelta. Lavoro in questa azienda perché … è vicina a casa, mi pagano bene, gli orari si adattano ai miei impegni, ecc…

Al contrario, le domande che iniziano con come spingono verso risposte più vaghe, che spesso includono informazioni cruciali su storia, processi sociali e decisionali e incertezza.

Come sei arrivato a lavorare come medico in un grande ospedale?

Quando ero adolescente ho dovuto assistere mia sorella costretta a letto per una lunga malattia. Questo mi ha avvicinato alla medicina. Così quando si è trattato di scegliere cosa studiare in università non ho avuto dubbi e via dicendo…

Questa è una tipica risposta a una domanda come: anni di storia, riferimenti a persone influenti, momenti chiave, riflessioni su emozioni e processi di pensiero.

Per fare un esempio più ampio, anziché chiedersi “perché le donne continuano a guadagnare meno degli uomini a parità di lavoro”? ci si può chiedere “come si perpetua il divario retributivo di genere nelle organizzazioni”?

Rispondere al come impone di prendere in considerazione un’ampia gamma di processi a livello individuale, organizzativo e sociale. Nessuno di questi è necessariamente facile, ma il primo passo per affrontare un problema è identificarne correttamente la causa. Le domande come hanno maggiori probabilità di rivelare una moltitudine di complessi processi sociali interagenti rispetto a chiedersi perché, che incoraggia una spiegazione unitaria e spesso semplicistica.

Affrontare una domanda come potrebbe richiedere maggiore approfondimento, ma permette una comprensione più profonda del comportamento individuale e collettivo e, di conseguenza, crea le condizioni per identificare nuove opportunità, precedentemente ignorate, per intervenire e agire il cambiamento.

Questo tipo di approccio può funzionare anche per problemi più ampi. Quando ci chiediamo: “Perché i decisori promulgano politiche che sanno produrranno danni ambientali?”, le risposte immediate che ci vengono in mente sono del tipo: “sono avidi, … pensano solo ai loro interessi, ecc”.

Ognuna di queste risposte può fornire però solo una parte di una spiegazione, soffocando la curiosità di trovare una soluzione e collocando il potere al di fuori della nostra portata, nelle mani dei politici, dei leader aziendali o di una tecnologia.

Che si tratti di vite individuali, processi organizzativi o problemi sociali significativi, porsi sistematicamente domande come può generare un maggiore senso di azione, soprattutto in assenza di risposte chiare.

Anziché chiedersi perché la povertà persista, possiamo chiederci come fa una società ricca come la nostra a permettere a milioni di persone di soffrire la fame?

Anche se problemi sociali su larga scala sembrano molto distanti da noi e impossibili da gestire, chiedersi come siano nati implica identificare i processi specifici che hanno portato alla loro comparsa e persistenza.

L’obiettivo è individuare leve, punti di vista, alternative precedentemente non identificate, opportunità per creare approcci nuovi e consequenziali, anziché fermarsi a un giudizio parziale che porta da nessuna parte.

Ovviamente, ci sono contesti per i quali è appropriato chiedersi perché. Ma ricorrere alle domande perché quando si tratta del comportamento umano tende a tradursi in prospettive semplicistiche e unitarie. Porre domande come ha maggiori probabilità di rivelare processi complessi e comprendere come funzionano aumenta le possibilità di trovare nuove soluzioni.

La prossima volta che vi troverete in una conversazione in cui le risposte sembrano troppo semplici e generiche, provate a chiedere come. Il confronto sarà molto più stimolante e giudizi e lamentele si spegneranno da sole!

Il POTERE delle PAROLE sulle DECISIONI: effetto FLORIDA

Sono sufficienti poche parole per influenzare le nostre decisioni. È ciò che insegna l’l’Effetto Florida: uno dei più potenti esempi di priming.

Immagini, oggetti o parole che, all’interno di un contesto, influenzano il nostro comportamento, senza che ne siamo pienamente consapevoli.

Nel 1996, John Bargh, psicologo sociale alla New York University, ha testato quello che è noto come effetto ideomotorio, in base al quale un pensiero o un’immagine mentale provoca una risposta apparentemente automatica.

Nell’esperimento di Bargh, degli studenti sono stati sottoposti a un gioco: formare frasi semplici partendo da parole apparentemente non collegate tra loro, quali calvo, artrite, smemorato e Florida (destinazione di tanti pensionati americani…).

Al termine, fu chiesto ai ragazzi di trasferirsi in un’altra stanza percorrendo un lungo corridoio. In realtà, l’esperimento è iniziato solo in quel momento, con i ricercatori che cronometravano, all’insaputa degli studenti, il tempo dello spostamento.

Ciò che è accaduto è curioso quanto inaspettato, se non si conosce la forza dell’effetto priming. I ricercatori scoprirono che, coloro che avevano composto frasi a partire da parole che evocavano la vecchiaia, si muovevano in media molto più lentamente di quelli appartenenti a un campione di riferimento, che avevano ricevuto parole senza alcuna corrispondenza con la vecchiaia.

Si è poi scoperto, tramite ulteriori esperimenti, che l’effetto ideomotorio funziona anche al contrario. Se per un po’ camminiamo lentamente, diventeremo molto più efficienti nell’individuare in un testo delle parole correlate alla vecchiaia.

Ecco come è nato l’effetto Florida, e ciò che insegna:

il linguaggio può influenzare il nostro comportamento in modo meno consapevole di quanto pensiamo.

“Questo effetto innesca due cose nel corpo – spiega Bargh -. Anche se la parola “anziano” non viene usata in primo luogo, le parole legate alla vecchiaia innescano nella mente pensieri sulla vecchiaia. Questi pensieri innescano poi i movimenti lenti, la leggera curvatura o la camminata lenta associati alla vecchiaia. Chi è esposto a tutto questo non ne è nemmeno consapevole”.

Detto in altro modo: se anche non ne sei consapevole, gli stimoli che ti circondano orientano la tua mente, quindi le tue azioni, decisioni e comportamenti, il più delle volte senza nemmeno rendertene conto.

Effetto che può avere i suoi risvolti positivi, come i nudge dimostrano: ad esempio, se si vuole incrementare i voti su iniziative di finanziamento scolastico, è bene sapere che le persone saranno più propense a votare a favore se il seggio è ubicato in una scuola o in un ospedale[1].

Esperimenti diversi hanno dimostrato che anche già solo sottoporre i soggetti votanti a immagini riguardanti aule, lavagne e oggetti propri di una scuola, aumenta la loro adesione all’iniziativa. Anzi, le sole immagini hanno la capacità di attirare consensi più ancora dell’essere genitori di ragazzi in età scolare.

Chissà se, a questo punto, riesci a individuare qualche occasione in cui sei stato vittima dell’effetto Florida?


[1] Berger J., Meredith M., Wheeler C., Contextual priming: where people vote affects how they vote, Proceedings of the National Academy of Sciences 105(26): 8846-9 August 2008.

Mai Il GATTOPARDO fu tanto ATTUALE… a proposito di CAMBIAMENTI e VISIONI

A quarant’anni di distanza, ho riletto il Gattopardo, scoprendo una storia ben diversa da quella che ricordavo e molto più attuale di quanto sarebbe normale aspettarsi.

Dal finale, dove il principe Fabrizio di Salina condivide la sua visione del mondo: quello in cui ha vissuto; quello in cui vivrà, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi mille che annunciano il nuovo regime (i Savoia) e il dissolvimento del vecchio (i Borboni). In una frase: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.

All’affermazione di Tancredi, il nipote del principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Come allora, due frasi, quella del principe di Salina e del nipote Tancredi, ripropongono la rappresentazione dell’Italia di oggi, quella che si vive e si subisce, sublime congiunzione del peggio del “nuovo” che si coniuga con il peggio del “vecchio”.

Non distante da quanto scritto, nel 1971, da Leonardo Sciascia su “Il contesto”, dove il ministro dell’Interno istruisce l’ispettore Rogas: “…il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che si malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale; e specialmente se su quella poltrona (…) venisse ad accomodarsi il signor Amar. Ora la visione del signor Amar che da quella poltrona fa sparare sugli operai in sciopero sui contadini che chiedono acqua, sugli studenti che chiedono di non studiare: come il mio predecessore buonanima, e anzi meglio; questa visione, debbo confessarlo, seduce anche me”.

Seduzione torva e triste. Per raccontare l’opposizione che si fa oppressione peggiore di chi sostituisce; e per quel passaggio fugace: operai e contadini in sciopero per i loro diritti; e studenti che al contrario, lo fanno per derogare al loro dovere: quello di studiare.

Per comprendere l’Italia di oggi e di ieri, cinque sono a mio avviso i romanzi, spesso abusati e poco compresi di cui si fa pregio la letteratura scolastica: I promessi sposi di Alessandro Manzoni; I viceré di Federico De Roberto; I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, i tre moschettieri di Alexandre Dumas e Il Gattopardo.

Pubblicato nel 1958 il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non ha avuto vita facile. Facile da comprenderne il perché. Il principe contempla “in perpetuo scontento” la “rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività e ancor minore voglia di porvi riparo”. Emblematico il malumore provocato da una minuscola macchiolina di caffè sul panciotto e “il solito bigliettino color di mammola”: metafora di una classe al potere che si sgretola e frantuma, per cedere il posto a “nuovi/vecchi venuti che cambiano d’accento: la parlata siciliana è sostituita da quella savoiarda, cambiano i colori delle divise, ma arroganze, prepotenze, supponenze, ignoranze, miopie, ingordigie, non mutano; si sovrappongono”.

A suo tempo, Il Gattopardo, venne stroncato da Elio Vittorini che lo rifiuta due volte: da consulente editoriale di Mondadori prima, e da consulente editoriale di Einaudi poi. Nella lettera dove motiva le sue ragioni, si legge: “…per più di una buona metà, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del ‘giovin signore’ siciliano (la recita quotidiana del rosario, la passeggiata in giardino col cane Bendicò, la cena a Villa Salia, ‘il salto’ a Palermo dall’amante…”.

Lo rifiuta Alberto Moravia, che da critico cinematografico, esprime negativo giudizio sul film che ne ricava Luchino Visconti: “Solo lui, comunista aristocratico, poteva con tanta sottigliezza dosare il grado di scetticismo e di poetica nostalgia del principe di fronte alle questioni sociali e politiche dell’epoca”.

Lo stronca Palmiro Togliatti: Il Gattopardo è espressione di un’ideologia reazionaria, che non ha compreso nulla del Risorgimento, della rivoluzione proletaria, della lotta di classe, di Antonio Gramsci.

A cui fa seguito un curioso contrordine. Quando Il Gattopardo viene tradotto in Francia, dove è accolto benissimo. Per Togliatti Il Gattopardo diventa il romanzo del capitalismo destinato a essere seppellito dall’avanzata delle masse proletarie guidate dall’avanguardia rappresentata dal Partito.

A salvare il romanzo sono le persone di cultura liberale: Elena, una delle figlie di Benedetto Croce, trasmette il dattiloscritto a Giorgio Bassani, consulente della Feltrinelli. Carlo Bo ne scrive in termini entusiastici sul Corriere della Sera; il romanzo vince il premio Strega 1959; viene tradotto in tutto il mondo.

Eppure, per tornare alle sensazioni che mi ha regalato il romanzo, ci sono i dettagli, le abitudini salutari che l’educazione del tempo esigeva: come presentarsi a tavola, portare il cibo alla bocca, le parole da dire e quelle da ammorbidire, la gentilezza nei modi e l’eleganza nei movimenti. Qualcuno direbbe una farsa. E se invece fosse solo semplice educazione…

Difficile dunque non innamorarsi di quei tempi, nella speranza che se tutto deve cambiare, cambi sì ma in meglio, e a mantenersi uguale sia quell’aristocrazia nei modi e nelle maniere che oggi pare invece seppellita in nome di chissà quale libertà.

CAPTOLOGIA: la PERSUASIONE OCCULTA nel WEB

Influenza il modo in cui pensiamo e agiamo e ci aiuta a risolvere nuovi problemi attraverso nuove soluzioni. Ci ammalia, motiva e convince. Chi, cosa?

La captologia, quel territorio di indagine dove arte della persuasione e scienza dei computer si mescolano e che comprende la progettazione, la ricerca e l’analisi di prodotti informatici interattivi, come il Web, software per computer, smartphone e apparecchi specializzati, inclusi siti, applicazioni mobili e social network, creati allo scopo di cambiare atteggiamenti o comportamenti delle persone.

A coniare il termine, nel 1996, B.J. Fogg, direttore del Laboratorio di Tecnologia Persuasiva alla Stanford University, derivandolo dall’acronimo

La persuasione, nel senso della captologia, si riferisce a qualsiasi tentativo atto a provocare intenzionalmente, tramite l’interazione uomo-macchina, un determinato cambiamento volontarionelle idee e nei comportamenti, senza far uso di inganno o coercizione.

Sono esclusi quei cambiamenti che, pur avvenendo a seguito dell’interazione uomo- macchina, non sono stati voluti e intenzionalmente pianificati dal progettista.

L’idea della persuasione subliminale ha origine negli anni 50 con gli “inserti subliminali” nei cinema, poi screditata quando chi la lanciò ammise di aver falsificato le ricerche. L’attuale resurrezione del subliminale, questa volta su computer, si fonda su nuove evidenze dalle neuroscienze che hanno mostrato come, ad esempio, le parti del cervello deputate all’elaborazione del linguaggio si attivano di fronte a stimoli subliminali contenenti parole.

Non si possono non citare alcuni curiosi risultati.

Come quello condotto da M. Cavazza (Teesside University) in cui gli utenti usando al computer una simulazione 3D di un frigorifero, dovevano riempirlo con vari cibi. I ricercatori hanno tentato di influenzarne le scelte inserendo immagini subliminali di cibi. Quando gli utenti reagivano immediatamente dopo lo stimolo subliminale (entro 1 secondo), le loro scelte venivano effettivamente influenzate, mentre se passava più tempo l’effetto andava perso.

Gli stimoli ambientali, quali colori o odori, a cui non siamo soliti attribuire significati persuasivi, possono influenzarci, come hanno dimostrato due ricercatori olandesi, Cees Midden e Jaap Ham. Cambiare il colore delle luce ambientale in base a quanto elevato è il consumo risultante dalla programmazione del termostato, è una strategia efficace per ottenere comportamenti energetici più contenuti. Un’ottima applicazione di nudge, posso aggiungere.

Se invece si vuole persuadere in rete e raccogliere un numero ampissimo di followers?

La cosa più valida da fare (come ha dimostrato Genevieve Johnson dell’Università dell’Oklahoma) è:

– millantare un elevato livello di esperienza sul tema che si tratta

– esprimersi con la sicurezza e chiarezza di chi sa tutto (anche se non è così)

– atteggiarsi ad autorità indiscutibile, e quindi impossibile da contraddire

– e per rafforzare anche i più insensati ragionamenti, ricordate di citare qualche (sconosciuto) scienziato o (improbabile) pubblicazione scientifica.

Talvolta o forse troppo spesso purtroppo il Web riesce a dare credibilità anche a persone che non apparirebbero né esperte né autorevoli in un confronto pubblico faccia a faccia ed in tempo reale.

La VANITA’ di RACCONTARE CHI siamo

Scrivere la propria autobiografia è difficile. Quasi sempre l’autore è troppo affezionato al protagonista. E non sempre, la vita che ha da raccontare, vale la pena di esser messa in pubblica piazza.

Anche scrivere il curriculum, presenta trappole insidiose. Per esempio, la vanità e la sintesi, sono spesso inversamente proporzionali.

Ne parlavo qualche giorno fa con un cliente, la difficoltà più grande è stata quella di convincerlo a inserire difficoltà e fallimenti nel CV. Reagan si presentava così: «Ronald Reagan è il presidente degli Stati Uniti». Il mio cliente non è presidente e salvo miracoli dubito possa diventarlo… (anche se forse lui questo non lo sa ancora)!

Più sei importante, meno hai bisogno di parole. Le biografie sono spesso un florilegio di titoli, cariche e opere che rivelano insicurezza. Qualunque essere umano, dopo i quarant’anni, è in grado di riempire una pagina o improvvisare un libercolo, al fine di soddisfare la propria latente vanità.

Una nota biografica non è un romanzo, è un riassunto. Cinque righe informano, venti annoiano, trenta allarmano, cinquanta generano sospetto.

Ci sono premi che non si devono vincere. Se accade, è bene mantenere riservata la notizia. Ce ne sono altri che è bello ottenere. In questo caso, la modestia ha il suo peso. Indicare un’onorificenza vale un’ammissione: «Per me è importante!»

Beneficenza e opere di carità sono parti intime: se non si vedono, è meglio. Frasi come «Il dottor S. ha condotto al successo molte imprese italiane e straniere» è pericolosamente vago. Di cosa si occupavano queste imprese? Mangimi, petrolio o affari internazionali? Dove operavano: in Cina o in Nuova Guinea? Evitare i superlativi e limitare gli aggettivi. «Marco V. ha ottenuto notevolissimi successi nel campo dell’informatica» lascia sospettare che sia riuscito, tutt’al più, ad aggiustare la Playstation del figlio.

Aggiornare periodicamente la fotografia. Ci sono colleghi che usano lo stesso ritratto scattato ai tempi del governo Andreotti. Quando v’incontrano, dovete sentirvi dire «lei sembra più giovane di persona!» e non «scusi, ma noi avevamo invitato suo figlio».

«Appare regolarmente in tv»: più che un titolo di merito, è un segno di disperazione. «Già presidente…»: più che un’informazione, è un rimpianto. «Ex deputato…» invece va bene: basta indicare anche l’ammontare del vitalizio.

Concedere qualche informazione personale si può: ma senza esagerare. Il nome della moglie va bene. Quello di tutti gli animali domestici, no.

Dimenticavo: alcuni di questi peccati li ho commessi. Questo decalogo vale come confessione e, spero, anche assoluzione…