In DIFESA dell’ECCESSO di CONDIVISIONE

Siamo sommersi dall’eccesso. Con tutte le conseguenze e i condizionamenti che questo comporta. Ma, non sempre, il troppo è negativo. Almeno quando si tratta di condividere sensazioni e vissuti emotivi.

La vera minaccia per le nostre relazioni, il lavoro e la famiglia non deriva dal dire troppo, ma dal dire troppo poco – secondo Leslie John docente alla Harvard Business School -. Pensiamo a una giornata qualunque, è facile sentirsi irritati, magari dopo una riunione, ma non diciamo nulla. Non replichiamo a un commento che ci ha ferito, fattoci da un amico, a cui neanche chiediamo il perché. Sentiamo che la motivazione al lavoro scema, ma non lo diciamo chiaramente, forse nemmeno a noi stessi”.

Difficile non essere d’accordo. Spesso, infatti, non dire nulla, pare la decisione migliore, più pragmatica. Così andiamo avanti e… basta!

Siamo solo diventati iper vigili, attenti a non condividere troppe informazioni, scivolando in una cultura che ne condivide troppo poche. Quasi in inno al politicamente corretto che di corretto ha molto molto.

Facciamoci caso: ci preoccupiamo di non dire la cosa sbagliata, di non oltrepassare un limite invisibile o di mettere, gli altri, a disagio. Molto più spesso tratteniamo informazioni che potrebbero chiarire le intenzioni, riparare malintesi o rafforzare la fiducia.

Confondiamo la moderazione con la saggezza e il silenzio con la neutralità.

Raramente prendiamo in considerazione l’idea che condividere una verità personale sia un’opzione. E quando lo facciamo, tendiamo a considerarla in modo sbilanciato. Sopravvalutiamo i rischi e sottovalutiamo i benefici.

Se hai dubbi al riguardo, immagina di stare valutando se dire a un amico che il suo commento ti ha ferito. Cosa ti viene in mente subito? Forse temi che possa mettersi sulla difensiva, sentirsi a disagio o pensare che tu sia ipersensibile o rompiscatole. Queste possibilità sono vivide e facili da immaginare.

È invece meno probabile che ciò che ti venga in mente sono i rischi del silenzio: risentimento persistente, distanza emotiva o una serie di incomprensioni che lentamente erodono la relazione. Allo stesso tempo, spesso dimentichiamo i potenziali vantaggi dell’apertura, tra cui maggiore fiducia, sollievo e vicinanza.

Nello studio ventennale condotto alla Harvard Business School, questo schema è sorprendentemente coerente. Quando alle persone viene chiesto di riflettere se aprirsi su qualcosa di personale o delicato, la loro attenzione si concentra istintivamente sui rischi. Altre considerazioni, come i costi del silenzio o i possibili benefici della condivisione, tendono a non emergere a meno che le persone non vengano esplicitamente sollecitate. Anche in questo caso, quando si chiede loro di classificare ciò che conta di più, la stragrande maggioranza attribuisce ai rischi della condivisione un posto di gran lunga superiore a tutto il resto.

In altre parole, anche quando ci rendiamo conto che decidere di condividere o meno è in effetti una decisione, non diamo a entrambe le opzioni un giusto ascolto.

Questa distorsione ha una ragione. I costi sociali della condivisione sono spesso immediati e viscerali: una smorfia, una pausa imbarazzata, un fugace sguardo di disagio. Quei momenti incombono e ci insegnano rapidamente cosa evitare. I benefici, al contrario – presupposti corretti, maggiore fiducia, sensazione di essere conosciuti – tendono a manifestarsi silenziosamente e nel tempo. Sono più difficili da percepire sul momento, il che li rende facili da sottovalutare.

C’è un altro aspetto che rende le decisioni di condivisione particolarmente difficili: i loro esiti raramente sono tutti buoni o tutti cattivi. Una apertura può far rabbrividire qualcuno e fargli acquisire maggiore fiducia. Può sembrare imbarazzante o fuorviante sul momento, ma comunque svolgere un ruolo importante nella relazione. Ma non proviamo la fiducia in modo viscerale come proviamo il disagio. E così impariamo a temere il segnale sbagliato.

Se facessimo una indagine retrospettiva, facilmente ci renderemmo conto di quanto spesso, momenti che all’epoca, sembravano imbarazzanti si siano rivelati, col senno di poi, molto più importanti della raffinata compostezza per cui un tempo ci congratulavamo con noi stessi. Il problema non è che condividevamo troppo. Era che condividevamo troppo poco, troppo tardi, o per niente.

È qui che il dibattito sulla condivisione eccessiva ha preso una piega sbagliata. Consideriamo la capacità di rivelare qualcosa come un tratto della personalità: qualcosa che si ha o non si ha. O si è “il tipo di persona che condivide troppo“, o non lo si è. Ma rivelare con saggezza è un’abilità. E come ogni abilità, si migliora con la pratica, il feedback e la riflessione.

Per la maggior parte delle persone, migliorare questa abilità non significa trasformare ogni interazione in una confessione. Significa rivelare un po’ più di quanto si farebbe normalmente: spiegare una reazione invece di trattenerla, condividere un limite invece di lasciare che gli altri fraintendano, dare un nome all’incertezza invece di proiettare una sicurezza che non si prova. Questi non sono grandi atti di vulnerabilità. Sono piccoli gesti calibrati che rendono la nostra vita sociale più fluida.

Considerare la condivisione come un’abilità la rende anche meno spaventosa. Le abilità si possono apprendere. Si possono adattare. Si possono fare in modo imperfetto senza essere disastrose. E forse la cosa più importante è che apprezzarne i benefici di solito richiede di praticarla davvero. Il silenzio non ci insegna mai cosa sarebbe potuto succedere se avessimo parlato. Solo la condivisione lo fa.

L’eccesso di condivisione è visibile. Viene deriso. È facile da denunciare. La condivisione insufficiente spesso non lo è, e i suoi danni si accumulano lentamente, sotto forma di distanza, sfiducia e occasioni mancate di comprendersi a vicenda. Non abbiamo bisogno di una cultura di trasparenza radicale o di esibizionismo emotivo. Ciò di cui abbiamo bisogno è una maggiore consapevolezza dei rischi del silenzio e la disponibilità a rivelare un po’ più di quanto ci sentiamo a nostro agio.

CREDERE al PARANORMALE (ci) aiuta a gestire l’INCERTEZZA

Telepatia, chiaroveggenza, precognizione, psicocinesi, sono solo alcuni esempi di fenomeni paranormali. Fin qui, nulla di nuovo. Se non per il fatto che siamo tentati di crederci, più di quanto vorremmo, perché sono ampliamente capaci di regalarci una sensazione di controllo, prevedibilità e conforto soprattutto nei momenti di maggiore incertezza.

A offrire spiegazioni sul perché molte persone (tra un terzo e il 50%) si sentano così attratte dal paranormale, ci sono diversi studi accademici, alcuni dei quali molto recenti.

Le credenze paranormali sono convinzioni su nozioni che vanno oltre ciò che la scienza tradizionale può spiegare, come fantasmi o capacità psichiche.

Ho voluto indagare un po’ più in profondità il fenomeno, a seguito di conversazioni catturate qui e là, in luoghi dove paura e incertezza la fanno da padrone, quali sale d’attesa di cliniche e ospedali.

INCERTEZZA E CREDENZE

Un recente studio ha evidenziato che le persone che si sentono smarrite o confuse sono più propense a credere nel soprannaturale. Questo è probabilmente dovuto al modo in cui il cervello elabora l’incertezza: quando ci troviamo di fronte a eventi che non possiamo controllare, la mente cerca schemi e spiegazioni.

Le credenze paranormali hanno la capacità di creare storie strutturate che fanno sembrare intenzionali gli eventi casuali. Ad esempio, l’astrologia collega i movimenti planetari alle esperienze personali, offrendo un modo per comprendere il quotidiano. Le persone ripongono la loro fede nelle teorie del complotto per ragioni simili.

Uno dei motivi principali per cui cisi rivolge al paranormale è per affrontare ansia e incertezza. Rendersi conto che la vita è imprevedibile e ha una fine può essere destabilizzante. Le credenze soprannaturali offrono conforto suggerendo che un potere superiore controlli il destino umano.

Questa percezione conferisce alla vita uno scopo e un significato. Le storie sui fantasmi e l’idea di poter conversare con i defunti aiutano le persone a sentirsi in contatto con i propri cari scomparsi. In questo modo, il pensiero soprannaturale aiuta ad affrontare le paure dell’ignoto.

Difficile, dunque, non strizzare l’occhio quanto basta a credenze incerte scientificamente anche per me, quando la scienza latita, mostra le sue lacune o le informazioni scarseggiano. Giusto un po’, quel tanto per tenere a freno la paura, mi sono detta sorridendo.

PARANORMALE: NON TUTTO è DA DEMONIZZARE

Credere nel paranormale può offrire conforto ad alcuni, così  come può rivelarsi inutile. Ad esempio, una profonda fede in forze soprannaturali potrebbe indurre a dare la colpa dei propri problemi a forze soprannaturali invece di cercare modi pratici per affrontarli. Una recente ricerca ha identificato che la fede in forze soprannaturali esterne che esercitano un controllo, come gli dei o il destino, è associata a sofferenza. Questo tipo di convinzione riflette una mancanza di controllo personale.

Al contrario, un altro recente studio ha dimostrato che la fede in fenomeni paranormali incentrati sulla spiritualità personale, come l’astrologia, non è associata a stress. Questo sembra essere dovuto al fatto che questo tipo di credenze enfatizzano il controllo e il significato personali.

BIAS E CREDENZE

Le credenze paranormali sono anche influenzate da scorciatoie mentali che plasmano la percezione del mondo. Il riconoscimento di schemi è un buon esempio, in cui le persone vedono connessioni in eventi casuali. Questo spiega perché vediamo volti nelle nuvole o perché pensiamo che una serie di eventi negativi significhi che ci sia stato fatto il malocchio.

Un altro pregiudizio comune è la convinzione di poter influenzare cose che sono al di fuori del nostro controllo. Definito illusione di controllo, uno studio del 2024 ha dimostrato che questo bias si applica anche alla salute, come credere in trattamenti o cure mediche farlocche. I ricercatori hanno scoperto che le convinzioni illusorie sulla salute erano correlate positivamente con la fede nella pseudoscienza e negativamente con lo scetticismo.

INFLUENZE CULTURALI E SOCIALI

La cultura e la società possono rafforzare le credenze paranormali. Il modo in cui i media descrivono gli eventi soprannaturali influenza il modo in cui le persone li percepiscono. Film e programmi TV horror ritraggono spesso esseri soprannaturali che interagiscono con il mondo reale. I social amplificano ulteriormente queste idee, con le persone che condividono video ed esperienze personali online. Questi post possono rafforzare le credenze nel paranormale.

Quando si è circondati da persone che credono nel soprannaturale, è più probabile considerare queste idee vere. Le norme sociali plasmano queste credenze stabilendo aspettative su ciò che è considerato accettabile o reale all’interno di una cultura. Se una società accetta ampiamente i fenomeni paranormali, è più probabile che le persone le adottino e le rafforzino.

Comprendere il ruolo delle credenze paranormali può aiutare a creare una visione equilibrata delle persone che le condividono. Invece di ignorarle, è importante riconoscerne il significato emotivo e personale che rivestono sul singolo. In particolare, il modo in cui le credenze plasmano le prospettive e i meccanismi di difesa. Sebbene possano non essere in linea con la logica o l’evidenza, il conforto che offrono è profondamente significativo per coloro che le nutrono.

Uno studio del 2024 ha scoperto che le credenze paranormali non erano necessariamente associate a un benessere negativo, ma erano collegate a un senso di significato nella vita.

La ricerca ha dimostrato che insegnare il pensiero critico e la cultura scientifica può aiutare le persone a distinguere tra pratiche spirituali utili e incomprensioni dannose. Incoraggiare lo scetticismo e il pensiero razionale permette alle persone di interagire con il mondo in un modo che bilancia speranza e ragione.

Le credenze paranormali persistono perché soddisfano bisogni psicologici profondi. Capire perché le persone credono nel soprannaturale può portare a discussioni più compassionevoli e aiutarle a trovare modi migliori per gestire l’incertezza. Che si creda o meno ai fantasmi, il bisogno di stabilità e conforto è qualcosa che tutti gli esseri umani condividono.

CONCLUSIONI

Tracciare una linea netta di demarcazione probabilmente è facile da farsi solo sulla carta. Non nella vita di tutti i giorni. E, se anche è poco scientifico, ma è altrettanto capace di regalare qualche sorriso, placare le preoccupazioni e distrarre da incombenze pesanti, ben vengano le credenze nel paranormale. Purché, in modo consapevole e a piccole dosi.

Cosa ne pensate?

Né INTROVERSI né ESTROVERSI: ecco gli «OTROVERSI», COLORO che PENSANO fuori dal CORO

Se qualcuno vi dà dell’otroverso, vi sta facendo un complimento.

L’otroverso è infatti colui che non essendo né soggetto alle regole implicite di un gruppo, né influenzato dal pensiero di massa, è libero di pensare in modo unico, nonchè capace di adattarsi a situazioni che cambiano, senza il timore di sovvertire le nozioni collettive di ciò che è giusto o buono.

OTROVERSIONE: DI COSA PARLIAMO?

Due sono i tipi di personalità con cui siamo più abituati a confrontarci: gli introversi che si ricaricano in solitudine e gli estroversi che traggono energia dalla folla. Ne esiste però una terza, gli otroversi, persone che non solo non sentono il bisogno di aderire fedelmente alla identità di un gruppo, sia una squadra, un club, un partito politico o qualsiasi altra forma di collettività, ma che di fronte a parole quali riti di iniziazione, giuramenti, simboli di appartenenza, non hanno alcuna risposta emotiva.

L’otroverso è quindi una personalità equilibrata in grado di connettersi con gli altri senza dissolversi nel gruppo. Né chiuso né esuberante, è un pensatore indipendente e originale che vive in armonia con sé stesso e sceglie le proprie interazioni umane con accortezza, riuscendo a mantenersi lucido nel suo modo di essere socievole.

A coniare il termine è lo psichiatra americano Rami Kaminski, nel libro The Gift of Not Belonging. “Nasciamo tutti otroversi, prima che il condizionamento culturale dell’infanzia consolidi le nostre affiliazioni con varie identità e gruppi”, spiega Kaminski sul New Scientist.

Composto dal prefisso spagnolo otro “altro” e dal suffisso vert dal latino vertere, “rivolgere”, descrive le persone che non sono completamente rivolte né verso se stesse (introverse) né verso gli altri (estroverse), ma tendono a guardare, in un’altra direzione rispetto al resto del mondo.

Lo psichiatra vede nell’otroversione la capacità di abbracciare la propria complessità, di brillare pur rimanendo ancorati alla realtà, senza esaurirsi. In sostanza, l’otroverso è un individuo che cerca un’autenticità non necessariamente conforme alle categorizzazioni classiche e in grado di valorizzare tanto l’indipendenza del pensiero quanto la profondità delle relazioni. Indipendenti emotivamente, non teme il rifiuto del gruppo, e nemmeno ne cerca l’approvazione.

Mostra una preferenza per le cene individuali rispetto a quelle numerose e spesso si trova impegnato in conversazioni profonde con una sola persona. Preferisce completare le attività di lavoro in modo indipendente e reputa tradizioni e rituali, come feste in ufficio, cerimonie di laurea o festività religiose, difficili e sconcertanti.

OTROVERSIONE: UN BENE O UN MALE?

Secondo Kaminski, la personalità otroversa è quella con le maggiori possibilità di avere successo nella società attuale, iperconnessa e animata dalla condivisione compulsiva, perché, grazie alla sua capacità di selezionare le relazioni, è in grado di creare un equilibrio tra il tempo destinato a queste ultime e quello da dedicare a sé stesso.

Rispetto a estroversi e introversi, gli otroversi si collocano al di fuori di questo spettro perché sono orientati lontano dal gruppo. Gli introversi traggono forza dalla solitudine e dalla riflessione interiore; gli estroversi dall’interazione e dall’azione. Gli otroversi non essendo governati dal costante bisogno di piacere, non guardano mai agli altri per misurare il valore delle loro scelte, al contrario di quanto succede agli estroversi che prendono energia proprio dall’essere parte di quell’identità collettiva che, riconoscendoli come persone carismatiche, permette loro di brillare.

Non sono neppure da confondere con gli outsider, i solitari sociali. Gli otroversi sono infatti «solitari emotivi», si sentono cioè più soli quando sono circondati dagli altri. Il gruppo tende ad accoglierli volentieri, anche perché sanno essere molto empatici (la loro abilità di distinguere tra la prospettiva dell’altro e la propria li rende radicalmente non giudicanti), sono loro che non ci vogliono stare.

BAMBINI OTROVERSI

Non sono difficili da riconoscere. Sono quei bambini che, in un ambiente nuovo, hanno bisogno di essere stimolati a unirsi e giocare con gli altri. In realtà preferiscono interagire con i genitori dei bambini. Mostrano un livello di maturità superiore alla loro età e la loro disinvoltura con gli adulti li rende popolari tra i “grandi”.

Sebbene siano socialmente popolari e apprezzati per la loro arguzia e intelligenza, i bambini otroversi potrebbero evitare le attività di gruppo che si formano all’interno dei gruppi di pari. Sono indifferenti alle gerarchie sociali e sentono poco il bisogno di conformarsi alle aspettative sociali. Inoltre, non si annoiano stando da soli e, anzi, hanno bisogno di tempo per riprendersi dopo essere stati in contesti sociali. Questa preferenza per il tempo personale è una delle caratteristiche distintive di un bambino otroverso e può spesso essere erroneamente interpretata come un comportamento isolante.

Sono inoltre empatici e generosi,  in sintonia con i bisogni degli altri e sensibili alle interazioni individuali. Grazie alla loro capacità di pensare criticamente alle conseguenze, sono spesso cauti e resistenti alla pressione dei coetanei. Tendono a evitare comportamenti rischiosi che altri bambini potrebbero adottare semplicemente per adattarsi.

Per supportarli, genitori, insegnanti, adulti, anziché cercare di cambiare queste caratteristiche, devono comprenderle. Incoraggiare le amicizie individuali, offrire l’opportunità di costruire relazioni profonde e significative con uno o due coetanei, celebrare i loro tratti unici, apprezzando i punti di forza, come indipendenza, avversione al rischio e autosufficienza emotiva.

CONCLUDENDO…

Essere otroversi è una caratteristica cognitiva, inscritta nel funzionamento del nostro cervello. Un po’ come non forziamo più un mancino a scrivere con la mano destra, dovremmo iniziare a smettere di cercare di “aggiustare” gli otroversi insistendo perché si conformino. Così, come i mancini possono vivere tranquillamente in un mondo di destri, anche gli otroversi possono trovare il loro spazio in una società dell’appartenenza», soprattutto da adulti, quando le pressioni «tribali» diminuiscono e possono accettarsi così come sono, sentendosi finalmente liberi dalla tremenda pressione sociale imposta dall’appartenenza a un gruppo e godendo della propria ribellione interna”, Suggerisce Kaminski.

Sebbene il mondo cerchi di inserirci tutti all’interno di uno stormo, sia che ci si senta brutti anatroccoli sia che si brilli come cigni, occorre ricordarsi che ci sono anche specie di uccelli, come le aquile, fatti per librarsi alti in solitaria.

E tu, dove ti collochi fra estroversi, introversi, outsider e otroversi?

FADING, la ROTTURA LENTA più insidiosa del GHOSTING

Se il ghosting ci ha abituato alla sparizione improvvisa, il fading è la fine dei rapporti: una rottura lenta, un calo improvviso dell’intensità comunicativa che trasforma l’intimità in un vago ricordo.

Il mio approfondimento per la rivista #STARBENE

 

365 BOTTONI e la capacità di dire NO

C’è una costante che dilaga e da cui, spesso, è difficile sottrarsi: spiegare il perché di scelte e decisioni. A prescindere. Nei contesti più diversi, anche quelli meno importanti. La responsabilità probabilmente è anche di un esperimento condotto da Ellen Langer docente ad Harvard, noto come The Copy Machine, datato 1977. Diventato famoso per aver scoperto una delle parole più potenti in grado di modificare il comportamento umano: perché.

Nell’esperimento, per bypassare la fila di persone in attesa a una fotocopiatrice, il ricercatore poneva una delle tre domande:

Versione 1:Mi scusi, ho 5 pagine. Posso usare la fotocopiatrice?”.

Versione 2:Mi scusi, ho 5 pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché ho fretta?”.

Versione 3:Mi scusi, ho 5 pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché devo fare delle fotocopie?”.

Benché la versione 3 avesse poco senso, poiché tutti coloro che erano in fila erano lì perché dovevano usare la fotocopiatrice, sorprendentemente funzionava nel 93% dei casi (la versione 1 nel 60% e la versione 2 nel 94%).

A spiegare l’efficacia del fenomeno ci ha pensato Robert Cialdini: “Un principio del comportamento umano afferma che quando chiediamo a qualcuno di farci un favore, avremo più successo se ne forniamo una ragione. Alle persone piace semplicemente avere delle ragioni per quello che fanno“.

I BOTTONI di TIK TOK

L’imperativo del perché è stato messo in dubbio da un commento su TikTok, diventato virale, e dal titolo 365 buttons.

La protagonista di questa storia è Tamara (@flylikeadove) che a fine dicembre 2025, ha commentato un video, facendo sapere di volersi procurare 365 bottoni, uno per ogni giorno dell’anno. A chi le ha chiesto come e perché, la ragazza ha risposto semplicemente: «No».

Da allora Tamara ha cancellato il suo account e ha rifiutato numerose richieste di interviste, da People Magazine al New York Times. Il fascino dei 365 bottoni risiede nel fatto che, anziché prolungare la sua nuova popolarità, Tamara ha scelto di sottrarsi.

In realtà, la scelta della tredicenne, non è tanto legata ai bottoni in sé, quanto dell’idea di usarli come segnalibri fisici della giornata, un piccolo rituale per ricordarsi il passare e il valore del tempo, aumentando la consapevolezza di scelte e decisioni quotidiane.

Inutile dire che in pochissimi giorni, la filosofia alla base dei 365 bottoni ha conquistato TikTok: milioni di visualizzazioni, decine di meme, remix e omaggi musicali, trasformando un’idea in un fenomeno culturale condiviso e virale.

RIVOLUZIONE A STRATEGIA ZERO

Il meme dei 365 Buttons non solo non è stato progettato per diventare virale. Non è stato progettato affatto.

Eppure, segna un cambiamento nel modo in cui i più giovani si rapportano alla creazione di significato. Un desiderio ambizioso di rivendicare un senso di logica privata in un mondo che vuole che tutto sia appagante, condiviso, approvato, emulato. Una non progettazione che potrebbe, al contempo, rivelarsi una strategia di marketing migliore della trasparenza.

Per anni, i Social ci hanno condizionato a narrare e giustificare ogni comportamento: perché hai acquistato questo prodotto e non quello, quale routine mattutina segui, e via dicendo.

Qual è il perché?” è diventato lo schema di marketing predefinito, e anche i consumatori lo hanno fatto loro. Sapendo, anche grazie alla Langer, che funziona. Una bella dose di certezza in un mondo decisamente complesso e articolato.

Il meme dei 365 Buttonsè un rifiuto di questa logica. L’antitesi del perché a tutti i costi. Un grido il cui significato è:

voglio farlo solo perché lo voglio. Non mi interessa spiegarlo. Non mi interessa se ne coglierai o meno il significato e la logica.

Per molti non è una tendenza innocua, piuttosto un cambiamento radicale a cui la società dovrà adattarsi velocemente. Se attecchirà per davvero. Per ora, non si può che ringraziare Tamara, per la sua provocazione non da poco, in un contesto che prema la spettacolarizzazione e punisce la fragilità.

E devo dire che non mi dispiace affatto.

MADMAN THEORY, la STRATEGIA del PAZZO in POLITICA e in AZIENDA

C’è chi evita con tutte le proprie forze l’imprevedibilità e chi invece la usa consapevolmente per influenzare e manipolare la politica interna ed esterna di un Paese. O di un’organizzazione.

Si tratta di strategia. Tutt’altro che nuova. Dove minacce estreme, cambi di rotta (politici) improvvisi e una comunicazione confusa, vengono usati per confondere gli avversari (collaboratori, stakeholders e shareholders) e aumentare l’influenza di chi la attua.

Ecco a voi la Madman Theory o Teoria del pazzo.

Strategia che torna ciclicamente a far parlare di sé, non solo nelle analisi di politologi e analisti politici ma attraverso comportamenti irrazionali, rotture di schemi, minacce estemporanee seguite da fatti che le smentiscono, mascheramento delle reali intenzioni dietro azioni non convenzionali, dichiarazioni assurde e provocazioni incendiarie di personaggi di spicco, quali Vladimir Putin, Kim Jong-Un, Nikita Chruscev, Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Donald Trump.Solo per citarne alcuni.

O come sottolineano gli strateghi della Guerra Fredda Daniel Ellsberg e Thomas Schelling – “far intendere la possibilità a intraprendere azioni estreme può aiutare a influenzare le decisioni degli avversari, aumentando i timori di un’escalation”.

MADMAN THEORY: ORIGINI

La Madman theory ha radici storiche che risalgono a Machiavelli, ma è strettamente associata a Richard Nixon che, in qualità di presidente entrante, la applicò per spiegare il suo approccio nel tentativo di forzare la resa del Vietnam.

Frustrato dall’incapacità di ottenere risultati rapidi e certo che i suoi diretti avversari, Vietnam e Unione Sovietica, fossero sicuri della prevedibilità americana, decise di cambiare le regole del gioco. L’obiettivo era far credere ai leader nemici di essere disposto a tutto, persino a osare l’impensabile, utilizzare il nucleare, per ottenere ciò che voleva. Inseguendo la logica secondo cui un nemico che percepisce un leader instabile e irascibile, è più incline a cedere alle sue richieste piuttosto che rischiare un’escalation catastrofica.

GIOCO DEL POLLO E DILEMMA DEL PRIGIONIERO

La Madman Theory è strettamente legata al Chicken Game (Gioco del pollo), una variante del dilemma del prigioniero nella teoria dei giochi. Questo gioco prevede due giocatori che si sfidano in una situazione di confronto diretto, come guidando a tutta velocità l’uno verso l’altro su una strada. Ogni giocatore ha due scelte: sterzare (rinunciare) o mantenere la direzione (sfidare).

  • Se entrambi sterzano, nessuno perde molto, ma la loro reputazione ne risente.
  • Se uno sterza mentre l’altro continua, chi mantiene la rotta vince, mentre chi sterza subisce una sconfitta.
  • Se nessuno sterza, entrambi si schiantano, subendo le conseguenze più gravi.

La Madman Theory si colloca in questo contesto: simulando irrazionalità, un giocatore può convincere l’altro che non sterzerà mai, forzandolo a cedere. Questo rende la minaccia più credibile e può portare a un vantaggio strategico. Tuttavia, il rischio è altissimo: se l’avversario non crede alla simulazione o decide comunque di sfidare, le conseguenze possono essere catastrofiche.

Il senso è semplice:

la credibilità di una minaccia è determinante per influenzare le decisioni dell’avversario. Se un leader appare disposto a rischiare tutto, pur di perseguire il suo scopo, le sue minacce diventano più convincenti.

PRO E CONTRO DELLA MADMAN THEORY

IMPREVEDIBILITA’. Il leader che appare irrazionale o disposto a tutto, costringe gli avversari a ripensare le proprie mosse: se non si può prevedere la reazione di una potenza militare, il rischio di una provocazione o di un’escalation diventa troppo alto. Questo influisce nelle risposte del nemico, portato a moderare le proprie azioni o ad accettare negoziati più vantaggiosi per la controparte, anche a fronte di compromessi per lui negativi.

Simulare imprevedibilità può ampliare lo spazio negoziale solo se gli avversari credono che certi limiti non esistano. Nixon, sperava che facendo credere di poter realmente ricorrere alle atomiche, il Vietnam si sarebbe affrettato a negoziare la pace alle condizioni favorevoli per gli Stati Uniti.

L’imprevedibilità funziona solo se è strategica, non progettata al momento.

EFFETTO SORPRESA E TIMORE DELL’IGNOTO. Sono strumenti di potere nella negoziazione, ma aumentano le possibilità di reazioni sproporzionate per paura, innescando un’escalation involontaria.

CREDIBILITA’. L’atteggiamento del folle funziona solo se eccezionale. Nixon appariva pericoloso agli avversari perché il sistema americano appariva controllato. Il suo comportamento apparentemente irregolare era eccezionale in un contesto di ordine burocratico. Se viene protratta nel lungo termine può diventare un boomerang. Non dimentichiamo che un leader che appare fuori controllo perde il sostegno e la stima popolare e degli alleati.

In breve, la teoria del folle, è un gioco d’azzardo ad alto rischio: può funzionare in casi eccezionali, ma il margine di errore è estremamente ridotto. E si può capire che funziona, se si soddisfano tre obiettivi:

Disorientare gli avversari: costringendoli a prendere decisioni caute o a evitare il confronto diretto;

Fare da leva negoziale: portare a credere di essere pronti a tutto, anche ad azioni estreme, per spingere gli avversari a fare concessioni;

Ottenere un effetto deterrente: generare paura dell’irrazionalità può scoraggiare azioni aggressive contro un leader che viene visto come instabile.

LA MADMAN THEORY HA FUTURO?

La Madman Theoryè la strategia a cui è spesso ricorso Donald Trump in politica estera, come dimostrano le scelte imprevedibili e irrazionali, finalizzate alla destabilizzazione. Vedi la gestione dell’Iran e della Groenlandia dove sono state fatte minacce e promesse inconsistenti o pericolosamente provocatorie.

Nel caso iraniano, le pressioni, compresi gli attacchi militari, sono stati esercitati senza definire chiaramente dove l’escalation avrebbe portato.

Per la Groenlandia, le minacce coercitive rivolte all’alleato hanno solo messo a dura prova la NATO senza ottenere alcun rispetto. In nessun caso l’imprevedibilità si è tradotta in una leva finanziaria duratura. Al contrario, ha generato incertezza su obiettivi e limiti: di fronte alle minacce degli Stati Uniti sui dazi, l’India ha rafforzato i legami con la Cina, e la Russia ha interpretato l’ambiguo segnale di Trump sull’Ucraina come un via libera per proseguire la sua campagna per la conquista del Donbass.

Kim Jong-un, usa la minaccia nucleare, con i suoi test o i suoi proclami, per proteggere il suo regime e ottenere vantaggi economici.

Per rispondere alla domanda, la Madman Theoryè una strategia efficace solo in un contesto in cui viene sottovalutata in termini politici, contesto in cui è in grado di generare una prima risposta istintiva e dal ridotto margine di alternative.

In una comparazione benefici-svantaggi, è poco efficace e incontrollabile, con potenziali effetti collaterali tutt’altro che trascurabili. L’allontanamento del consenso popolare, i rischi primari di un’escalation associati alla sua messa in atto, la mancanza di un controllo preciso, la reputazione di un Capo di Stato che si riflette su una nazione, sono gli immediati fattori negativi attribuibili a questa strategia.

Contesti in cui può ancora avere uno scopo strategico, è invece l’ambiguità strategica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan: è incerto se Washington interverrebbe militarmente in caso di attacco da parte di Pechino, scoraggiando l’immobilismo di una qualsiasi delle parti in causa in un’escalation automatica. Questa parte dell’approccio del folle rimane efficace. Ma ciò che non funziona più è la volatilità slegata da obiettivi chiari e limiti visibili.

La teoria del pazzoè stata concepita per un mondo rigido e regolato da regole. È meno efficace dove la politica odierna appare più caotica. In un mondo globalizzato, simulare irrazionalità può avere conseguenze pericolose. La volatilità dei mercati finanziari, la proliferazione di conflitti locali e l’instabilità globale rendono questa strategia una miccia potenzialmente esplosiva; sia in geopolitica, sia in economia.

In un editoriale pubblicato su Bloomberg, lo spunto per questo post, Andreas Kluth sottolinea come i risultati dell’applicazione della teoria del pazzo non siano stati esaltanti. Nel 1969 “nè i russi, nè i nordvietnamiti mossero un dito di fronte alle azioni provocatorie degli statunitensi”. Editoriale che vi invito a leggere se volete approfondire il tema.

CONCLUSIONE

Per quanto azzardata, la teoria del folle non si può limitare, a mio avviso, al solo ambito geopolitico. Ha molto a che fare con i comportamenti di alcuni leader di culture tossiche. Nelle organizzazioni, i rischi più impattanti riguardano la paura, l’incertezza e la mancata sicurezza. E a me ricorda molto alcuni tratti della madman strategy, con le dovute proporzioni.

Cosa ne pensate?

Riferimenti bibliografici

Andreas Kluth, Trump Plays Chicken With the Madman Theory, Bloomberg, 17 dicembre 2024

Roseanne McManus, The Limits of the Madman Theory. How Trump’s Unpredictability Could Hurt His Foreign Policy, Foreign Affairs, 24 gennaio 2025

La Madman Theory: da Machiavelli a Trump?, Ekonomia.it, 3 gennaio 2025

Roseanne W. McManus, Revisiting the Madman Theory: Evaluating the Impact of Different Forms of Perceived Madness in Coercive Bargaining, 13 settembre 2019, Security Studies, Vol 29,5, pp 976-1009

Joshua A. Schwartz, Madman or Mad Genius? The International Benefits and Domestic Costs of the Madman Strategy, Security Studies, Vol 32,2, 4 maggio 2023, pp 271 – 305

Pierre Hazan, Emmanuelle Hazan, Negoziare col diavolo. La verità sulla mediazione internazionale nei conflitti armati, Il Pellegrino, Roma 2025.

Gedi, Rivista italiana di geopolitica Limes, l’Ordine del caos, Vol 1 mensile 2025, p.39-121 parte I.

SADFISHING per attirare ATTENZIONE (non solo sui Social)

C’è l’irritante tendenza, sui Social, a esagerare o falsificare le proprie difficoltà emotive, allo scopo di attirare attenzione, compassione e accaparrarsi molti più like. L’obiettivo, infatti, non è ottenere un vero supporto ma attirare attenzione.

Trend, questo, che prende il nome di sadfishing.

Il primo utilizzo noto del termine risale al 2019, in un articolo scritto da Rebecca Reid, in riferimento ai post della modella Kendall Jenner, su Instagram, riguardanti i suoi problemi di acne, in cui pubblicava immagini di sé mentre ne parlava. Il termine è stato poi ripreso dal programma Good Morning Britain, che ne ha discusso durante un’intervista.

PERCHE SI CERCANO LE PERSONE TRISTI?

A essere maggiormente inclini al sadfishing, secondo uno studio del 2023 pubblicato su BMC Psychology, sono gli adolescenti ansiosi privi di supporto sociale. I ricercatori hanno scoperto che, durante l’adolescenza, i ragazzi tendono a dedicarsi al sadfishing più frequentemente, ma questa inclinazione tende a diminuire con l’età. A differenza delle ragazze, dove la tendenza al sadfishing, aumenta con l’età.

Cercare attenzione quando si è in difficoltà è normale: tutti vogliono sentirsi notati, amati e accuditi.

Il sadfishing, invece, è l’atto di manipolare le emozioni altrui per ottenere un tornaconto personale.

Sebbene le persone provino naturalmente empatia e siano inclini a offrire aiuto quando si imbattono in post emotivamente tristi e sofferenti, scoprire che la persona finge può farle sentire ingannate e vulnerabili. Ciò può portare a una rottura della fiducia e a un senso di apatia verso future richieste di aiuto, poiché le persone ricordano la precedente manipolazione. Invece di favorire connessioni autentiche, il sadfishing crea sfiducia e distacco emotivo verso altri post simili online.

COME RICONOSCERE IL SADFISHING

Può essere difficile discernere con precisione l’autenticità o il livello di sofferenza di un post. Mentre alcuni individui possono esagerare le proprie emozioni per cercare attenzione, è altrettanto possibile che stiano realmente cercando supporto, connessione o un modo per alleviare la solitudine.

Il sadfishing non significa però solo postare quando si è tristi. È condividere contenuti emotivi pensati per attirare l’attenzione, anziché per comunicare ciò di cui si ha bisogno.

Ultimamente ho problemi di ansia. Mi piacerebbe avere consigli su libri o semplicemente sapere su non essere sola.”

Versus

A volte mi chiedo se qualcuno si accorgerebbe se scomparissi. Mi sento invisibile.”

Il primo post spiega esattamente di cosa si ha bisogno, il secondo costringe le persone a trasformarsi in detective per capire cosa non va.

I post di sadfishing forniscono informazioni sufficienti a segnalare la sofferenza. “Il giorno peggiore di sempre“, “Non ce la faccio più“, “Perché succede sempre così?”, “Non riesco a credere a quello che è appena successo“, “Non fidarti mai di nessuno“, “Questo cambia tutto“.

Questi post generano curiosità e preoccupazione e le persone si sentono spinte a chiedere informazioni per capire meglio cosa sia successo. Questo dà il controllo a chi attua il sadfishing su quanto rivelare e a chi, e trasforma il supporto emotivo in una valuta sociale.

SOCIAL E RICOMPENSE EMOTIVE

Le piattaforme sono progettate per premiare i contenuti che generano coinvolgimento, quindi, i post che suscitano curiosità o emozioni ottengono più commenti e visibilità. I contenuti di crisi, drammi hanno un rendimento migliore. Questo induce alcune persone a utilizzare questa modalità per ottenere sempre più ricompense.

Una ricerca dell’Università della Pennsylvania dimostra che i post con emozioni negative ottengono un coinvolgimento significativamente maggiore rispetto a quelli positivi. Questo crea una struttura di incentivi che premia la condivisione delle difficoltà rispetto ai successi.

Avere più persone che esprimono preoccupazione contemporaneamente è inebriante. È la prova che sei importante, che la gente si preoccupa, che i tuoi problemi sono validi. Quando ti senti invisibile, quell’ondata di attenzione diventa incredibilmente attraente.

Ma, come ogni soluzione rapida, il sollievo è temporaneo e il bisogno di connessione di fondo non viene soddisfatto dalla preoccupazione digitale. Si finisce per aver bisogno di contenuti più emozionali per ottenere la stessa sensazione.

Inoltre, quando si pubblicano regolarmente contenuti emotivi per attirare l’attenzione, diventa più difficile per le persone riconoscere le crisi autentiche che necessitano di supporto immediato. La costante intensità emotiva rende difficile distinguere tra la tristezza da “brutta giornata” e la depressione da “bisogno di aiuto immediato“.

Questo è pericoloso. Le persone che si abbandonano al sadfishing potrebbero non ricevere aiuto quando ne hanno veramente bisogno. Le loro crisi autentiche si perdono nel rumore dei soliti post emotivi.

COME LIBERARSI DEL SADFISHING

Se ti riconosci in questi schemi, l’obiettivo non è non condividere più contenuti emotivi. È condividerli in modi che rispondano effettivamente ai tuoi bisogni e favoriscano una connessione autentica.

Prima di pubblicare contenuti emozionali, chiediti:

Sono abbastanza specifico da permettere alle persone di aiutarmi se lo desiderano?”

Se il tuo post è vago o richiede domande di approfondimento per capire cosa sta succedendo, riscrivilo. Invece di: “Tutto sta andando in pezzi“. Prova: “Sto attraversando un momento stressante con scadenze lavorative e problemi familiari. Un po’ di leggerezza mi farebbe proprio bene“.

La seconda versione offre alle persone modi concreti per aiutare, senza dover sforzarsi emotivamente di capire cosa c’è che non va.

Altro elemento utile da considerare e capire se si ha bisogno del supporto di tutta la rete sociale o solo di alcune persone specifiche. Se hai bisogno di parlare di qualcosa di serio, spesso è più efficace contattare direttamente un amico anziché pubblicare un post. In questo modo, le conversazioni saranno più profonde, il supporto più significativo e non dovrai esprimere le tue emozioni davanti a un pubblico.

Quando si provano emozioni intense e le si vuole raccontare pubblicamente, utile è aspettare 24 ore. Una volta superata l’intensità iniziale, se ancora le si vuole condividere, è più probabile che lo si voglia fare in modo costruttivo anziché reattivo. Durante questo periodo di attesa, è bene chiedersi:

Di cosa ho realmente bisogno in questo momento? Pubblicare contenuti soddisferà questa esigenza o c’è qualcos’altro che potrei fare?”

COME NON CADERE NELLA TRAPPOLA

Sostenere gli altri senza alimentare drammi. Se qualcuno nella tua rete è regolarmente propenso al sadfishing, lo si può supportare senza rimanere intrappolati nel circolo vizioso.

Rispondere alla chiarezza, non al dramma. Quando qualcuno pubblica qualcosa di vago ed emotivo, non bisogna per forza abboccare. Si può scegliere di rispondere solo quando comunica chiaramente ciò di cui ha bisogno. Se qualcuno scrive “il giorno peggiore della mia vita“, si può rispondere con un’emoji a forma di cuore invece di chiedere cosa è successo. Ma se scrive “ho problemi con l’auto“, si può offrire un aiuto specifico, come consigliare un bravo meccanico.

I check-in privati funzionano meglio. Invece di interagire pubblicamente con post emotivi, prendi in considerazione l’idea di contattare la persona privatamente. Questo ti darà più controllo sulla conversazione ed eviterà di favorire involontariamente comportamenti che cercano attenzione.

Quando i post segnalano una vera crisi. È importante distinguere tra sadfishing e richieste di supporto genuine o segnali di crisi di salute mentale. Le differenze principali di solito riguardano la specificità, la frequenza e la disponibilità della persona a ricevere un aiuto concreto.

Alcuni post non sono solo un messaggio di tristezza. Sono vere e proprie richieste di aiuto che richiedono attenzione immediata. I post che menzionano autolesionismo, suicidio o disperazione dovrebbero sempre essere presi sul serio, indipendentemente dalla cronologia dei post della persona.

Se sei sinceramente preoccupato per la sicurezza di qualcuno, contattalo privatamente o rivolgiti a qualcuno che possa verificarlo di persona.

I post drammatici di solito riguardano conflitti relazionali, stress lavorativo o frustrazioni quotidiane che vengono amplificati per ottenere un effetto emotivo. I post di crisi riguardano minacce concrete alla sicurezza, alla salute mentale o al benessere di base di una persona.

E’ bene prestare attenzione al contenuto, non solo al tono. Qualcuno potrebbe scrivere in modo drammatico su una crisi reale, e qualcuno potrebbe scrivere con calma circa un dramma costruito ad arte.

COME (l’effetto) BATMAN ci rende PERSONE MIGLIORI

È sorprendente l’essere umano. E’ sufficiente che trascorra pochi minuti fianco a fianco con un super eroe perché diventi più consapevole e altruista.

Per quanto stravagante, è l’esperimento condotto in un vagone della metro, dal team di ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un tizio, travestito da Batman, è rimasto immobile all’interno del vagone, e solo questo ha fatto sì che i pendolari cambiassero atteggiamento.

I risultati di questo studio, pubblicato sulla rivista npj Mental Health Research, hanno infatti dimostrato quanto il potere di introdurre qualcosa di insolito nelle situazioni sociali sia capace di indurre le persone a sospendere il pilota automatico mentale (utile ad affrontare la monotonia della vita quotidiana) e diventare più attente a ciò che succede loro intorno.

Tra i comportamenti testati, la presenza di Batman, ha fatto lievitare il numero di persone che cedevano il posto a una donna incinta . Nel corso di 138 viaggi in metropolitana, i ricercatori hanno scoperto che il 67,1% dei passeggeri che vedevano “Batman” in piedi vicino alla donna incinta, le cedevano il posto, rispetto al 37,66% nell’esperimento di controllo. Mentre il 44% di coloro che hanno offerto il proprio posto nella condizione sperimentale ha dichiarato di non aver visto Batman. Questo suggerisce che gli eventi inaspettati possono promuovere la prosocialità, l’atto di aiutare gli altri, anche in assenza di consapevolezza, con implicazioni per l’incoraggiamento della gentilezza in contesti pubblici.

I ricercatori lo chiamano “effetto Batman“, suggerendo che potrebbe essere in gioco una forma di consapevolezza “involontaria” . Notare questi sottili segnali sociali sembra modificare le tipiche reazioni automatiche delle persone.

Diamo per scontato che la nostra capacità di altruismo sia immutabile. Ma la vista di un supereroe – o un semplice cambiamento di routine – può aumentarla.

A questo si riallaccia un precedente studio su Batman, del 2017, in cui i bambini persistevano più a lungo nei compiti noiosi quando si definivano supereroi in terza persona. Invece di pensare “Io posso farcela“, pensavano “Dora l’esploratrice può farcela” o “Batman può farcela“. I ricercatori hanno soprannominato questo fenomeno “effetto Batman”. In questo caso, adottare una prospettiva in terza persona può dare ai bambini la distanza necessaria per continuare a impegnarsi, aiutandosi a regolarsi e a non sentirsi sopraffatti.

In entrambi gli studi su “Batman”, segnali apparentemente sottili hanno avuto effetti significativi.

EFFETTO PRIMING

Questi studi indicano l’importanza del priming: l’ambiente, il contesto in cui ci troviamo, invia costantemente segnali che attivano parti diverse della nostra identità. Vedere Batman ci ricorda l’eroismo, non solo in astratto. Può effettivamente prepararci ad agire in modo più eroico. Il costume da supereroe funge da spinta visiva, tirandoci fuori dalla nostra modalità predefinita e portandoci in uno stato più generoso e attento.

Allo stesso modo, quando i bambini usano il dialogo interiore in terza persona con un nome da supereroe, creano una distanza psicologica dalla loro frustrazione immediata. “Batman sa fare cose difficili” sembra meno scoraggiante di “Devo fare questa cosa difficile“. Stanno prendendo in prestito la forza di un’identità più grande del loro sé attuale, in difficoltà.

Queste ricerche sono efficaci perché spesso diamo per scontato che grandi cambiamenti richiedano grandi interventi. Invece, potremmo aver bisogno di spostare la nostra attenzione e riconoscere che anche i più piccoli cambiamenti nei nostri schemi di pensiero o nel nostro modo di parlare possono influenzare profondamente il comportamento che, a sua volta, influenza il pensiero, creando un circolo virtuoso.

COME USARE l’effetto Batman

Progetta il tuo ambiente. Proprio come Batman nella metropolitana, mettere sulla scrivania la foto di qualcuno verso cui si prova ammirazione può stimolare la concentrazione. L’immagine di una persona calma e concentrata potrebbe aiutare a rimanere con i piedi per terra nei momenti di stress. Pur non essendo consapevoli, lo spunto visivo agisce in sottofondo.

Usa un dialogo interiore da “supereroe” per affrontare i compiti difficili. Quando ci si trova ad affrontare qualcosa di scoraggiante, provare l’approccio in terza persona può essere di aiuto. Invece di dire “Sono sopraffatto“, chiedersi “Come [qualcuno che ammiro] affronterebbe questa sfida?“. Questo crea una distanza cognitiva dallo stress e permette di accedere a una parte di sè più intraprendente.

Cambia una piccola routine per uscire dal pilota automatico. Cambiare il percorso della passeggiata mattutina, sedersi su una sedia diversa per lavorare o modificare l’ordine di una routine consolidata può far uscire dal pilota automatico. Queste micro-interruzioni ci rendono più ricettivi verso il mondo e le persone che ci circondano.

CONCLUSIONI

Modificando impercettibilmente il nostro ambiente o il nostro modo di parlare, possiamo modificare quelli che sembrano aspetti fissi di noi stessi. Non siamo così bloccati come pensiamo. La nostra capacità di altruismo, pazienza, concentrazione e perseveranza è malleabile, influenzata da forze semplici come un costume in metropolitana o il modo in cui formuliamo un pensiero.

Il mondo è pieno di Batman invisibili che ci spingono a dare il meglio di noi. La domanda è: “quale piccolo spunto posso introdurre nella mia vita per attivare l’eroe che è in me”? Potrebbe essere semplice come cambiare il modo in cui ti parli quando le cose si fanno difficili, o mettere un promemoria visivo sulla scrivania di chi vuoi essere.

Male che vada, non succede nulla!

BLAME SHIFTING: come proteggersi da coloro che ci fanno SENTIRE in COLPA

 

C’è chi è bravo a farci sentire in colpa, dopo una discussione. Farci dubitare delle nostre percezioni, sensazioni e impressioni. A manipolare le nostre parole, idee, comportamenti. Rivoltandoli, maneggiandoli in modo tale da farci sentire sbagliati, in ogni caso.

Ecco il BLAME SHIFTING.

Attenzione, non è solo una tattica che ricorre nelle relazioni e nelle amicizie. E’ più viva che mai anche sul lavoro, in politica, ovunque si ha la necessità di evitare la responsabilità di propri errori e giustificare azioni difficilmente accettabili.

https://www.starbene.it/benessere/psicologia/blame-shifting-come-riconoscere-manipolazione-emotiva-proteggersi/?fbclid=IwY2xjawOafN9leHRuA2FlbQIxMABicmlkETAzYWNOTHhtcEw4T0FzWFNic3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHgM5qc7DLYmF2vLtH6XvHc0s-NeXlYb8IGBl7v0YmboboxxNawtGalhD1npA_aem_2aZrYN-vbo6AzKP-2F7Vbg

 

BANKSYING, l’ABBANDONO SILENZIOSO che lascia FERITE profonde

Il BANKSYING è la forma più crudele di allontanamento (in coppia ma non solo). Ne ho scritto sul magazine STARBENE.

Scopri come riconoscere i segnali d’allarme e le strategie per sviluppare l’autonomia.

Buona lettura!