TECNICHE di LAVAGGIO del CERVELLO: SICURO di NON esserne mai stato VITTIMA?

È un tema interessante quello della manipolazione psicologica o “lavaggio del cervello”; non a caso è l’argomento su cui si costruiscono molti libri, film e serie tv di successo. Usato in tempo di guerra, rimane ancora oggi un fenomeno presente nelle sette e nelle organizzazioni terroristiche, ma anche nei raggiri emotivi on line e sui social.

Nonostante il clamore, però, modificare convinzioni, pensieri e comportamenti di una persona non è così semplice: richiede l’uso di tecniche in tempi e modi diversi.

LAVAGGIO DEL CERVELLO: di cosa si tratta?

Il termine diventa noto durante la guerra di Corea negli anni ’50, quando i soldati americani, catturati dalle forze cinesi, furono sottoposti a rieducazione ideologica. Al loro ritorno negli Stati Uniti, alcuni continuarono a sostenere il Partito Comunista Cinese. Il giornalista americano Edward Hunter coniò il termine lavaggio del cervello proprio per descrivere questo fenomeno.

Fenomeno che in genere implica rieducazione, manipolazione psicologica, persuasione coercitiva e indottrinamento, nonché riforma del pensiero. Consiste cioè nell’impiantare sistematicamente le convinzioni desiderate negli individui, allineando i loro pensieri e le loro azioni agli obiettivi del manipolatore.

TECNICHE DI LAVAGGIO DEL CERVELLO

Ce ne sono di diversi tipi, fra queste:

Socio-ambientali. Sono utilizzate per manipolare o controllare l’ambiente di cui una persona fa parte, allo scopo di indebolirne la resistenza e riuscire a persuaderla più facilmente. Rientrano fra le tecniche socio-ambientali:

  • Isolamento: la persona viene completamente isolata mentalmente, socialmente e fisicamente.
  • Controllo delle informazioni: meno informazioni daranno alla vittima minori opzioni tra cui scegliere. In questo modo anche il suo pensiero critico e la sua percezione della realtà risulteranno limitati.
  • Creazione di uno stato di dipendenza esistenziale: consiste nel far credere alla persona che la sua esistenza dipende da qualcun altro, solitamente un leader. Questo effetto è possibile facendo in modo che il persecutore soddisfi tutte le esigenze della vittima, specie quelle primarie come il cibo, sino a creare una relazione di dipendenza totale.
  • Debilitazione psicofisica: esercitata, ad esempio, attraverso la deprivazione del sonno, del cibo, degli affetti, comporta inevitabilmente una debilitazione psicologica. Questa condizione indebolisce la capacità di resistere alle tecniche di persuasione.

Controllo del pensiero (effetto Lucifero). Attraverso slogan ripetitivi, un linguaggio specialistico e l’indottrinamento di valori, la persona viene convinta ad adottare la ideologia del persecutore di turno, setta o individuo che sia. Tanto che la vittima può arrivare a credere di possedere una conoscenza superiore o un’identità unica rispetto a chi non fa parte di quel contesto.

Il famoso esperimento carcerario di Stanford evidenzia questo effetto. Nell’esperimento, agli studenti universitari furono assegnati i ruoli di “guardie” o “prigionieri“. Col tempo, le “guardie” manifestarono comportamenti abusivi, mentre i “prigionieri” mostrarono obbedienza e sottomissione. Questo fenomeno, in cui gli individui si conformano ai ruoli assegnati, è noto come effetto Lucifero.

Controllo emotivo. Questo tipo di tecniche hanno la capacità di instaurare un senso di appartenenza tra i membri del gruppo/setta/contesto, promuovendone l’unità e rifiutando l’individualità. Le critiche o gli interventi esterni vengono liquidati come incomprensioni o persecuzioni. Il controllo emotivo può anche includere minacce, come sanzioni finanziarie per chi abbandona il gruppo o avvertimenti di possibili danni a sé stessi o alla famiglia.

Controllo delle informazioni e manipolazione psicologica. Il termine “gaslighting” deriva dal film americano del 1944 Gaslight. Nel film, il protagonista maschile manipola la protagonista femminile creando circostanze inquietanti, come abbassare le luci a gas o produrre suoni sinistri in soffitta, per farle dubitare della propria sanità mentale. Quando lei lo affronta, lui insiste sul fatto che le sue percezioni siano errate, portandola a mettere in discussione il proprio stato mentale e a diventare sempre più dipendente da lui.

LE QUATTRO FASI DEL LAVAGGIO DEL CERVELLO

1.    Tecnica del “piede nella porta

L’Università di Stanford ha condotto uno studio per dimostrare come piccole richieste possano portare all’adesione a richieste più grandi. I ricercatori, fingendosi volontari, hanno visitato i residenti e li hanno informati dei frequenti incidenti stradali nella zona. Hanno chiesto loro se fossero disposti a posizionare un grande cartello con la scritta “Guida con prudenza” nei loro giardini. Poiché il cartello era grande e vistoso, pochissime persone hanno acconsentito.

Nella fase successiva dello studio, i ricercatori si sono rivolti a un gruppo diverso di residenti con una richiesta molto più semplice: posizionare un piccolo cartello di 6 cm per lato con la scritta “Guida con prudenza” nei loro giardini. Questa richiesta più piccola è stata accettata quasi universalmente.

Due settimane dopo, i ricercatori sono tornati dal secondo gruppo e hanno chiesto loro se fossero disposti a sostituire il piccolo cartello con quello originale, più grande e meno gradevole alla vista. Il 75% di questi residenti ha accettato lo scambio. Questo dimostra la tecnica del “piede nella porta“: iniziare con una piccola richiesta per ottenere l’adesione, per poi aumentare gradualmente le richieste.

A impiegare questa strategia sono spesso le sette. Inizialmente la Jesus Morning Star (JMS), la Chiesa sudcoreana Providence, chiedeva ai propri membri di vestirsi in modo attraente per “piacere a Dio“, un atto apparentemente innocuo. Col tempo, queste richieste si sono intensificate fino a richiedere ai membri di avere rapporti sessuali con il leader, con il pretesto di “offrire devozione a Dio“, con la minaccia della dannazione eterna in caso di rifiuto.

Un altro esempio tristemente noto è la tragedia di Jonestown. Inizialmente, ai membri del Tempio del Popolo veniva chiesto di fare piccole donazioni alla chiesa. Col tempo, queste richieste sono aumentate fino a quando i membri non hanno ceduto tutti i loro risparmi e beni. Alla fine, 918 seguaci sono stati costretti a bere bevande avvelenate con cianuro in un suicidio di massa. Questo rimane il secondo caso di morte per cause non naturali più grave nella storia degli Stati Uniti, superato solo dagli attentati dell’11 settembre.

2.    Conformismo

Negli anni ’50, lo psicologo americano Solomon Asch condusse un famoso esperimento per esplorare la psicologia del conformismo. Asch invitò i partecipanti in un laboratorio, dove fece in modo che sei di loro si fingessero volontari, collaborando con gli sperimentatori. Al gruppo fu chiesto di partecipare a un test della vista. Per i primi tre round, il test era semplice e tutti, a turno, davano la risposta corretta. Tuttavia, a partire dal quarto round, i primi cinque partecipanti “falsi” diedero deliberatamente risposte errate. I risultati rivelarono che oltre un terzo dei veri partecipanti si era conformato e aveva dato la stessa risposta errata degli altri.

Esperimenti simili sul conformismo sono stati condotti in reality show televisivi. In un esperimento, a diverse persone in un ascensore fu chiesto di voltarsi verso il muro come se fosse normale. I nuovi passeggeri che entravano nell’ascensore, vedendo tutti gli altri rivolti verso il muro, si sentivano in dovere di fare lo stesso.

Nelle sette, per quanto assurde siano le azioni – come i suicidi collettivi con l’ingestione di bevande avvelenate – questi comportamenti si verificano perché gli individui si sentono costretti a conformarsi alle azioni e alle credenze del gruppo.

3.    Dimostrazioni di miracoli

Le sette spesso si affidano alla capacità dei loro leader di compiere “miracoli” per attrarre e manipolare i seguaci. Ad esempio, Jim Jones, il leader del Tempio del Popolo, invitava le persone malate ad avvicinarsi all’altare durante le funzioni. In una sorta di rappresentazione teatrale, infilava la mano nella loro bocca ed estraeva quello che sembrava essere “tessuto canceroso“, affermando di averle guarite. Questi atti erano accuratamente orchestrati per ingannare i seguaci.

Allo stesso modo, il leader della JMS, Jung Myung-seok, affermò di aver letto la Bibbia 2.000 volte e si autoproclamò “Messia”. Si presentò ripetutamente come divino e usò questa presunta autorità per manipolare i suoi seguaci. Con il pretesto di “controlli corporei” o “concessioni di benedizioni”, abusò sessualmente di devote.

4.    Rituali di umiliazione e autogiustificazione

Molti gruppi richiedono ai potenziali membri di sopportare esperienze dolorose o umilianti come parte del loro rito di iniziazione. Ad esempio, le confraternite universitarie americane spesso costringono le nuove reclute a partecipare ad attività degradanti, come mangiare sostanze sgradevoli o spogliarsi completamente. Questi rituali svolgono un ruolo psicologico: sopportare difficoltà o umiliazioni aumenta il coinvolgimento emotivo nel gruppo. Una volta che gli individui hanno sofferto per il gruppo, è più probabile che vedano l’organizzazione in modo positivo e rimangano fedeli. In alcuni casi, arrivano persino a infliggere sofferenze simili alle nuove reclute, perpetuando il ciclo.

COME EVITARE IL LAVAGGIO DEL CERVELLO

Per proteggersi, è fondamentale:

  • sviluppare capacità di pensiero critico: mettere sempre in discussione le narrazioni e verificare i fatti
  • rimanere indipendenti: mantenere una solida rete di relazioni al di fuori dei gruppi di controllo
  • riconoscere i segnali d’allarme: essere consapevoli del linguaggio e delle tattiche manipolative.
  • fidarsi del proprio istinto: se qualcosa non va, indagare.
  • cercare molteplici prospettive: esporsi a diverse fonti di informazione
  • mantenere la consapevolezza emotiva: essere consapevoli del senso di colpa, della paura o dell’ansia usati contro di voi.
  • stabilire dei limiti: rifiutare di essere pressati per una lealtà o un’obbedienza estreme.

Inoltre, è utile prestare attenzione ai seguenti segnali di allarme:

Insegnamenti dogmatici. Il gruppo promuove le proprie credenze come unica verità, il che spesso porta a comportamenti dannosi o estremi.

Struttura gerarchica. Nel caso delle sette, queste sono tipicamente controllate da un leader o una figura centrale che esige segretezza e obbedienza. Raramente un manipolatore agisce da solo, senza il rinforzo di un gruppo a lui devoto.

Tattiche di reclutamento. Il reclutamento avviene spesso tramite social network, scuole o luoghi di lavoro, con presentazioni facilitate da amici o conoscenti.

Comportamento dei membri. I membri possono mostrare un’eccessiva riverenza per il gruppo e ostilità nei confronti delle critiche esterne.

MONEY ROAD: quanto COSTA essere EGOISTI. ANALISI COMPORTAMENTALE delle fragilità umane (di fronte a scelte e tentazioni)

È molto difficile rinunciare – se, come me, ci si occupa di comportamenti e decisioni – a seguire Money Road, il reality ed esperimento sociale dove dodici sconosciuti affrontano la giungla mentre le più diverse tentazioni ne mettono a dura determinazione, resilienza e portafoglio.

Così come è stato automatico, ripercorrere le fatiche e le prove a cui sono stata costretta durante la mia settimana di “survival camp”, una decina di anni fa. Esperienza che non prevedeva però un premio finale, dove non c’erano telecamere e neanche riso e fagioli, acqua pronta all’uso o bacinelle dove lavare i vestiti, tanto meno un campo tendato e dolci e comode tentazioni. La finalità era imparare tecniche di sopravvivenza utilizzando ciò che offriva il contesto, in quel caso il bosco e studiare le dinamiche di gruppo in condizioni di fatica, freddo, scomodità, fame e isolamento.

Mi sono cimentata nel costruirmi un riparo (un telo incapace di tenere lontani insetti e di proteggermi dalla pioggia battente), accendere un fuoco e mantenerlo vivo dove far bollire l’acqua raccolta da una scarna sorgente ricoperta di licheni così da avere qualcosa da bere, lavare il solo cambio consentito (ha piovuto 6 giorni su 7), costruire trappole per piccoli animali…

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il mio riparo

Esperienza arricchente sul piano dell’autoconoscenza e, nonostante non ci fossero premi in denaro e tanto meno tentazioni, non sempre il benessere delle persone e la cooperazione sono state messe in primo piano. Se ci fosse stato un montepremi da condividere, chissà cosa avrebbe potuto accadere.

MONEY ROAD: esperimento sociale

Il reality si presenta come un trekking nella giungla per 12 persone che hanno a disposizione un montepremi di 300 mila euro da dividere in parti uguali al termine del percorso, al netto delle tentazioni.

Più volte al giorno, infatti, i concorrenti si trovano a dover scegliere se accettare o meno una tentazione – un caffè, un biscotto, un letto, una doccia, un prelievo al bancomat –. Se si cede, ogni tentazione, che ha un costo rapportato al contesto, erode il montepremi collettivo.

A prima vita, la situazione sembra semplice, eppure nasconde una forte complessità: una sorta di rompicapo che coinvolte la teoria dei giochi[1], l’analisi del potere di Foucault[2] e la fenomenologia del limite di #Jaspers (i momenti estremi che rivelano chi siamo veramente)[3].

Money Road più che un reality è un esperimento morale che rimanda agli esperimenti di Derek Parfit sulla identità personale[4], alle simulazioni di Robert Nozick sulla giustizia distributiva[5] e agli esperimenti di Stanford di Philip Zimbardo[6], recentemente scomparso.

Il dilemma del prigioniero

Se nella mia settimana di addestramento a Fabio Caressa si contrapponevano militari che si limitavano a osservare, insegnare e mantenere le conflittualità in un range definito, Money Road costringe i partecipanti a negoziare continuamente fra razionalità ed emozioni.

Scarsità, libertà, confronto, giudizio, sono i veri protagonisti. La genialità del programma sta proprio nell’aver trasformato il dilemma del prigioniero[7] da esperimento a esperienza vissuta.

Il dilemma classico prevede due prigionieri in celle separate che devono scegliere se tradirsi o cooperare. I partecipanti di Money Road non sono in celle separate ma condividono apparentemente lo stesso contesto, trasformando ogni scelta in una performance pubblica di sé stessi.

LA SCELTA DELLA GIUNGLA NON È CASUALE

Rimanda al “cuore di tenebra” di Conrad, lo spazio studiato da Victor Turner dove le strutture sociali si dissolvono e l’individuo affronta il proprio nucleo pre-sociale[8]. A differenza dei riti di passaggio tradizionali, qui non c’è trasformazione migliorativa garantita. L’esito è individuale e non sociale: i partecipanti ne possono solo uscire peggio di come sono entrati.

Le tentazioni sono una scalata della piramide di Maslow. Ogni cedimento diventa una mappa del desiderio individuale: scelte apparentemente libere che, come automatismi sociali, sono parte di noi. Oltre al fatto che le tentazioni rappresentano non solo semplici cose ma simboli: il biscotto non è bramato per il gusto ma perché significa civilizzazione. La vasca di petali nella giungla non serve solo per lavarsi e ritemprarsi ma per sottolineare la differenza con chi puzza ed è pieno di fango. Ogni oggetto diventa simbolo del comfort mancato. I partecipanti, infatti, si ritrovano in una spirale dove il valore d’uso scompare dietro il valore simbolo[9].

Si compra l’idea – di noi che vogliamo avere e che vogliamo che gli abbiano di noi – e non il prodotto.

Money Road, insomma, dimostra quanto poco siamo econi, l’incapacità dell’uomo di fare scelte razionali[10]. E, al contempo, di quanto ogni partecipante sia allo stesso tempo vittima e carnefice, mentre la fiducia si rivela indispensabile ma claudicante a seconda della tentazione di turno.

PERCHE’ MONEY ROAD PIACE e DIVIDE allo STESSO TEMPO

Piace perché, alla fine, l’egoismo vince sulla correttezza e la solidarietà del gruppo. Per citare Garrett Hardin “senza regole tutti fruttano al massimo la risorsa comune fino a esaurirla”[11].

Insomma, come esperimento sociale Money Road conferma le trappole della razionalità: “Le società moderne sono intrappolate da comportamenti individualmente razionali che producono esiti collettivamente irrazionali”[12].

In pratica, spiega perché non risolviamo problemi come la crisi climatica attraverso un nuovo storytelling. Storytelling che mostra come sia impossibile agire sul consenso razionale quando il conflitto fa parte dell’essere umano. Ogni partecipante deve gestire il proprio capitale in un mercato delle tentazioni dove il profitto individuale si scontra con la sostenibilità collettiva.

Money Road ci sbatte in faccia quanto agiamo senza pensare, mentre le giustificazioni per aver ceduto alle tentazioni non sono menzogne ma tentativi disperati di mantenere coerente l’immagine di sé. È quello che Leon Festinger identificava come riduzione della dissonanza cognitiva.

IL FINALE D’ECCEZIONE

La vera genialità di Money Road sta nell’aver trasformato un reality in uno specchio della realtà contemporanea: frammentati, incoerenti, alla ricerca di una comunità impossibile. Dove la brutalità emerge con crudeltà e veridicità e mostra la debolezza della teoria dei giochi: la differenza di un modello matematico puro (dove i giocatori agiscono in modo rigidamente logico per massimizzare il profitto), in Money Road entrano in gioco variabili umane imprevedibili che ne alterano gli equilibri:

Irrazionalità ed Emozioni: Fattori come stanchezza estrema, fame, risentimento e invidia spingono i concorrenti a compiere scelte contrarie al proprio interesse finale.

Vendetta e Dinamiche Sociali: Quando un concorrente usa i soldi per sé, gli altri possono reagire punendolo per ripicca (eliminandolo o escludendolo), il che porta a una distruzione di valore per tutti

Il Trionfo dell’Individualismo: Spesso la “vittoria” del singolo non coincide con la vittoria del gruppo; come spesso accade nell’economia comportamentale, l’egoismo individuale prevale quando non c’è fiducia assoluta nella lealtà altrui.

Money Road siamo noi, semplicemente, nel quotidiano.


Fonti

[1] https://www.treccanilibri.it/catalogo/teoria-dei-giochi/

[2] https://www.pensierofilosofico.it/articolo/Michel-Foucault-potere-e-biopolitica/301/

[3] https://orthotes.com/journals/studijaspersiani/psicologia-delle-visioni-del-mondo/

[4] https://poireview.com/wp-content/uploads/2020/10/3.-P.O.I.-Sullidentit%C3%A0-personale.-A-partire-da-Derek-Parfit.pdf

[5] https://www.ilsole24ore.com/art/la-giustizia-sta-viaggio-e-non-all-arrivo-robert-nozick-e-teoria-titolo-valido-AFy5dqJC

[6] https://items.giuntipsy.it/2021/12/14/i-50-anni-dellesperimento-carcerario-di-stanford-di-philip-zimbardo/

[7] https://www.dsg.univr.it/documenti/OccorrenzaIns/matdid/matdid190494.pdf

[8][8] https://www.ilriformista.it/money-road-evoluzione-reality-show-non-e-italia-in-provetta-ma-intera-contemporaneita-spettatore-474131/

[9] https://www.mulino.it/isbn/9788815139214

[10] https://blog.economiacomportamentale.it/2019/10/04/scenari-dell-economia-comportamentale/

[11] https://www.science.org/doi/10.1126/science.162.3859.1243

[12] Jon Elster

La PAURA di diventare IRRILEVANTI, al LAVORO, che ci causa l’IA

Un nuovo acronimo sta ridefinendo il modo in cui le persone pensano alla propria carriera: FOBO, ovvero la paura di diventare obsoleti. Da non confondere con la Fear of a Better Option, l’ansia di prendere decisioni per paura che esista un’alternativa migliore, portando a paralisi decisionale, procrastinazione e insoddisfazione cronica.

A differenza della tradizionale insicurezza lavorativa, la FOBO non riguarda il licenziamento, bensì la paura di diventare irrilevanti. Secondo KPMG, quattro lavoratori su dieci indicano la perdita del lavoro a causa dell’IA come una delle loro principali paure, percentuale che è quasi raddoppiata in un solo anno. Il 63% afferma che l’IA renderà il luogo di lavoro meno umano. Le competenze richieste nei ruoli esposti all’IA stanno cambiando il 66% più velocemente rispetto a un anno fa. Ecco perché la FOBO è fra le paure predominanti nel contesto lavorativo.


Dopo che Dario Amodei, CEO di Anthropic, aveva affermato, appena un anno fa, che l’IA avrebbe potuto eliminare il 50% dei posti di lavoro di livello base entro cinque anni, pochi mesi fa anche Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha confermato le medesime proiezioni.

Queste sono le previsioni che alimentano la FOBO, confermate, in parte, da un imponente studio del MIT. Non la paura in sé ma la tempistica.

I risultati dello studio condotto dai ricercatori del MIT FutureTech indicano l’avanzata dell’IA nel mercato del lavoro non tanto come una catastrofe improvvisa piuttosto come “un’inondazione lenta e crescente: seria e in accelerazione, ma non l’apocalisse improvvisa che ha dominato i titoli dei giornali negli ultimi anni.

Anziché arrivare come ondate travolgenti che trasformano un determinato insieme di compiti alla volta” – scrivono i ricercatori – “il progresso assomiglia più a una marea crescente, con miglioramenti diffusi in molti compiti simultaneamente“.

Lo studio, intitolato “Crashing Waves vs. Rising Tides“, è una delle analisi empiriche più complete finora condotte sulle prestazioni dell’IA in compiti reali. Il team di nove ricercatori, guidato da Matthias Mertens e Neil Thompson, ha raccolto 17.000 valutazioni degli output di modelli di apprendimento basati sulla IA da parte di lavoratori esperti del settore, relative a 3.000 compiti del mercato del lavoro tratti dal sistema di classificazione O*NET del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti. Tali compiti spaziano dall’analisi legale alla preparazione di alimenti, dalla gestione all’informatica. Sono stati testati 40 modelli di IA, da GPT-3.5 Turbo a GPT-5, passando per Claude Opus 4.1, Gemini 2.5 Pro e DeepSeek R1.

LO STUDIO DEL MIT

Per chiunque sia affetto da FOBO (Fear Of Boss Out, paura di perdere il lavoro), la domanda centrale posta dai ricercatori è anche la più inquietante: l’IA può svolgere questi compiti in modo sufficientemente efficace da essere accettata da un manager senza alcuna modifica? La risposta è già sì, e spesso.

In tutti i modelli e le categorie professionali testati, l’IA ha completato con successo fra il 50-75% delle attività del lavoro basate su testo, raggiungendo un livello di qualità accettabile. Non si tratta di una proiezione futura, ma di una realtà attuale. Più nello specifico, lo studio ha rilevato che i modelli di IA più avanzati stavano già raggiungendo un tasso di successo del 50% in attività che agli esseri umani richiedono un’intera giornata lavorativa.

La traiettoria di miglioramento è ripida. I tassi di fallimento si dimezzano all’incirca ogni 2-3 anni in tutti i settori, il che si traduce in un aumento annuo dei tassi di successo pari al 15-16%.

Estrapolando questi trend, i sistemi di IA potrebbero completare la maggior parte delle attività basate su testo con tassi di successo compresi tra l’80% e il 95% entro il 2029, garantendo un livello di qualità minimo sufficiente.

FOBO e ISTITUZIONI

Mentre il MIT documenta gli enormi progressi compiuti dall’IA, la maggior parte delle aziende non ha ancora implementato questi strumenti. La FOBO (Fear Of Be Out, paura di essere esclusi dal mercato del lavoro) non è quindi solo una condizione personale, ma anche organizzativa. Secondo gli economisti di Goldman Sachs Sarah Dong e Joseph Briggs, che citano i dati del Census Bureau nel loro “AI Adoption Tracker” di marzo 2026, meno del 19% delle aziende statunitensi ha adottato l’IA. Goldman Sachs prevede che nei prossimi sei mesi l’adozione raggiungerà solo il 22,3%.

Ad aggravare questa situazione di stallo: solo un terzo dei lavoratori afferma che il proprio datore di lavoro fornisce formazione o opportunità di riqualificazione adeguate in materia di IA, con un calo di quasi 10 punti percentuali rispetto al 2024, secondo una ricerca dell’organizzazione no-profit JFF, specializzata nel mercato del lavoro. La maggior parte delle aziende lascia i lavoratori a gestire la FOBO da soli, senza l’infrastruttura necessaria per risolverla concretamente.

Questo divario ha un costo misurabile. Secondo i dati di OpenAI relativi al settore aziendale risalenti a dicembre 2025, i dipendenti delle aziende che utilizzano l’IA recuperano dai 40 ai 60 minuti al giorno e il 75% afferma di essere ora in grado di completare attività che prima non riusciva a svolgere affatto.

In parole semplici: le aziende che utilizzano l’IA stanno prendendo il sopravvento. E i numeri parlano chiaro. In un team di 50 persone, quel risparmio di tempo giornaliero di 40-60 minuti si traduce in 33-50 ore di produttività recuperata ogni singolo giorno. La gara è iniziata, ma molte aziende sono ancora ferme ad aspettare il fischio d’inizio.

CRUDELE IRONIA

È qui che l’inquadramento della “marea crescente” offre una certa rassicurazione. I risultati del MIT contestano la ricerca di METR, un’importante organizzazione per la sicurezza dell’IA, che sostiene che le capacità dell’IA aumentano bruscamente per specifici insiemi di compiti: un modello a “onde che si infrangono” che implica che i lavoratori potrebbero improvvisamente ritrovarsi obsoleti con pochissimo preavviso.

I dati del MIT, ricavati da compiti lavorativi realistici e rappresentativi piuttosto che da parametri di riferimento stilizzati, mostrano una curva di prestazione più piatta. L’IA non padroneggia un insieme ristretto di compiti lasciando tutto il resto inalterato. Al contrario, migliora in modo ampio e incrementale in quasi tutti i tipi di compiti contemporaneamente.

Più in generale, la proiezione di un miglioramento dell’IA fino a un livello di automazione quasi perfetto nei prossimi tre anni, e non nei prossimi 18 mesi di scenari apocalittici, offre quello che i ricercatori definiscono “un margine di tempo per l’adattamento dei lavoratori, in particolare nelle mansioni con bassa tolleranza agli errori“. Inoltre, le loro stime presuppongono che il progresso dell’IA continui al ritmo osservato negli ultimi due anni, il che significa che si tratta di uno scenario limite superiore o particolarmente rapido. L’IA potrebbe semplicemente non continuare a evolversi e ad avanzare con la stessa rapidità degli ultimi tempi.

Questo è importante per il modo in cui le aziende pianificano e per come i lavoratori si preparano.

Un modello a onda inarrestabile richiede un triage di emergenza; un modello a marea crescente richiede un adattamento strategico.

PROFESSIONI E RISULTATI

Si riscontrano differenze significative a seconda della professione. Il settore legale ha registrato il tasso di successo più basso per l’IA, attestandosi appena al 47%. I lavori di installazione, manutenzione e riparazione, si sono posizionati al primo posto con il 73%. Seguono le mansioni manageriali con il 53%, gli operatori sanitari con il 66% e le attività commerciali e finanziarie con il 57%. In altre parole, nessun settore impiegatizio è immune, ma alcuni sono considerevolmente più vicini al punto di svolta rispetto ad altri.

Per i lavoratori qualificati ed esperti che si rifiutano categoricamente di utilizzare strumenti di IA, anziché passare da “mediocri” “al top”, come è successo ai loro colleghi, sono passati dall’essere i migliori della loro categoria a ritrovarsi al fondo alla classifica.

TRASFORMAZIONE COMPLESSA

Il team del MIT è attento a non sopravvalutare i propri risultati. Sottolineano che gli alti tassi di successo a livello di singola attività non si traducono automaticamente in una perdita di posti di lavoro. I “costi dell’ultimo miglio” dell’integrazione dell’IA nei flussi di lavoro reali – attriti organizzativi, problemi di responsabilità, costi di implementazione nelle aziende più piccole – rimangono ostacoli significativi che nessun benchmark riesce a cogliere appieno.

Prestazioni dell’IA pressoché perfette nella maggior parte dei compiti rimarranno tali anche dopo il 2029. La curva logistica piatta che rende graduale l’ascesa significa anche che la scalata finale verso un’affidabilità superiore al 99% sarà lunga, un margine di sicurezza significativo per le professioni che non tollerano errori, come quelle legali, mediche e ingegneristiche.

In definitiva, la questione è più complessa di quanto i pessimisti o gli scettici vogliano ammettere. L’IA sta migliorando rapidamente e nei prossimi tre-cinque anni sarà sempre più presente nelle attività quotidiane lavorative e non. Tuttavia, è probabile che la trasformazione avvenga in modo graduale e visibile, piuttosto che come un’improvvisa e travolgente ondata, il che significa che la finestra di opportunità per adattarsi è reale, se non infinita. Sempre che si voglia adattarsi, ovviamente.

FOBO è razionale. I dati del MIT lo confermano. Ma l’antidoto non è la negazione o la paralisi, bensì ciò che molte aziende che prosperano stanno già facendo: trattare l’IA come uno strumento, non come un giudizio. La porta è aperta. La domanda è se la varcheremo.

BOREOUT: la SINDROME della NOIA sul LAVORO

C’è un fenomeno, noto come sindrome della noia (#boreout), che si sta facendo strada nei contesti lavorativi. Condizione dove l’assenza di attività, di compiti sfidanti, obiettivi non stimolanti, mancato coinvolgimento e attività meccaniche e ripetitive diventano la norma, portando a disimpegno, scarso entusiasmo e motivazione. Con tutte le ricadute che si possono facilmente immaginare sulla salute del singolo, il morale del team, il coinvolgimento e i profitti per l’azienda.

Il boreout è tanto insidioso quanto il suo opposto #burnout, e i cui sintomi ricordano quelli indicati dall’OMS:

esaurimento energetico, stanchezza, maggiore distanza mentale dal lavoro, pensieri negativi, cinismo, dell’efficacia professionale.

Sebbene sentirsi annoiati al lavoro, di tanto in tanto, può essere normale, se protratta nel tempo, la noia, può portare a sviluppare un profondo stato di demotivazione e insoddisfazione fino alla depressione.

ORIGINE del FENOMENO e RICADUTE

Il termine è stato coniato nel 2007 da due consulenti aziendali svizzeri Peter Werder e Philippe Rothlin, quando hanno pubblicato il volume “Diagnose Boreout”.

Il fenomeno non è da sottovalutare. Uno studio londinese pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, condotto su 7mila dipendenti pubblici monitorati per 25 anni, ha mostrato che i lavoratori che lamentano alti livelli di noia hanno un rischio doppio di decessi per malattie cardiache o ictus rispetto a coloro che trovano divertente la vita. Il detto «annoiarsi a morte» sembra quindi avere un riscontro scientifico, ipotizzano i ricercatori britannici, perché le persone annoiate hanno maggiori probabilità di ricorrere ad abitudini malsane come bere e fumare, il che può ridurre la loro aspettativa di vita.

Negli Stati Uniti, uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine ha stimato che il boreout e il burnout costano ai datori di lavoro in media 3.999 dollari per lavoratore ogni anno.

Joe Galvin, direttore della ricerca di Vistage, considera la il boreout come il precursore del “quite quitting“, in cui i lavoratori si arrendono, si disperdono mentalmente ed emotivamente, gestendo solo il necessario delle attività lavorative.

LE CAUSE

La noia può essere generata da diversi fattori. Un impiego di basso profilo, inferiore alle proprie qualifiche e competenze, di scarso interesse, ripetitivo; per carenza motivazionale, convinzione di mancate opportunità di carriera; forte gap tra le mansioni svolte e quelle desiderate, mancato riconoscimento delle proprie abilità, assenza di gratificazioni economiche, insoddisfazione, demotivazione, senso di frustrazione…

Queste sono tutte cause che possono generare un allontanamento progressivo rispetto allo svolgimento della propria attività. Distacco che va ad alimentare un circolo vizioso che genera una crescita del malessere che altera lo stato emotivo in modo più profondo e diffuso. Così la noia diventa tristezza che può arrivare a occupare aree estese della vita, anche personale, sociale, familiare, di coppia e sessuale».

UN PROBLEMA SOMMERSO

Le persone schiacciate dalla noia sono molto più di quelle che possiamo pensare, anche se spesso il disturbo fatica a venire alla luce. Se essere stressati per eccesso di lavoro è socialmente accettabile e persino visto come un segno di efficienza e produttività, riconoscere di essere sottoutilizzati è motivo di vergogna per la paura di essere additati come pigri, svogliati o inetti.

Si comincia a vergognarsi di essere pagati per non fare niente e ciò suscita ancora più ansia. Spesso sono i lavoratori stessi i primi a non riconoscere il problema. Non capiscono perché sono così stanchi una volta tornati e a casa e attribuiscono la propria insoddisfazione a conflitti di coppia o a problemi che non hanno niente a che vedere con il lavoro. È difficile capire che il prolungato stand by può invece essere responsabile di un vero malessere.

Le cause giudiziarie sono, non a caso, rare da fare notizia. Nel 2018 un tribunale francese ha condannato un’azienda di profumi a risarcire un ex dipendente, Frédéric Desnard, che aveva accusato il datore di lavoro di averlo trasformato in uno «zombie professionista».

L’ANTIDOTO alla NOIA

I rischi legati alla noia non riguardano solo la produttività o la creatività dei dipendenti. Occorre una cultura aziendale basata sulla collaborazione e sulla connessione, sulla crescita professionale e personale delle persone e dipendenti che sfruttino al massimo il loro ambiente di lavoro per trovare il loro personale scopo nel ruolo che ricoprono.

Sebbene sia responsabilità del leader/manager creare un ambiente di lavoro accogliente e ricco di significato, apprezzamento e possibilità di avanzamento, è anche responsabilità del lavoratore trovare motivazione, ispirazione e opportunità affrontando sfide e disaccordi, abbracciando le differenze e godendo della produttività che deriva da un team che lavora insieme. Non sottraendosi ai momenti di noia e difficoltà così da essere motivato a esplorare nuove opportunità se non è possibile crearle nel contesto in cui si trova. In questo modo sarà in grado di essere proattivo e non lasciarsi sopraffare dal boreout senza averne avuto consapevolezza.

Quando ESSERE EDUCATI ci danneggia

Educazione e cortesia sono preziose fonti di informazione: indicano agli altri come possono comportarsi nei nostri confronti. Talvolta inducendoli a mancarci di rispetto. Ci avete mai fatto caso?

4 SITUAZIONI DOVE QUESTO AVVIENE

GIUSTIFICARE E SPIEGARE ECCESSIVAMENTE LE NOSTRE DECISIONI. Giustificarsi eccessivamente e assumersi la responsabilità delle emozioni altrui non è il modo giusto per stabilire confini sani. È piuttosto una forma di autodifesa preventiva.

Più che un rifiuto, l’eccessiva enfasi che si dà alla motivazione alla base della nostra decisione, è un modo per gestire la percezione che gli altri avranno di noi. Il problema è che le spiegazioni fornite modificano lo status psicologico del confine che si sta cercando di tracciare.

Le ricerche dimostrano che, quando alle persone vengono fornite molteplici ragioni a sostegno di una posizione, non le sommano mentalmente, bensì ne calcolano la media di forza. Ciò significa che un’unica affermazione chiara e forte viene spesso percepita come più legittima di un insieme di giustificazioni di qualità variabile. Quando si aggiungono ragioni deboli o circostanziali, queste finiscono per diluire l’autorevolezza di quella più forte.

Quindi, quando dici “Non posso venire stasera“, il cervello di chi ti ascolta registra una decisione definitiva. Ma quando dici “Non posso venire stasera perché sono stato davvero sopraffatto, non ho dormito bene e ho ancora del lavoro da finire, ma vorrei tanto poter venire“, hai trasformato una decisione in una serie di condizioni, alcune delle quali sembrano temporanee o addirittura flessibili.

Le blande motivazioni che si buttano sul tavolo fanno sì che l’intero confine appaia meno rigido di un semplice “no“. Sebbene la seconda versione risulti più rassicurante, appare però più debole. Col tempo, gli altri potrebbero presumere che i tuoi limiti siano flessibili, il che potrebbe generare pressioni. Ricorda, il rispetto deriva dalla fermezza delle tue parole, non dal fatto che sono accompagnate da rassicurazioni.

ADDOLCIRE LA RICHIESTA.Ogni volta che ne hai l’occasione…”; “Va benissimo se non…”; “Non voglio essere di disturbo…

Le richieste edulcorate sono una forma di segnalazione di status. Secondo la politeness theory, le persone addolciscono il linguaggio con espressioni come “Niente fretta” o “Solo se per te va bene” per proteggere la loro immagine. Tuttavia, così facendo, segnalano contemporaneamente che il comfort dell’altra persona ha la priorità sui loro bisogni; riducendo la percezione di un’imposizione della richiesta.

Il problema è che i sistemi di comunicazione sono reciproci. Quando si minimizza costantemente l’importanza delle proprie richieste, gli altri tendono a seguire lo stesso esempio. Il modo in cui un bisogno viene espresso in modo diretto influenza la serietà con cui viene preso in considerazione. Le richieste che sembrano di poca importanza vengono considerate tali.

Quindi, col tempo, le persone iniziano inconsciamente a considerare il tuo tempo come flessibile, il tuo comfort come secondario e le tue esigenze come negoziabili. Questo non è dovuto a scortesia, ma a una conseguenza involontaria dei segnali che hai inviato loro. Si puo essere gentili senza rendersi invisibili. Le persone non possono rispettare ciò che non riescono a percepire chiaramente. Essere diretti non ti rende esigente, ti rende semplicemente comprensibile.

ESSERE SEMPRE DISPONIBILI. La disponibilità è un segnale di valore. La tua prontezza di risposta, la tua natura accondiscendente e la tua riluttanza a dare priorità a te stesso potrebbero farti credere di essere generoso. E’ esattamente il contrario.

Secondo una ricerca del 2025 pubblicata su Behavioral Sciences, quando le persone sperimentano scarsità di tempo, energia o risorse emotive, diventano più sensibili ai segnali che indicano cosa e chi conta davvero. In condizioni di risorse limitate, si presta maggiore attenzione ai segnali e alle norme sociali per decidere dove investire i propri sforzi. La tua disponibilità è uno di questi segnali.

Quando qualcuno è sempre reperibile, il suo tempo viene inconsciamente percepito come abbondante. E quando le persone si sentono anche solo leggermente sotto pressione, istintivamente dedicano la loro limitata attenzione a ciò che appare scarso e prioritario. Non si tratta di fare giochetti o di negare affetto. Si tratta di avere una vita con dei limiti reali.

Le persone rispettano chi ha altri centri di gravità: lavoro, riposo, creatività, famiglia. Questi centri creano dei limiti visibili, e questi limiti fanno sì che il tuo tempo sembri avere un costo, cosa che in effetti ha. Ti accorgerai che quando ruoti attorno a tutti gli altri, finisci per perderti nella loro abbondanza. Quando la tua vita ha un peso, gli altri iniziano naturalmente a ruotare attorno a te.

ASSUMERSI LA RESPONSABILITA’ DELLE EMOZIONI DEGLI ALTRI. Una delle forme più dannose del lavoro emotivo è nascondere ciò che si prova realmente e presentare un’immagine più rassicurante per far sentire gli altri a proprio agio. Questo perché sopprimere ripetutamente la propria realtà emotiva per stabilizzare il sistema nervoso di qualcun altro ha un costo psicologico misurabile.

Ma è altrettanto importante considerare il costo interpersonale. Quando ti fai carico del peso emotivo di entrambe le parti di un’interazione, involontariamente invii all’altra persona il segnale che non deve autoregolarsi in tua presenza. Il suo disagio non la raggiunge mai, perché tu lo intercetti. Questo crea un significativo squilibrio di potere: un sistema nervoso assume il ruolo di custode , l’altro quello di dipendente. Questa è l’asimmetria emotiva.

Le relazioni sane si basano sulla co-regolazione, non su un carico emotivo unilaterale. Il rispetto richiede due persone in grado di sentire, tollerare e reagire al disagio senza delegarlo. È lecito essere onesti anche quando ciò crea attrito. L’attrito non è mancanza di rispetto. È il prezzo da pagare per rimanere psicologicamente adulti insieme.

Nessuna di queste abitudini deriva da debolezza. Derivano dall’adattamento. E l’adattamento è un processo che dura tutta la vita. Tutto ciò di cui hai bisogno è:

chiarezza e coerenza tra ciò che provi, ciò che dici e ciò che permetti.

Un VENERDI’ nero a PARIGI. L’ISLAM di Carrére e Houellebecq

Non avevo mai letto niente di Emmanuel Carrére, fino a V13 e non ho più smesso. Un po’ come è accaduto con Michel Houellebecq, di cui ho divorato Annientare in un giorno e mezzo. Simili e distanti, allo stesso tempo, mi hanno insegnato molto sull’essere umano. Anche cose che non avrei voluto approfondire.

V13 è un libro dalla tiepida connotazione geopolitica e, dove, in prima persona, Carrére, descrive le sue personalissime sensazioni del processo di cui ha seguito tutte le udienze per un anno, relativamente all’attentato del 13 novembre 2015 a Parigi. Attentato noto per essersi snodato lungo tre scenari, il più famoso per numero di vittime e modo in cui gli attentatori hanno portato a termine l’esecuzione di massa, il Bataclan.

La bravura di Carrère sta nel raccontare senza fronzoli la realtà. Dura e spietata, cruda e violenta lasciando al lettore trarre le conclusioni. E non solo in V13. Per questo, leggerlo, mi ha riportato a Houllebecq. Entrambi grandi scrittori dagli ego smisurati. Non nego di invidiarli entrambi.

Carriere è il bravo ragazzo, riflessivo, ponderato, empatico, indulgente. Houellebecq è provocatorio, irritante, sfidante, snervante, irriducibile, misogino.

Il pregio del primo, uno dei tanti, è il saper mettere da parte le sue più immediate reazioni pur di arrivare alla verità. I suoi romanzi richiedono un minuzioso lavoro di documentazione: sono ricchi di informazioni e ricostruzioni storiche elaborate. Leggendolo, impari, che tu lo voglia o meno.

Dentro Limonov, per esempio, c’è qualcosa che dà l’idea di uno che si sbottona la camicia, si toglie le scarpe e beve due bicchieri di whisky. Non era Jung, che diceva che il Super-io è solubile in alcool… Leggetevelo, se potete, non potrebbe essere più attuale.

Il secondo, è passione pura, capace di seguire la scia impetuosa dell’ispirazione. Possiede il modus operandi del Van Gogh annichilito dalla sua stessa visione, assoluta e disperata, e che si trancia via un orecchio per autolesionismo. Lo scrive egli stesso in La carta e il territorio: “se vuoi essere uno scrittore devi essere disposto a essere in totale balia dei messaggi che l’arte ti impone di comunicare“.

Forse, proprio perché così diversi, non smetto di pensare all’uno o all’altro quando li leggo.

Houellebecq rappresenta ciò che io non sarò mai: la libertà sfrontata che non teme di non piacere. E che dice cose in qualche modo nuove, diverse, anticipatorie dei tempi. Capace di offuscare Bret Easton Ellis, con Le particelle elementari e una vita sfasciata. Più perdente rispetto a Carrére che è l’uomo che tutti vorrebbero a cena. Con una capacità estrema e spesso imbarazzante di autorappresentarsi in una luce livida e desolante, fragile, vergognosamente nevrotica e l’eros che sa far trasudare dalle sue pagine, eros che unisce una dose di perversione e allegria a una rassicurante tendenza all’affettività e alla coppia.

Mentre divoravo V13 di Carrére, non riuscivo a fare a meno di pensare a Sottomissione del quasi coetaneo Houellebecq, romanzo che lo costringe a lasciare Parigi e a isolarsi in un posto segreto per sfuggire possibili vendette (nel giorno dell’uscita del libro, il 7 gennaio, c’è l’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo).

Cosa ha di particolare Sottomissione? E’ solo apparentemente un esempio di distopia, in cui si descrive l’affermazione del partito della Fratellanza Musulmana, capitanato da Mohammad Ben Abbas, brillante politico, uomo colto e raffinato, alle Presidenziali francesi del 2022. Questo è stato il “messaggio” passato dai Media, di tutto il Mondo, “Ben prima del romanzo, è arrivata la leggenda”: ha affermato Pierre Assouline su La République de livres.

Sottomissione è una “storia comune con grandi domande”, dove sullo sfondo si staglia la situazione politica francese che vede protagonisti della sfida per l’Eliseo Marine Le Pen, leader del Front National contro Ben Abbas, capogruppo del partito islamico moderato di Francia. Nel momento in cui la Fratellanza Musulmana vince, con un’inedita alleanza con l’UMP e il Partito Socialista Francese si scopre la grande illusione: la società occidentale-europea è già morta da tempo, lo aveva intuito Huysmans in un momento nel quale gli eserciti delle potenze europeo dominava il mondo e lo scopre piano piano, con i propri occhi, anche François, il protagonista del romanzo.

Senza raccontare altro del libro, il nucleo del romanzo è racchiuso, nel ragionamento che Radiger, brillante professore francese in procinto di divenire il nuovo Rettore della Sorbona, fa a François: È la sottomissione, l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta. (…) Per me c’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo come la descrive Histoire d’O e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’Islam.

Poche righe in grado di destabilizzare, o almeno non di non lasciare indifferenti.

Houellebecq riesce a mettere il lettore davanti enormi concetti: il vero scontro di civiltà, se vi dovrà essere, non è tanto tra Cristianesimo e Islam, ma tra vita laica nel solco dell’Illuminismo e vita piena di fede e ricca di valori tradizionali.

Sottomissione è perciò un romanzo agile ma di pesanti significati e domande. Lascia una sensazione strana dopo che lo si è letto, non dissimile da V13 che tratta temi simili, ma reali. E ho avuto paura. Molta più di quella che avrei mai creduto.

JOBPOCALYPSE: niente PAURA! L’IA che TRASFORMA (e non distrugge) i posti di LAVORO

C’è un termine (per descrivere il timore legato alla responsabilità che l’Intelligenza Artificiale avrebbe nel rubare posti di lavoro), che sta prendendo sempre più piede anche per il sensazionalismo che la parola stessa genera: jobpocalypse.

Paura, anche in parte alimentata dagli innumerevoli articoli di giornali che non risparmiano notizie sui licenziamenti di massa, dagli evangelisti della tecnologia che non lesinano previsioni ansiogene circa una disoccupazione su larga scala e dagli economisti che ce la mettono tutta per modellare scenari in cui le macchine sono a un passo da rendere gli esseri umani obsoleti. Ma questo scenario apocalittico è estremamente parziale.

Se è vero che l’IA trasformerà il lavoro, facendo scomparire intere categorie professionali, è anche vero che l’essere umano dispone di un valore che nessun algoritmo può replicare.

Vale la pena indagare meglio il neologismo.

JOBPOCALYPSE in PAROLE e NUMERI

A portare l’attenzione sul termine Jobpocalypse è stato un articolo del The Guardian che colorava il futuro del mondo del lavoro (e delle nuove generazioni in generale) di tinte piuttosto fosche. Jobpocalypse, l’apocalisse del mondo del lavoro, è infatti una parola che punta sulla sensazionalità per diventare virale ma, allo stesso tempo, solleva un problema attuale e reale, la cui soluzione, quando verrà trovata, potrebbe cambiare completamente l’assetto delle aziende come oggi lo conosciamo.

Tradotto in numeri, il Jobpocalypse, secondo lo studio condotto dal British Standard Institution, in sette paesi: “un quarto dei capi ritiene che le attività di livello base potrebbero essere automatizzate per ridurre i costi; quattro capi su dieci (41%) hanno affermato che l’IA ha permesso loro di ridurre il numero di dipendenti. Quasi un terzo (31%) degli intervistati ha affermato che la propria organizzazione stava valutando soluzioni di IA prima di prendere in considerazione l’assunzione di una persona, mentre due quinti prevedono che ciò avverrà entro cinque anni”.

Quando si tratta di svolgere nuove attività normalmente affidate a uno stagista o a un entry level, secondo il BSI – è ormai prassi, come prima soluzione, verificare se c’è un tool di IA che può completare i relativi task. Solo dopo, a fronte di una risposta negativa, viene valutata l’assunzione di una persona.

Lo stesso report mostra come nelle aziende tra le parole più usate il termine automation” compaia sette volte più frequentemente rispetto a “reskilling” o “retraining”. Il motivo è facilmente immaginabile: la riduzione dei costi. Trascurando il fatto che un costo c’è comunque, quello sociale.

E se fosse SOLO un FALSO ALLARMISMO?

Senza fomentare schiere a favore o contro, due sono i temi che possono aiutare a placare l’ansia da jobpocalypse. Il primo è il vantaggio comparato: laddove l’IA superasse gli esseri umani in toto, la scarsità di risorse costringerà a impiegare strategicamente l’IA laddove offre il massimo valore, lasciando ampi spazi di manovra agli esseri umani. Il secondo, è il noto principio di scarsità: man mano che l’IA mercifica prodotti e servizi, elementi intrinsecamente scarsi come la connessione e l’attenzione umana diventano più preziosi.

A questi due temi, si affiancano altre ragioni a sostegno del fatto che il lavoro umano non scomparirà tanto presto.

CREATIVITA’. La creatività dell’AI sembra impressionante finché non la si esamina da vicino. Una ricerca di Wharton ha scoperto che le persone che utilizzano strumenti di IA generativa producono “risposte sovrapposte, spesso utilizzando un linguaggio sorprendentemente simile“. In un esperimento, quasi tutti i concetti di giocattoli generati dall’IA ruotavano attorno alla stessa idea: solo il 6% è stato considerato unico, rispetto al 100% di unicità nei gruppi composti esclusivamente da esseri umani. L’IA eccelle nell’imitazione sofisticata, ma ha difficoltà con le novità. La creatività umana, al contrario, prospera sul disaccordo e sulla divergenza. Dunque, se il processo creativo dell’IA ottimizza e ricombina modelli esistenti, è intrinsecamente limitato nel generare paradigmi nuovi. La creatività umana fornisce l’input iniziale per le scoperte scientifiche, i movimenti artistici e i cambiamenti sociali. Le macchine possono perfezionare e iterare, ma non possono immaginare ciò che non esiste ancora.

BUON SENSO. I sistemi di IA non colgono i sottili segnali emotivi, inciampano nel linguaggio figurato e falliscono quando si trovano ad affrontare situazioni nuove al di fuori del loro addestramento. Il ragionamento basato sul buon senso rimane una sfida di lunga data per l’IA. Questo gap crea spazi per l’adattabilità umana. La leadership strategica, la gestione delle crisi, l’interpretazione giuridica complessa e la formazione personalizzata richiedono tutte quel tipo di ragionamento flessibile e intuitivo che gli esseri umani gestiscono senza sforzo ma che le macchine trovano intrattabile.

COSCIENZA. L’IA dimostra capacità di problem solving ed elaborazione delle informazioni, ma è priva di esperienza soggettiva e delle qualità esperienziali che costituiscono l’esperienza cosciente. L’intelligenza artificiale può svolgere compiti altamente intelligenti senza sperimentarli realmente. La coscienza richiede autoreferenzialità, la capacità di osservare ed elaborare i propri stati, che porta all’autoconsapevolezza. Questa skill non può essere programmata dall’esterno. Anche quando le macchine raggiungeranno la super intelligenza, qualsiasi lavoro che richieda una fine comprensione emotiva, un’intuizione morale o l’esperienza soggettiva rimarrà esclusiva umana.

EMPATIA. I lavori che richiedono elevata intelligenza emotiva, empatia e capacità interpersonali rimangono incentrati sull’uomo, perché queste qualità resistono alla replicazione algoritmica. I dati lo confermano in tutti i settori. In Sanità, l’empatia migliora significativamente i risultati clinici e la soddisfazione del paziente. Gli insegnanti promuovono l’intelligenza emotiva e si relazionano con gli studenti in modi che migliorano l’apprendimento e il benessere psicologico. Nella vendita, la maggior parte dei clienti preferisce parlare con persone reali, evidenziando il ruolo fondamentale dell’interazione umana nel costruire fiducia e lealtà.

ETICA E SUPERVISIONE. I sistemi di IA non sono in grado di valutare e dare priorità alle considerazioni etiche. Perpetuano pregiudizi nei loro dati di addestramento, basti pensare al motore di reclutamento basato sull’IA di Amazon che ha sviluppato un pregiudizio nei confronti delle donne, penalizzando i curriculum contenenti la parola “donne” e declassando i laureati provenienti da college femminili. Nonostante i tentativi di correzione, il rischio discriminatorio ha portato Amazon ad abbandonare il progetto. Non si tratta di un problema temporaneo in attesa di algoritmi migliori. La supervisione umana è fondamentale.

DARE SIGNIFICATO. Il lavoro soddisfa bisogni umani fondamentali che vanno oltre la necessità economica: identità, scopo, contributo sociale. L’automazione delle attività di routine non elimina questi bisogni; li amplifica. Man mano che le macchine gestiscono lavori ripetitivi, i ruoli che enfatizzano l’empatia, il pensiero critico e la crescita personale diventano più soddisfacenti per gli esseri umani. Anche in un futuro altamente automatizzato, in cui l’IA fornirà un gran quantitativo di beni e servizi, gli esseri umani manterranno profondi bisogni psicologici di scopo e di impegno sociale attraverso il lavoro, scegliendo di lavorare non per la sopravvivenza, ma per l’autorealizzazione, lo status sociale e il senso di appartenenza.

APOCALISSE NON è il TERMINE più APPROPRIATO

L’IA porterà una trasformazione spietata. È indubbio e lo stiamo già vivendo. Lavori che esistevano da generazioni scompariranno. Ed è anche facile ipotizzare quali. I ruoli tradizionali diventeranno obsoleti man mano che le nuove tecnologie si dimostreranno più veloci, economiche e affidabili.

Ma da qui a scenari apocalittici, ce ne vuole. Da questa trasformazione nasceranno nuovi lavori: ruoli che richiedono creatività, intelligenza emotiva e capacità di problem solving complesse, tutte abilità proprie dell’essere umano. Chi saprà adattarsi scoprirà opportunità di lavoro significative e di valore.

Si prevede infatti che l’IA “creerà più posti di lavoro di quanti ne sostituisca”: nello sviluppo, nella manutenzione, nell’etica dell’IA e campi completamente nuovi che emergeranno dalle capacità abilitate dall’IA. Mentre l’IA assiste nella codifica, nella progettazione e nella ricerca, ciò che rimane per gli esseri umani è la creatività autentica, la risoluzione di problemi complessi, l’interazione umana e la supervisione umana.

La relazione uomo-IA si sta evolvendo in un ecosistema simbiotico, dove l’IA gestisce compiti ad alta intensità di dati, ripetitivi o basati sul riconoscimento di schemi, e gli esseri umani forniscono pensiero critico, giudizio etico e comprensione del contesto. Questo non preserva i lavori esistenti, ma li stravolge, li trasforma e genera categorie completamente nuove incentrate sulla gestione, la guida e la collaborazione con l’IA.

Più che di apocalisse, si tratta di nuove opportunità, nuove realtà economiche e psicologiche a cui guardare con la giusta prospettiva. Va bene un po’ di timore, purchè non precluda al cambiamento.

CREDERE al PARANORMALE (ci) aiuta a gestire l’INCERTEZZA

Telepatia, chiaroveggenza, precognizione, psicocinesi, sono solo alcuni esempi di fenomeni paranormali. Fin qui, nulla di nuovo. Se non per il fatto che siamo tentati di crederci, più di quanto vorremmo, perché sono ampliamente capaci di regalarci una sensazione di controllo, prevedibilità e conforto soprattutto nei momenti di maggiore incertezza.

A offrire spiegazioni sul perché molte persone (tra un terzo e il 50%) si sentano così attratte dal paranormale, ci sono diversi studi accademici, alcuni dei quali molto recenti.

Le credenze paranormali sono convinzioni su nozioni che vanno oltre ciò che la scienza tradizionale può spiegare, come fantasmi o capacità psichiche.

Ho voluto indagare un po’ più in profondità il fenomeno, a seguito di conversazioni catturate qui e là, in luoghi dove paura e incertezza la fanno da padrone, quali sale d’attesa di cliniche e ospedali.

INCERTEZZA E CREDENZE

Un recente studio ha evidenziato che le persone che si sentono smarrite o confuse sono più propense a credere nel soprannaturale. Questo è probabilmente dovuto al modo in cui il cervello elabora l’incertezza: quando ci troviamo di fronte a eventi che non possiamo controllare, la mente cerca schemi e spiegazioni.

Le credenze paranormali hanno la capacità di creare storie strutturate che fanno sembrare intenzionali gli eventi casuali. Ad esempio, l’astrologia collega i movimenti planetari alle esperienze personali, offrendo un modo per comprendere il quotidiano. Le persone ripongono la loro fede nelle teorie del complotto per ragioni simili.

Uno dei motivi principali per cui cisi rivolge al paranormale è per affrontare ansia e incertezza. Rendersi conto che la vita è imprevedibile e ha una fine può essere destabilizzante. Le credenze soprannaturali offrono conforto suggerendo che un potere superiore controlli il destino umano.

Questa percezione conferisce alla vita uno scopo e un significato. Le storie sui fantasmi e l’idea di poter conversare con i defunti aiutano le persone a sentirsi in contatto con i propri cari scomparsi. In questo modo, il pensiero soprannaturale aiuta ad affrontare le paure dell’ignoto.

Difficile, dunque, non strizzare l’occhio quanto basta a credenze incerte scientificamente anche per me, quando la scienza latita, mostra le sue lacune o le informazioni scarseggiano. Giusto un po’, quel tanto per tenere a freno la paura, mi sono detta sorridendo.

PARANORMALE: NON TUTTO è DA DEMONIZZARE

Credere nel paranormale può offrire conforto ad alcuni, così  come può rivelarsi inutile. Ad esempio, una profonda fede in forze soprannaturali potrebbe indurre a dare la colpa dei propri problemi a forze soprannaturali invece di cercare modi pratici per affrontarli. Una recente ricerca ha identificato che la fede in forze soprannaturali esterne che esercitano un controllo, come gli dei o il destino, è associata a sofferenza. Questo tipo di convinzione riflette una mancanza di controllo personale.

Al contrario, un altro recente studio ha dimostrato che la fede in fenomeni paranormali incentrati sulla spiritualità personale, come l’astrologia, non è associata a stress. Questo sembra essere dovuto al fatto che questo tipo di credenze enfatizzano il controllo e il significato personali.

BIAS E CREDENZE

Le credenze paranormali sono anche influenzate da scorciatoie mentali che plasmano la percezione del mondo. Il riconoscimento di schemi è un buon esempio, in cui le persone vedono connessioni in eventi casuali. Questo spiega perché vediamo volti nelle nuvole o perché pensiamo che una serie di eventi negativi significhi che ci sia stato fatto il malocchio.

Un altro pregiudizio comune è la convinzione di poter influenzare cose che sono al di fuori del nostro controllo. Definito illusione di controllo, uno studio del 2024 ha dimostrato che questo bias si applica anche alla salute, come credere in trattamenti o cure mediche farlocche. I ricercatori hanno scoperto che le convinzioni illusorie sulla salute erano correlate positivamente con la fede nella pseudoscienza e negativamente con lo scetticismo.

INFLUENZE CULTURALI E SOCIALI

La cultura e la società possono rafforzare le credenze paranormali. Il modo in cui i media descrivono gli eventi soprannaturali influenza il modo in cui le persone li percepiscono. Film e programmi TV horror ritraggono spesso esseri soprannaturali che interagiscono con il mondo reale. I social amplificano ulteriormente queste idee, con le persone che condividono video ed esperienze personali online. Questi post possono rafforzare le credenze nel paranormale.

Quando si è circondati da persone che credono nel soprannaturale, è più probabile considerare queste idee vere. Le norme sociali plasmano queste credenze stabilendo aspettative su ciò che è considerato accettabile o reale all’interno di una cultura. Se una società accetta ampiamente i fenomeni paranormali, è più probabile che le persone le adottino e le rafforzino.

Comprendere il ruolo delle credenze paranormali può aiutare a creare una visione equilibrata delle persone che le condividono. Invece di ignorarle, è importante riconoscerne il significato emotivo e personale che rivestono sul singolo. In particolare, il modo in cui le credenze plasmano le prospettive e i meccanismi di difesa. Sebbene possano non essere in linea con la logica o l’evidenza, il conforto che offrono è profondamente significativo per coloro che le nutrono.

Uno studio del 2024 ha scoperto che le credenze paranormali non erano necessariamente associate a un benessere negativo, ma erano collegate a un senso di significato nella vita.

La ricerca ha dimostrato che insegnare il pensiero critico e la cultura scientifica può aiutare le persone a distinguere tra pratiche spirituali utili e incomprensioni dannose. Incoraggiare lo scetticismo e il pensiero razionale permette alle persone di interagire con il mondo in un modo che bilancia speranza e ragione.

Le credenze paranormali persistono perché soddisfano bisogni psicologici profondi. Capire perché le persone credono nel soprannaturale può portare a discussioni più compassionevoli e aiutarle a trovare modi migliori per gestire l’incertezza. Che si creda o meno ai fantasmi, il bisogno di stabilità e conforto è qualcosa che tutti gli esseri umani condividono.

CONCLUSIONI

Tracciare una linea netta di demarcazione probabilmente è facile da farsi solo sulla carta. Non nella vita di tutti i giorni. E, se anche è poco scientifico, ma è altrettanto capace di regalare qualche sorriso, placare le preoccupazioni e distrarre da incombenze pesanti, ben vengano le credenze nel paranormale. Purché, in modo consapevole e a piccole dosi.

Cosa ne pensate?

Né INTROVERSI né ESTROVERSI: ecco gli «OTROVERSI», COLORO che PENSANO fuori dal CORO

Se qualcuno vi dà dell’otroverso, vi sta facendo un complimento.

L’otroverso è infatti colui che non essendo né soggetto alle regole implicite di un gruppo, né influenzato dal pensiero di massa, è libero di pensare in modo unico, nonchè capace di adattarsi a situazioni che cambiano, senza il timore di sovvertire le nozioni collettive di ciò che è giusto o buono.

OTROVERSIONE: DI COSA PARLIAMO?

Due sono i tipi di personalità con cui siamo più abituati a confrontarci: gli introversi che si ricaricano in solitudine e gli estroversi che traggono energia dalla folla. Ne esiste però una terza, gli otroversi, persone che non solo non sentono il bisogno di aderire fedelmente alla identità di un gruppo, sia una squadra, un club, un partito politico o qualsiasi altra forma di collettività, ma che di fronte a parole quali riti di iniziazione, giuramenti, simboli di appartenenza, non hanno alcuna risposta emotiva.

L’otroverso è quindi una personalità equilibrata in grado di connettersi con gli altri senza dissolversi nel gruppo. Né chiuso né esuberante, è un pensatore indipendente e originale che vive in armonia con sé stesso e sceglie le proprie interazioni umane con accortezza, riuscendo a mantenersi lucido nel suo modo di essere socievole.

A coniare il termine è lo psichiatra americano Rami Kaminski, nel libro The Gift of Not Belonging. “Nasciamo tutti otroversi, prima che il condizionamento culturale dell’infanzia consolidi le nostre affiliazioni con varie identità e gruppi”, spiega Kaminski sul New Scientist.

Composto dal prefisso spagnolo otro “altro” e dal suffisso vert dal latino vertere, “rivolgere”, descrive le persone che non sono completamente rivolte né verso se stesse (introverse) né verso gli altri (estroverse), ma tendono a guardare, in un’altra direzione rispetto al resto del mondo.

Lo psichiatra vede nell’otroversione la capacità di abbracciare la propria complessità, di brillare pur rimanendo ancorati alla realtà, senza esaurirsi. In sostanza, l’otroverso è un individuo che cerca un’autenticità non necessariamente conforme alle categorizzazioni classiche e in grado di valorizzare tanto l’indipendenza del pensiero quanto la profondità delle relazioni. Indipendenti emotivamente, non teme il rifiuto del gruppo, e nemmeno ne cerca l’approvazione.

Mostra una preferenza per le cene individuali rispetto a quelle numerose e spesso si trova impegnato in conversazioni profonde con una sola persona. Preferisce completare le attività di lavoro in modo indipendente e reputa tradizioni e rituali, come feste in ufficio, cerimonie di laurea o festività religiose, difficili e sconcertanti.

OTROVERSIONE: UN BENE O UN MALE?

Secondo Kaminski, la personalità otroversa è quella con le maggiori possibilità di avere successo nella società attuale, iperconnessa e animata dalla condivisione compulsiva, perché, grazie alla sua capacità di selezionare le relazioni, è in grado di creare un equilibrio tra il tempo destinato a queste ultime e quello da dedicare a sé stesso.

Rispetto a estroversi e introversi, gli otroversi si collocano al di fuori di questo spettro perché sono orientati lontano dal gruppo. Gli introversi traggono forza dalla solitudine e dalla riflessione interiore; gli estroversi dall’interazione e dall’azione. Gli otroversi non essendo governati dal costante bisogno di piacere, non guardano mai agli altri per misurare il valore delle loro scelte, al contrario di quanto succede agli estroversi che prendono energia proprio dall’essere parte di quell’identità collettiva che, riconoscendoli come persone carismatiche, permette loro di brillare.

Non sono neppure da confondere con gli outsider, i solitari sociali. Gli otroversi sono infatti «solitari emotivi», si sentono cioè più soli quando sono circondati dagli altri. Il gruppo tende ad accoglierli volentieri, anche perché sanno essere molto empatici (la loro abilità di distinguere tra la prospettiva dell’altro e la propria li rende radicalmente non giudicanti), sono loro che non ci vogliono stare.

BAMBINI OTROVERSI

Non sono difficili da riconoscere. Sono quei bambini che, in un ambiente nuovo, hanno bisogno di essere stimolati a unirsi e giocare con gli altri. In realtà preferiscono interagire con i genitori dei bambini. Mostrano un livello di maturità superiore alla loro età e la loro disinvoltura con gli adulti li rende popolari tra i “grandi”.

Sebbene siano socialmente popolari e apprezzati per la loro arguzia e intelligenza, i bambini otroversi potrebbero evitare le attività di gruppo che si formano all’interno dei gruppi di pari. Sono indifferenti alle gerarchie sociali e sentono poco il bisogno di conformarsi alle aspettative sociali. Inoltre, non si annoiano stando da soli e, anzi, hanno bisogno di tempo per riprendersi dopo essere stati in contesti sociali. Questa preferenza per il tempo personale è una delle caratteristiche distintive di un bambino otroverso e può spesso essere erroneamente interpretata come un comportamento isolante.

Sono inoltre empatici e generosi,  in sintonia con i bisogni degli altri e sensibili alle interazioni individuali. Grazie alla loro capacità di pensare criticamente alle conseguenze, sono spesso cauti e resistenti alla pressione dei coetanei. Tendono a evitare comportamenti rischiosi che altri bambini potrebbero adottare semplicemente per adattarsi.

Per supportarli, genitori, insegnanti, adulti, anziché cercare di cambiare queste caratteristiche, devono comprenderle. Incoraggiare le amicizie individuali, offrire l’opportunità di costruire relazioni profonde e significative con uno o due coetanei, celebrare i loro tratti unici, apprezzando i punti di forza, come indipendenza, avversione al rischio e autosufficienza emotiva.

CONCLUDENDO…

Essere otroversi è una caratteristica cognitiva, inscritta nel funzionamento del nostro cervello. Un po’ come non forziamo più un mancino a scrivere con la mano destra, dovremmo iniziare a smettere di cercare di “aggiustare” gli otroversi insistendo perché si conformino. Così, come i mancini possono vivere tranquillamente in un mondo di destri, anche gli otroversi possono trovare il loro spazio in una società dell’appartenenza», soprattutto da adulti, quando le pressioni «tribali» diminuiscono e possono accettarsi così come sono, sentendosi finalmente liberi dalla tremenda pressione sociale imposta dall’appartenenza a un gruppo e godendo della propria ribellione interna”, Suggerisce Kaminski.

Sebbene il mondo cerchi di inserirci tutti all’interno di uno stormo, sia che ci si senta brutti anatroccoli sia che si brilli come cigni, occorre ricordarsi che ci sono anche specie di uccelli, come le aquile, fatti per librarsi alti in solitaria.

E tu, dove ti collochi fra estroversi, introversi, outsider e otroversi?

FADING, la ROTTURA LENTA più insidiosa del GHOSTING

Se il ghosting ci ha abituato alla sparizione improvvisa, il fading è la fine dei rapporti: una rottura lenta, un calo improvviso dell’intensità comunicativa che trasforma l’intimità in un vago ricordo.

Il mio approfondimento per la rivista #STARBENE