IL BISOGNO di ASPETTARE SEMPRE QUALCOSA. QUALCUNO. Fosse anche solo un treno…

La gente aspetta per tutta la vita. Qualcosa. Qualcuno. Aspetta per vivere, aspetta per morire. Aspetta in fila per comprare la più inutile delle cose. Aspetta in fila per il bancomat. E se non ha denaro aspetta in file più lunghe. Aspetta per dormire e poi aspetta per svegliarsi. Aspetta per sposarsi e poi aspetta per divorziare. Aspetta la pioggia, e qualche sopravvissuto al romanticismo aspetta l’arcobaleno, tutti gli altri il sole. Aspetta l’ora del pranzo e poi della cena. Aspetta l’ennesimo treno insieme a un gregge di altri avventori, distratti e un po’ tristi, correndo dietro alla vita che però non ha fermate.

LE PAROLE DELL’ATTESA

Per Kafka la vita era “un’attesa prima della nascita”, Beckett l’ha trasformata in un libro “Aspettando Godot“.

Michelangelo la considerava come “il futuro che si presenta a mani vuote”.

Simone Weil definiva l’attesa “il mendicante di Dio”. “La culla dondola sopra un abisso” scrisse Nabokov: a chi aspetta viene sempre in qualche modo ricordato questo abisso.

«La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta», scrive Barthes nei ”Frammenti di un discorso amoroso. “

E infine Bukowski “Aspettavi nello studio di uno strizzacervelli con una masnada di psicopatici e ti chiedevi se lo fossi anche tu. ”

L’ATTESA DEI FOLLI

Nel mondo dei folli, l’attesa non ha orologio, mi ritrovo a pensare mentre il treno arriva finalmente in stazione.

“Quanto tempo è per sempre?” chiede Alice.

Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

“E quanto tempo è un secondo?”;

“Quando ami, un’eternità”.

LEGGERE per SAPERE… LEGGERE per AVERE

11 libri in tre settimane, poco meno di 5 mila pagine. Questo è il piacere che mi sono regalata nelle vacanze estive, decisamente controcorrente rispetto i dati Istat, secondo cui il 53% degli italiani non ha letto neppure un libro in 12 mesi e il 15% ne ha letti una dozzina.

Eppure, esempi alla mano, chi ha un lavoro appagante e una vita di successo è mediamente un avido lettore.

Steve Jobs aveva un’ossessione per i poeti inglesi, in particolare per William Blake.

Phil Knight, fondatore della Nike, venera a tal punto la sua libreria, che gli ospiti sono costretti a visitarla scalzi.

David Rubenstein, co-fondatore di The Carlyle Group, un private equity che gestisce oltre 150 miliardi di dollari, ha l’abitudine di leggere una dozzina di libri… a settimana!

Winston Churchill, primo ministro inglese durante la II guerra mondiale, vinse il premio Nobel per la letteratura.

Warren Buffett, il più grande investitore di tutti i tempi, legge 500 pagine ogni giorno. Inizia la giornata leggendo dozzine di quotidiani e dedica un’ampia parte della sua giornata al suo consumo vorace di libri.

Il miliardario Mark Cuban trascorre fino a 3 ore delle sue giornate a leggere libri

Bill Gates, si sa, legge 50 libri all’anno.

E quando è stato chiesto come avesse imparato a costruire razzi, Elon Musk ha risposto semplicemente: “Leggo libri”.

1.200 DELLE PERSONE PIU’ RICCHE AL MONDO LEGGONO TUTTE MOLTISSIMO. MA COSA LEGGONO?

Secondo Thomas Corley, autore di Rich habits: The daily success habits of wealthy individuals, le persone con un reddito annuo superiore ai 160.000 dollari e un patrimonio netto liquido superiore ai 3 milioni di dollari leggono testi che parlano di auto-miglioramento, istruzione e successo. Le persone con un reddito annuo non superiore ai 35.000 dollari e un patrimonio netto liquido di 5.000 dollari leggono principalmente per essere intrattenute.

Se non siete dei lettori voraci, non dove iniziare con Roth, Musil o Proust a colpi di 500 pagine al giorno. Sono sufficienti una ventina di pagine purchè siano una ventina tutti i giorni.

Se per caso pensaste di non riuscire a trovare il tempo, considerate che per leggere 200 libri in un anno ci vogliono 417 ore. A fare il calcolo lo scrittore Charles Chu, che per 2 anni ha provato a tenere la media di Buffet: “Sembrano tante, ma se consideriamo che ne usiamo 608 sui social media e 1642 davanti alla tv capiamo bene che quelle ore ce le abbiamo”.

DIRE STRONZATE è SOCIALMENTE più ACCETTATO del MENTIRE

Dire stronzate è socialmente più accettato del mentire. Perdonate il francesismo, ma ogni tanto chiamare le cose con il loro nome, senza nascondersi nel politically correct è doveroso. Soprattutto quando a farlo è la scienza.

Proprio così.

C’è addirittura un libro, edito da Rizzoli, che si intitola “Stronzate (On bullshit), scritto dal filosofo morale e di solida reputazione Harry Frankfurt, professore emerito a Princeton. “Uno dei tratti salienti della nostra cultura è che è pervasa da una gran quantità di stronzate. Tutti lo sanno. Ognuno di noi contribuisce con la propria quota. Eppure tendiamo a dare questa situazione per scontata. La maggior parte delle persone si fida della propria capacità di riconoscere una stronzata, quando la sente, e quindi evitare di crederci. Ragion per cui il fenomeno non solleva gran preoccupazione, né è stato finora oggetto di un serio approfondimento».

John Petrocelli, psicologo alla Wake Forest University ha invece condotto uno studio per capire in quali condizioni le persone si sentono più incoraggiate o autorizzate a dire stupidaggini. Stupidaggini, non bugie. Chi mente nasconde la verità, chi dice stronzate non necessariamente sa qual è la verità e può accadere che stia solo ripetendo cose sentite in giro o idee presentate da altri che sembravano credibili.

COSA DICE LA SCIENZA

E’ emerso che il dire stupidaggini è più accettato che mentire. Probabilmente perchè a volte chi le dice lo fa per favorire il senso di appartenenza al gruppo (cadendo nell’effetto gregge o di riprova sociale) e poco importa se questa idea è basata sui fatti.

La pericolosità della stronzata è che è impossibile sapere come stanno veramente le cose. Ne consegue che qualunque forma di argomentazione politica o analisi intellettuale è legittima, e vera, se è persuasiva. Tutto questo, secondo il filosofo di Princeton, è effetto di una forma di vita pubblica in cui le persone «sono sovente chiamate a parlare di argomenti di cui sanno poco o nulla».

Il «bullshit artist», l’artista della stronzata, infatti se ne infischia tanto della verità che della menzogna: «Gli sta a cuore solo farla franca con ciò che dice». Un politico, un pubblicitario o un conduttore di talk show che elargiscono «stronzate» non rifiutano l’autorità della verità come fa il bugiardo, che vi si oppone. «Semplicemente non vi badano».

COSA vuol dire ESSERE uno SCRITTORE? DISSERTAZIONI fra un GHOST (io) e un CLIENTE

“Cosa vuol dire essere uno scrittore?”, mi chiede un cliente per il quale sto scrivendo la biografia.

Bella domanda dalla risposta complessa. Il sole ci cuoce la pelle, tormentando i sensi.

Lascio la parola a Murakami: Quando si cerca di entrare in un campo che non è il proprio, qualunque esso sia, non si è visti di buon occhio dalle persone che vi appartengono, e che tendono a impedirne l’accesso, come i globuli bianchi cercano di eliminare dal corpo i microorganismi estranei. Poi queste stesse persone finiscono per accettare tacitamente chi insiste imperterrito e ammetterlo tra i propri ranghi con l’aria di dire – Cosa ci possiamo fare? – ma per lo meno all’inizio sono molto diffidenti. Più un campo è ristretto, specialistico e prestigioso , più l’orgoglio e l’esclusivismo sono forti e cresce al resistenza ad accogliere gente nuova. “

Essere uno scrittore è cosa ardua, ancora più difficile è rimanerlo. Nel tempo. Tutti possono scrivere un bel libro, ma pochi hanno le carte in regola per rimanere nel club esclusivo degli scrittori affermati. Un club che richiede un dazio molto alto e non tutti vogliono o possono pagarlo.

Le REGOLE di SCRITTURA di MURAKAMI

Murakami ha scritto il suo primo romanzo a 30 anni, e poi non ha più smesso, resistendo alle critiche, ai premi mancati, ai commenti distruttivi.  Ha puntato sull’originalità, sovvertendo il sistema: scrive in inglese, poi traduce in giapponese. Per questo i suoi libri sembrano scritti con uno stile da “lingua tradotta”…

E’ ossessivo. Cerca i dettagli, quelli inconsueti, interessanti, incoerenti e da lì parte per scrivere le sue storie.

Scrive ogni giorno, 4 o 5 ore senza sosta. Nella solitudine di una stanza, dinanzi a un foglio bianco. Percorrendo se stesso, nel bene e nel male. Conscio che è attraverso la propria nudità che si trovano le storie da  raccontare. La vulnerabilità, mi piace pensare sia, una faccia della creatività.

Non scrive per  commissione, per fama o per dimostrare qualcosa Murakami. Scrive perché ama farlo e lo sa fare bene. Giorno dopo giorno, anche quando nessuno ci crede.

Questo è soprattutto ciò che mi ha insegnato la scrittura: scoprire se stessi in se stessi, senza proclami, acclamazioni e palchi posticci e traballanti montati per far soldi e non per segnare la storia. Qualunque essa sia.

 

 

 

NESSUNO RISPONDE più al TELEFONO… Nemmeno IO

Suona. Con insistenza. Sono rimasta affezionata all’inconfondibile suoneria del telefono a fili. Quasi introvabile, ormai (sia il telefono sia il tipo di suoneria)!

Quando squillava, decenni fa, c’era un solo imperativo per tutti, adulti e bambini: rispondere. Se il chiamante avesse riagganciato prima che avessimo raggiunto la cornetta, avremmo avuto ben poco da fare. Non esisteva l’elenco delle chiamate perse e non esisteva nemmeno la funzione per richiamare l’ultima persona che aveva telefonato. L’unica cosa da fare era attendere che chi ci aveva cercato, richiamasse una seconda volta.

Non rispondere era considerato un gesto maleducato, alla stessa stregua di ignorare qualcuno che suona alla porta. Per questo rispondere era una consuetudine universale e a cui si cedeva facilmente: il numero di chiamate giornaliero era esiguo e si usava il telefono solo quando non se ne poteva fare a meno.

COMPORTAMENTI CHE NON USANO PIU’

Oggi se ne abusa, e non solo del telefono. I metodi per comunicare sono una infinità. E non rispondere è diventata la consuetudine: un po’ per evitare gli spam, le telefonate dai call center che tentano, con una costante imbarazzante, di venderti qualunque servizio disponibile. E fare l’errore di rispondere può costare caro. Se non si vuol stroncare malamente l’addetto inopportuno.

Suona ancora. Dovrai attendere la fine delle mie vacanze, penso, accantonando lo smart phone. E’ il regalo che mi sono fatta: non rispondere né a chiamate né a messaggi. E non mi sono nemmeno sentita in colpa…

Se gli EROI SCOMPAIONO anche i POETI MUOIONO…

“Scrivere è una forma d’arte – dice Massimo Valerio Manfredi – la cui funzione è regalarci vite parallele, avventure, esperienze che il nostro destino personale non ci avrebbe mai dato”.

Parliamo di letteratura, ci confrontiamo, mentre ripercorro alcune delle sue storie, perdendomi e ritrovandomi, via via in abiti nuovi. Lo stile che incalza, la voce di chi sa raccontare e conosce il passato. Cita Ovidio, Omero fino a Dante e Shakespeare.

«Se gli eroi scompaiono anche i poeti muoiono, non avendo più materia per il loro canto». Mi saluta così, l’archeologo scrittore, i cui romanzi tradotti in tutto il mondo, hanno venuto oltre 12 milione di copie

FERRAGOSTO: OGGI come ALLORA… TUTTO un SORPASSO

“Scusi, ma lei che fa a Ferragosto?”

Per l’ennesima volta mi sento porre questa assurda domanda. Fare qualcosa, con qualcuno, il 15 di agosto è diventato un imperativo, come a Natale e Capodanno.
Insomma, la solitudine a Ferragosto è un peccato da evitarsi ad ogni costo.
Non ho mai amato le ricorrenze, è forse il mio un ammutinamento all’effetto gregge, che vorrebbe tutti in fila, a timbrare i cartellini delle festività, come punti da raccogliere per vincere il premio dell’omologazione.

Il SORPASSO di FERRAGOSTO

Nelle riflessioni di prima mattina, mi viene alla mente che quel “scusi, lei che fa a Ferragosto”, in realtà è la domanda di avvio di un capolavoro “Il Sorpasso” di Dino Risi con un Vittorio Gassman e un Jean Louis Trintignant spettacolari.

Un film epico, benchè probabilmente nato con l’intenzione di fare semplicemente un film brillante e buono per i botteghini.
E’ il ritratto di un’Italia bighellona e assolata come mai era stato prima, è un’immagine perfetta, come i quadri marini di Monet: i “tipi” nazionali ci sono tutti, il riccone del boom, la bella ragazzina, la famigliola contadina, la campagna dell’alto Lazio, il mare quasi versiliano, la Roma agostana e rilucente dell’inizio del film, la leggendaria Aurelia B24, le sigarette e lo sci nautico, l’ignoranza, la solidarietà, il “rimorchio”, l’innocenza, la rissa al night club e la zuppa di pesce.
Insomma, la magia di un Ferragosto di altri tempi, passato troppo in fretta che ci impedisce, ogni anno, di diventare adulti. Insomma, allora come oggi, siamo sempre noi, alla ricerca di qualcuno, di qualcosa…

Buon Ferragosto a tutti, soli e in compagnia!

La SOLITUDINE di SCRITTORI e NUOTATORI

La SOLITUDINE del NUOTATORE

Ore seguendo una linea scura disegnata sul fondo, macinando chilometri, virata dopo virata, vasca dopo vasca e sfidando un cronometro impietoso.

Ci vuole resistenza e resilienza per nuotare. Sport solitario per eccellenza, l’unico limite che ti pone, non è l’acqua ma se stessi. Con i propri pensieri, le fragilità che vengono a galla e sono incapaci di perdonarti.

Senti il tuo respiro mentre nuoti, nient’altro che questo. E nessuno può dire se stai andando bene, devi saperlo da solo: si suppone che tu sappia, ogni minuto, ogni secondo, cosa stai facendo e se lo stai facendo nel modo giusto.

Nel momento stesso che metti piede in piscina, tutto svanisce.

Stress, paura e debolezze non possono entrare in acqua con te, devi essere più leggero che puoi, più veloce che puoi, più perfetto che puoi.  Sei semplicemente solo con te stesso. E all’improvviso neppure te ne accorgi della profonda solitudine in cui sei immerso. Quando nuoti. E quando scrivi.

La SOLITUDINE dello SCRITTORE

«La solitudine della scrittura – scriveva Marguerite Duras – è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora”.

Ci vuole separazione dagli altri quando si scrive. E la solitudine reale del corpo diventa presto quella, inviolabile, dello scritto.

Penna alla mano, mi domando quanto la solitudine affogata nell’acqua, mi abbia portato alla solitudine della scrittura. Così affine, perversa, necessaria.

Forse è per questo che non tutti sono scrittori… Non tutti sanno stare soli, nell’immensità vuota che forse, si farà libro. Non tutti sanno rendere la solitudine una necessità.

EGO, INDIPENDENZA e LAVORO INDIVIDUALE

Mi rendo conto che non si può essere nuotatore o scrittore se non si ama la solitudine e l’indipendenza violenta e inesprimibile che ne deriva. Glaciale e silenziosa eppure così accogliente e protettiva. Un gioco che da un lato coccola l’ego, dello scrittore e del nuotatore professionista, dall’altra il lavoro individuale della scrittura, il trauma e lo schiaffo della pagina bianca e delle vasche ancora, incessantemente, da nuotare.

LIBERTA’ e SILENZIO

Mi piace l’assoluta semplicità che regala il silenzio. Ecco cosa mi piace. Camminare nei corridoi prima dell’arrivo degli studenti, e da studente mi piace quel momento che precede la scoperta. Il sapere non è forse un modo per esplorare l’anima, ritrovare come in uno specchio, nei libri, se stessi…

In queste stanze, ci ho lasciato un pezzo di vita. Come un viaggiatore che difficilmente pensa il ritorno a casa, in molti corridoi come questo, ho dato alla vita un inconsueto disordine, considerando il tempo come inesistente. Tutto può succedere quando si è aperti alla conoscenza. Un viaggiatore può non tornare a casa mai…

LEPRE o TARTARUGA? CHE LETTORE SEI?

Qualcuno per capire di cosa tratta uno scritto, non deve far altro che dare un rapido sguardo alle parole.  Altri invece sono costretti a passare al vaglio ogni singola parola.

I primi sono i lettori esperti, il cui cervello ha imparato a leggere le parole note, come fossero immagini, distinguendo all’istante (senza una dettagliata analisi delle lettere), i termini che suonano allo stesso modo, ma diversi ortograficamente.

I secondi sono i lettori in erba, il cui cervello deve scandire le parole che legge, una ad una, rendendo il processo di lettura molto più lento e indaginoso.

CERVELLO E NEUROSCIENZE

“Il cervello dei super lettori non ha bisogno di scandire internamente le parole ogni volta che legge; secondo uno studio pubblicato su Neuroimage, chi è più abituato alla lettura riconosce velocemente i vocaboli perché li categorizza in uno specifico dizionario visivo, che funziona separatamente dal sistema di riconoscimento vocale dei termini”.

Una teoria che contraddice la comune convinzione che per comprendere una parola, occorra farla risuonare internamente a ogni lettura.

«I lettori novelli devono invece scandire le parole quando leggono – spiega Laurie Glezer del Georgetown University Medical Center, tra gli autori dello studio. «Anche i lettori esperti devono farlo occasionalmente, davanti a parole che non conoscono. Ma quando si diventa fluenti, non occorre più far risuonare nella mente i termini familiari: li si può leggere istantaneamente».

Questo studio dimostra che il cervello ha regioni specializzate in ciascuna di queste due componenti di lettura. L’area che processa l’informazione visiva è diversa da quella che si occupa dell’acustica.

E tu, che lettore sei?