Un’ORA DURA MENO se ANDIAMO di FRETTA

Un’ora non è sempre un’ora. Se si va di fretta, un’ora può esaurirsi fra i 45  e i 55 minuti, da 5 a 15 minuti in meno.
A dirlo uno studio, frutto di otto esperimenti, pubblicato sul Journal of Consumer Research che dimostra come mai quando abbiamo a disposizione un tempo limitato non riusciamo a sfruttarlo al meglio.
Spesso infatti quando sappiamo di dover uscire o fare qualcosa di interessante o impegnativo di lì a breve, non riusciamo a sfruttare efficacemente il tempo a disposizione, perché distratti dall’impegno imminente.
Probabilmente, l’impegno che ci distrae appare più vicino di quanto non sia davvero e ci sembra più impegnativo di quanto sia in realtà.
I ricercatori hanno sottoposto a un’intervista di 15 minuti alcune persone in attesa dell’imbarco sull’aereo. Anche se tutti avevano tempo a sufficienza, chi doveva imbarcarsi di lì a mezz’ora, si è rivelato meno propenso a rispondere rispetto a chi aveva più tempo.
Il rischio, seppur minimo, di non riuscire a rispettare i tempi, metteva le persone a disagio e neanche le rassicurazioni sono riuscite a far cambiare loro idea.
L’unico modo per far durare l’ora, 60 minuti, è programmare le attività in successione così da migliorare la produttività. Se fra due appuntamenti si ha un’ora libera è probabile che quell’ora non sarà impiegata al meglio e la si sfrutterà solo per tre quarti.
Siete avvisati!

La LETTURA è a RISKIO ZERO

Le parole impresse su carta sono indelebili, e riescono a far vivere per sempre chi le crea. Per questo c’è una fonte inesauribile e infinita di sapere, che si può scoprire proprio attraverso la lettura.

L’unica cosa che nessuno potrà mai rubarci o toglierci è quello che abbiamo imparato, la nostra esperienza, i nostri ricordi anche culturali, il sapere in generale, i libri preferiti e i quadri.

La lettura permette di vivere moltissime vite, per usare le parole di Eco, partecipando così a tutte le vicende narrate.

Leggere ci insegna a scrivere, ragionare e vivere.
La cultura è invincibile e continuerà a vivere se esisterà sempre qualcuno desideroso di saziare la sua sete di conoscenza. la lettura… è “un’immortalità all’indietro”.

www.riskiozero.com

COME il BLACK FRIDAY SEDUCE il nostro CERVELLO

Il prezzo seduce e si fa ancora più manipolatorio nella settimana del Black Friday. Fenomeno dilagante anche in Italia e che non si accontenta più di rimanere contenuto in un solo giorno, il venerdì appunto.

Settimana in cui ci ritroviamo a comprare un po’ di tutto, da ciò che ci sembra conveniente, a ciò che ci è utile fino a ciò che, a prezzo pieno, non compreremmo mai.

Ed ecco che mettiamo in borsa quei jeans troppo stretti per la nostra taglia, ma irrinunciabili a un prezzo così conveniente e soprattutto non vogliamo correre il rischio che li compri qualcun altro.

Il problema è proprio questo: percepiamo i capi in saldo come il treno che passa una volta sola, e pentirci per aver perso l’occasione del momento, fa troppo male al nostro cervello. Ed ecco che andare oltre è quasi sacrilego.

E poi quei jeans possono sempre essere la “spinta gentile” per motivarci a perdere peso. Infatti tendiamo a usare gli sconti per trovare uno scopo, un motivo per fare qualcosa che procrastiniamo da tempo, pur sapendo che quell’intento svanirà appena usciti dal negozio.

Senza contare l’effetto gregge che il “Venerdì Nero” si fa ancora più prepotente: il cervello umano tende ad imitare e imitare è il miglior modo per funzionare in un gruppo. Dunque se tutti comprano per il Black Friday, comprerò anch’io, così mi sentirò parte della società.

Il consiglio? Prendete tempo per compiere verifiche e valutare e confrontare le opzioni, solo così capirete se quella spesa, seppur scontata, vale davvero la pena o se non finireste addirittura per pagare di più (non indossando mai quei jeans).

Insomma gli acquisti fatti in occasione del “Venerdì Nero” non sono frutto di un ragionamento razionale. Compriamo non per risparmiare ma per rimpianto, piacere ed imitazione. Questo è ciò che più di altri fattori decreta il grande successo del Black Friday in ogni parte del mondo.

La (DIS)UTILITA’ dell’EFFETTO GREGGE a cui NON SAPPIAMO SOTTRARCI

Provate a immaginarvi soli, all’interno di un aeroporto internazionale di una qualsivoglia metropoli dove, appena varcata l’uscita, ad attendervi c’è… nessuno.

Siete stanchi e disorientati dalle indicazioni scritte in una lingua che se anche conosceste, non è la vostra; dalla folla e dalle luci: quale criterio adottate per decidere la direzione verso la quale dirigervi?

Probabilmente, vi lascerete guidare dall’istinto e seguirete la strada intrapresa dal gruppo più nutrito di persone. Sarete, cioè, vittime inconsapevoli dell’“effetto gregge”, l’istinto innato che ci porta a seguire la massa. Questo effetto prende tecnicamente il nome di principio di riprova sociale: fare qualcosa di riconosciuto come socialmente accettabile soltanto perché la massa, la collettività lo ritiene tale.

La sua validità è ulteriormente confermata da un recente studio condotto dall’Istituto per le Applicazioni del Calcolo alla Sapienza di Roma: a due gruppi di 40 persone è stato chiesto di uscire da un’aula per recarsi in una destinazione sconosciuta a tutti, ad eccezione di una persona all’interno di un gruppo e di cinque persone all’interno dell’altro: dopo alcuni momenti di titubanza iniziale, durante i quali alcuni individui si sono diretti verso i Dipartimenti loro più familiari, l’intera compagine si è accodata agli “infiltrati”, ovvero alle persone che avevano l’aria di sapere esattamente dove si dovesse andare, raggiungendo rapidamente la destinazione finale.

Attraverso l’esperimento è stato possibile dimostrare che nelle situazioni di dubbio e incertezza gli esseri umani tendono a comportarsi come un gregge (da qui la denominazione effetto gregge dell’istinto gregario), ovvero come un grande gruppo di “agenti” che seguono regole elementari e le cui condotte individuali sono influenzate da quelle degli agenti più vicini. In altre parole, quando non si è certi di cosa sia meglio fare, si è spinti ad agire nella stessa maniera in cui ha agito chi è più prossimo.

L’effetto gregge è tanto più probabile quanto più è forte la convinzione individuale di ciascun singolo che il proprio comportamento, seppur omologato, sia il frutto di una libera scelta individuale. “L’unione fa la forza”, insomma, ma a patto che si sia convinti che quella di aggregarsi sia una scelta autodeterminata in assoluta libertà.

ESEMPI QUOTIDIANI

Il meccanismo esiste anche nel mondo animale, è sufficiente guardare come agiscono quando si trovano in una situazione incerta come attraversare un fiume: si mettono in gruppo e lo attraversano insieme e in questo modo hanno maggiore probabilità di sopravvivere. La stessa cosa vale per i pesci quando si raggruppano in modo da formare una grande palla da sembrare un unico pesce gigante in grado di spaventare gli aggressori. Insomma ogni qualvolta si fiuta il pericolo, muoversi in massa garantisce maggior probabilità di sopravvivenza. Questo meccanismo risiede anche nella psiche dell’uomo: se vediamo un gruppo di persone guardare verso l’alto, dentro di noi sentiamo una forza che ci spinge a fare la stessa cosa.

Altri esempi? Cadiamo nella stessa trappola ogni volta che prenotiamo un ristorante o un hotel o compriamo qualcosa on line. La tendenza è acquistare da venditori che hanno un certo numero di vendite alle spalle e diversi feedback positivi: insomma, tutto quello che vogliamo è essere rassicurati. Ecco il motivo per cui i siti aziendali riportano nelle landing page le testimonianze dei clienti. Questa tecnica gioca su due fattori: spinge all’acquisto e parallelamente punta a far sentire il potenziale acquirente intento alla lettura, l’unica persona a non aver ancora provato il nuovo prodotto o servizio, facendo scattare in lui una sorta di senso di inadeguatezza. In sostanza si sfrutta il senso di appartenenza ad un gruppo, ad una community e il gap si può colmare con un semplice (e impulsivo) click.

VANTAGGI DELL’EFFETTO GREGGE

Agire come pecore presenta dei vantaggi? Assolutamente sì. Per quanto riguarda l’aspetto sociale l’istinto gregario, quando correttamente “sfruttato”, consente una migliore gestione delle masse in situazioni di emergenza e di forte afflusso (è sufficiente inserire all’interno dei grandi gruppi dei leader nascosti che sappiano esattamente come comportarsi per far sì che tutti li seguano); per quanto concerne, invece, l’aspetto psicologico individuale, a fare come fan tutti non si sbaglia mai poiché, nel caso in cui le cose dovessero andar bene, si penserà di essere stati intelligenti a uniformarsi (autonomamente, s’intende) e nel caso in cui le cose andassero male, ci si consolerà pensando che non si è stati i soli ad aver sbagliato.

RACCONTO SEMISERIO PER ASPIRANTI SCRITTORI

Ho promesso all’editore di consegnare l’editing di due manuali di qui a 5 giorni, a un docente di perfezionargli un saggio in due settimane, a una rivista scientifica di scriverle i tre articoli commissionati, quindi rivedere la struttura di alcuni e-book, completare i post di un paio di blog, preparare il testo di un corso che terrò a breve…

Per quanto sia difficile da credere, sono sempre stata in grado di concludere grandi progetti a medio e lungo termine, nei tempi previsti. A dire il vero, non so neppure io come questo avvenga. Mi siedo alla scrivania e inizio a scrivere fino a che il mio cervello mi dice “basta”, dopo 4 ore come 12. Entrando in una sorta di tranche creativa perdo il senso del tempo.

Per me, esperta di Neuroscienze, è quasi un paradosso sorprendersi. Eppure, senza alcuna apparente pianificazione, lavoro ai progetti con un ordine che potrei definire, in modo azzardato, inconscio. Qualcuno potrebbe dire frutto dell’esperienza… forse…

Tra l’altro detesto ricevere solleciti che seppur cortesissimi nella forma, sono sempre piuttosto perentori nella sostanza.

Tutto questo non lo dico per pavoneria, ma per sostenere con alcuni dati di fatto che di solito, se c’è qualcosa che devo scrivere, mi ci metto senza troppa fatica. Qualcuno mi ha detto, non troppo tempo fa, che conosco i trucchi di un mestiere  che, sebbene in forme diverse, esercito da più di trent’anni.

Non lo dite a nessuno ma scrivo da quando avevo una decina d’anni. Il primo libro di quel tempo fu un noir ambientato sui monti del Cuneese, redatto con una vecchia Olivetti regalatami dal nonno, più pesante di me, su fogli di recupero.

Per i miei estimatori, non cercate quel libro perché finì, qualche anno dopo, nel camino. E non era nemmeno terminata la legna…

EFFETTI COLLATERALI

Prima di iniziare a scrivere qualsiasi cosa, raccolgo dati, leggo, compro altri innumerevoli libri che puntualmente divoro e riordino le idee. Quindi scrivo, o meglio butto giù pensieri e idee senza rileggere se non dopo aver concluso la prima bozza. Il segreto è scrivere una pessima prima bozza e poi riscriverla con estrema cura. Consulto altri testi. Scrivo ancora. Rileggo, verifico che sia pertinente e interessante. Vado avanti. Rileggo. Cancello. Riscrivo. Rileggo. Cancello. Riscrivo. Rileggo e poi rileggo e ancora e ancora. Senza però mai buttare via ciò che ho scritto, ma salvandolo in un file dedicato (prima o poi tornerà utile). E così via, fino all’ultima parola.

Il lavoro di correzione richiede una rilettura quasi ossessiva, rasente il masochismo.  Eppure tranquillizzante, almeno per me.

Dunque per scrivere non serve solo capacità narrativa e abilità nell’uso delle parole, ma un’attenzione ai dettagli che può far sentire sola anche una monaca di clausura. Ora siete avvertiti.

Buona rilettura!

SCRIVERE a MANO fa BENE alla CREATIVITA’ e alla MEMORIA

Annotare informazioni e appuntamenti a mano (anzichè con la tastiera) aiuta a fissare e memorizzare meglio concetti e nozioni.

Negli adulti la scrittura a mano permette, in quanto più lenta rispetto a quella su tastiera, un tempo di riflessione maggiore; mentre nei bambini facilita anche il percorso di apprendimento: permettendo loro non solo di imparare a leggere più velocemente una volta appresa la scrittura a mano, ma anche di renderli più capaci nel generare idee e conservare dati.
In altre parole, non è solo quello che scriviamo che conta, ma come lo facciamo.

EVIDENZE A SOSTEGNO

A sostegno numerosi studi, fra cui quello condotto, sui bambini, dalla psicologa dell’Università di Washington Virginia Berninger. La ricercatrice ha dimostrato che quando i bambini scrivono a mano libera, non solo producono più parole e più rapidamente di quanto facciano su una tastiera, ma esprimono anche più idee, mostrando maggiore fluidità di linguaggio e informazioni (e di attivazione neurale nelle aree associate alla memoria di lavoro e alle reti di lettura e scrittura del cervello), rispetto ai coetanei che affidano il contenuto dei loro scritti alla tastiera.

I BENEFICI DELLA SCRITTURA A MANO

I benefici della scrittura a mano si estendono oltre l’infanzia. Due psicologi, Pam Mueller di Princeton e Daniel Oppenheimer dell’University of California, Los Angeles, hanno riferito che sia nella condizione di laboratorio sia in classe, gli studenti imparano meglio quando prendono appunti a mano. “La scrittura a mano – spiegano i ricercatori – permette allo studente di elaborare i contenuti e riformularli: un processo di riflessione e di manipolazione che può portare a una migliore comprensione e codifica in memoria”
In parole semplici la scrittura su foglio “insegna” a leggere meglio, contribuisce a rinforzare le aree del cervello dove si riconosce la forma delle lettere o in cui si associano i suoni alle parole.
Conferma ulteriore arriva dalla Cina, dove si utilizza sempre di più il sistema “pinyin” di trascrizione del cinese sulle tastiere QWERTY: abbandonando gli ideogrammi scritti a mano, le diagnosi di dislessia e altre difficoltà di lettura sono in continua crescita. «Digitare una lettera non permette di comprenderne davvero la forma e le possibili variazioni che non ne alterano il significato, come invece accade quando si impara a scriverla a mano», spiega Karin James dell’Università di Bloomington, nell’Indiana.
In sintesi: quando scriviamo a mano o con la penna digitale si “accendono” più parti del cervello rispetto a quando utilizziamo la tastiera. E l’utilizzo della penna attiva aree del cervello più profonde e questo ha effetti positivi sia sulla memoria sia sull’apprendimento nei bambini e negli adulti.

SFATIAMO un MITO: NON è VERO che il CERVELLO non CAPISCE le NEGAZIONI

Voglio sfatare un mito che si sente raccontare spesso nei corsi di crescita personale (o si legge in “certi” libri) da chi di come funziona esattamente il cervello ne sa ben poco. Per lo meno rispetto a chi il cervello lo ha studiato per anni in aule universitarie e magari lo ha anche maneggiato nelle sale operatorie o nei centri di ricerca.

La negazione è una funzione tipica del linguaggio umano, ed è considerata esigenza universale pragmatica per le esigenze comunicative a cui risponde. Tuttavia, spesso si sente dire che abbiamo prima bisogno di rappresentare il significato di una parola, per poi negarlo.

A sostenere il fatto che non è vero che il cervello non capisce le negazioni, diversi studi, fra cui il più recente condotto dai ricercatori del Center for Neuroscience and Cognitive System (CNCS)  a Rovereto e dell’Institut des Sciences Cognitives “Marc Jeannerod” del CNRS a Lione.

NEGAZIONI E CERVELLO

Immaginate di leggere la frase “Non ci sono aquile nel cielo”. Successivamente vi vengono mostrate due immagini: un’aquila nel nido e un’aquila nel cielo. Se vi chiedessero quale immagine associate alla frase appena letta, indichereste immediatamente quella dell’aquila nel cielo e solo dopo vi correggereste.

Partendo da questa evidenza, neuroscienziati, esperti di linguaggio e psicologi hanno ipotizzato che per elaborare il significato di una negazione, sia prima necessario comprendere l’affermazione.

Tuttavia nell’esempio dell’aquila c’è un condizionamento di natura pratica: il cervello sceglie la strada cognitivamente più economica. La frase “Non ci sono aquile nel cielo” lascia aperte numerose possibilità. Le aquile potrebbero infatti essere nel loro nido, su un albero o in volo a pelo d’acqua.

Il nostro cervello preferisce dunque memorizzare l’unico caso impossibile, un’aquila in cielo, piuttosto che gli innumerevoli casi possibili. Ma cosa succede se non sussistono condizionamenti di natura pratica? È ancora vero che la comprensione delle negazioni avviene in due fasi successive?

Per rispondere a questa domanda i tre ricercatori hanno mostrato ai soggetti coinvolti nello studio frasi relative ad azioni che implicano il movimento della mano, in versione positiva e negativa, ad esempio “ora scrivo” e “non scrivo”.

L’ESPERIMENTO DI ROVERETO

Lo studio ha coinvolto 30 persone, tutte italiane e destrorse. A ciascun soggetto sono state mostrate sullo schermo di un computer una serie di verbi di azione e di stato precedute da un avverbio di contesto “ora” o “non”. Per monitorare l’attività cerebrale durante l’esperimento, la parte della corteccia motoria associata al movimento dell’avambraccio e della mano destra è stata sollecitata tramite stimolazione magnetica transcranica.

RISULTATI

I ricercatori hanno osservato che gli impulsi elettrici che raggiungono la mano quando i soggetti leggono azioni positive sono più intensi rispetto a quelli evocati da azioni negative, che risultano addirittura più deboli di quelli misurati in corrispondenza dei verbi di stato.

Questa differenza di intensità esiste già durante i primi istanti in cui la frase appare sullo schermo. L’elaborazione delle negazioni avviene dunque in maniera diversa rispetto a quella delle affermazioni sin dalle primissime fasi, senza bisogno di passare dall’elaborazione del significato positivo.

CONCLUSIONI

L’esperimento ha chiarito il funzionamento di un meccanismo logico fondamentale, la negazione, mostrando come il cervello sia più efficiente di quello che si pensi.

L’elaborazione delle negazioni probabilmente contribuisce a definire la differenza tra cognizione umana e cognizione non-umana.

Se il nostro sistema cognitivo non riconoscesse la negazione, questa stessa affermazione come un infinità di molte altre, sarebbero incomprensibili agli umani. E di conseguenza neppure le affermazioni positive.

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA delle PERSONE NOIOSE

Siamo circondati, assediati da persone pesanti. Così autocelebrative e autoreferenziali da diventare noiose. L’estremo opposto della leggerezza.

C’è un testo che Italo Calvino scrisse in occasione di alcune lezioni che avrebbe dovuto tenere ad Harvard relativamente a sei proposte per il nuovo Millennio. Era il 1985 e Calvino (che non riuscì a tenere le lezioni a causa della sua morte improvvisa), con il tocco visionario del poeta e la saggezza dello scrittore riuscì comunque a scolpire l’essenzialità della leggerezza: «il planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore».

L’ironica leggerezza è quell’atteggiamento che ti permette di atterrare nelle difficoltà della vita, senza rimanerne travolto. Non con l’occhio della supponenza o dell’alterigia dunque, ma con un comportamento naturale che ci fa vedere le cose in profondità e allo stesso tempo le distanzia dall’affanno del presente.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

Sulla leggerezza si interroga, e finirà per far interrogare anche noi lettori, Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: esistono leggerezza e pesantezza?, possono affondare nella carne fino a diventare delle qualità umane?

Kundera ci porta a scavare nell’attrazione e nel suo gioco, per svelare l’arcano. Nel romanzo ci sono due coppie polari, ma siamo lontani da quello scambio chimico che Goethe evocò ne Le affinità elettive, si tratta piuttosto di infinite triangolazioni e combinazioni: ogni personaggio rappresenta un modello che ha i suoi epigoni. Tomáš, Tereza, Sabina e Franz, sono i quattro cardini di questo gioco. Tomáš è il medico di Praga, libertino e leggero, che si divide fra donne e letti finché non incontra Tereza, e qui sente agitarsi il grido dell’Es muss sein (deve essere), la fatalità della resa. Tereza rappresenta il contraltare di Tomáš, e di fatto si impone con la sua inevitabilità e “pesantezza” nel suo letto, nella sua casa, nella sua vita.

“Non c’è nulla di più pesante della compassione. Nemmeno il nostro proprio dolore è così pesante come un dolore che si prova con un altro, verso un altro, al posto di un altro, moltiplicato dall’immaginazione, prolungato in centinaia di echi”

È nel momento in cui Tomáš si arrende a provare compassione per Tereza che sceglierà di cedere all’amore e alla sua irrimediabile pesantezza. “L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore ma col desiderio di dormire insieme”.

Per Kundera il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. L’insostenibile leggerezza dell’essere è un’indagine di gran classe, che ci riporta diritti a noi, agli altri, alla vita violenta, al suo dramma di sottili e leggere speranze.

E’ VERO che SONO i più CAPACI ad AVERE SUCCESSO nella VITA?

E’ vero che sono i più capaci ad avere successo nella vita?

Raramente la lettura di un saggio si fa leggera come un romanzo, eppure il libro di Nassim Taleb riesce a fare esattamente questo effetto.

Giocati dal caso parla della fortuna, o meglio, del ruolo che il caso gioca nella nostra vita. ma parla anche di quella fortuna che, non essendo percepita come tale, viene scambiata per abilità: una confusione presente nei campi più disparati: dalla scienza alla politica, dalla letteratura alla finanza.

Taleb, sullo sfondo della sua esperienza di trader a Wall Street, ci mostra le conseguenze che possono nascere dal confondere la fortuna per abilità: sono numerosi gli idioti fortunati e gli scemi strapagati che si sono semplicemente trovati nel posto giusto al momento giusto. Individui del genere purtroppo attraggono schiere di seguaci devoti che credono ciecamente in quello che loro – talvolta in buona fede – spacciano per metodo.

La lettura di “Giocati dal caso” esplora quelle deformazioni cognitive del nostro cervello che ci portano alla ricerca continua di nessi di causalità anche là dove si tratta di pura casualità, tendenze inveterate (frutto dell’evoluzione avvenuta per la maggior parte in un ambiente molto più lineare di quello in cui viviamo oggi) di cui non riusciamo a liberarci, e che conducono ad equivoci di cui il libro ci mostra le conseguenze, talvolta drammatiche, mentre fa cadere come birilli i nostri pregiudizi sull’idea di successo e di sconfitta.

Scriveva Jean Cocteau: “Certo che la fortuna esiste. Altrimenti come potremmo spiegare il successo degli altri”, al giorno d’oggi, senza fortuna, ci mancherebbero gli alibi.
Buona fortunata lettura