THE SUBJUNCTIVE ISN’T A DISEASE

The first one that I remember is Fantozzi with “go countess, go”, then came more through tweets and memes, clumsy public declarations, full of indicatives out of place. The most recent is Di Maio “I undertake to make all the parliamentary group that I represent vote for a law that half (halves) the benefit for members of parliament and introduce(introduces) the precise accounting of expense (expenses) reimbursement”. Passing through Conte, Renzi and Zingaretti.

Basically the times change, but the subjunctive continues to scythe down victims. On the one hand it gives a refined touch, cultural capital. On the other it is a trap lying in waiting to strike: if you get it wrong you certainly don’t don’t come out smelling of roses.

SUBJUNCTIVE VS CONJUNCTIVITIS

Those unfamiliar with using it correctly, get stuck in hypercorrection: extending the subjunctive to contexts in which the indicative would be much more natural. These are cases which some pundits, like Beppe Severgnini, call “conjunctivitis”.

In the meantime, those who use the subjunctive well, have seen the development of a form of irritation towards an interlocutor who uses grammar incorrectly with the result of stirring up controversy and conflict with those who anyway are proud of their verbal conjunctivitis.

It is also true that the subjunctive is not at all easy to conjugate, the indicative on the other hand is predictable. For this reason, driven by energy saving, the tendency is to use the latter in place of the former. It is a tantalising explanation, but surreptitiously denigrating, because it implies that the indicative be a sort of subjunctive for dummies, a surrogate that allows the same idea to be expressed with less effort.

INDICATIVE VS SUBJUNCTIVE

Shame that the two modes are not completely interchangeable. Alda Mari, Italian researcher at the CNRS in Paris, suggests that there is a slim, but crucial difference between them: the indicative is used to express one’s own personal conviction; the subjunctive, on the other hand, suggests that there is an objective truth, and that whoever is talking be undertaking to seek it. This, according to Mari, allows us to give different nuances to our messages, including insults. Saying “I think you are a cretin”, is less offensive than “I think that you be a cretin”: in the first example it is pure emotive opinion; in the second it has the hair-raising taste of a judgement supported by thorough empirical research.

THE SUBJUNCTIVE IS A REPRESENTATION OF REALITY

Basically: treating the indicative as a surrogate subjunctive is not only an injustice against the indicative. It is also an incorrect representation of what happens in the language, whose grammar provides us with sophisticated resources to communicate, that we can modulate on the basis of our purposes. Also by deciding which verbal manner to use.

Probably in the period of “who said that” and of the reversal of knowing and not knowing, where “knowing how to speak in public”, despite not having content or passing it off as such and getting tenses wrong is considered “cool”, some may not agree. Unfortunately for them, the subjunctive is not disappearing and sooner or later, it will turn out to be useful to use it correctly.

Se preferisci leggere l’articolo in italiano: https://www.lauramondino.com/?p=1242

Quei PULSANTI PROGETTATI per NON FUNZIONARE…

Entri in ascensore e qualcosa dentro di te ti spinge a premere compulsivamente il bottone chiusura porte. Sai perché accade questo?

La percezione è che schiacciando il pulsante, le porte si chiuderanno prima. Peccato che nella maggior parte dei casi, il comando sia, per ragioni di sicurezza, disattivato.

Allo stesso modo dei pulsanti presenti agli incroci per attivare anzitempo il verde dei semafori pedonali: non funzionano. Pulsanti progettati non per funzionare ma per tranquillizzare chi li usa illudendoli che servano a qualcosa.

ILLUSIONE DEL CONTROLLO

In gergo sono chiamati pulsanti placebo: fai qualcosa aspettandoti un risultato e, se il risultato arriva, continui a fare quella cosa. Solo che tra la cosa e il risultato non c’è nessun rapporto causa-effetto.

I pulsanti placebo non sono piazzati lì da tecnici crudeli. Hanno solo una funzione psicologica che ha a che fare con la teoria dell’illusione del controllo, proposta negli anni ’70 da Ellen Langer, docente ad Harvard. La studiosa si accorse, sbagliando l’ordine di distribuzione delle carte durante una partita a poker, che gli altri giocatori si erano innervositi molto. Provò a spiegare loro che, nella pratica, le loro probabilità di vincere o perdere erano identiche. Ma capì anche che scombussolando l’ordine di distribuzione aveva tolto loro l’illusione del controllo su una situazione incontrollabile (la casualità delle carte ricevute).

Da qui deriva deriva dunque l’espressione illusion of control per dimostrare la tendenza degli esseri umani a credere di avere il controllo, o quanto meno una certa influenza, su degli avvenimenti su cui in realtà non hanno alcun potere.

Un altro esempio sono i giocatori d’azzardo, che credono di possedere una capacità, una sorta di potere magico, che permette loro di avere maggior successo degli altri. In un esperimento, Langer ha dimostrato che quando lanciano i dati, i giocatori tendono a imprimere maggiore forza quando vogliono numeri alti, minore per i numeri bassi. Ovviamente questo non altera in nessun modo le probabilità, ma ai giocatori piace pensare sia così.

Langer ha definito l’illusione del controllo come l’aspettativa che le probabilità del proprio successo personale siano più alte delle probabilità oggettive. E anche se molte persone si dicono consapevoli dell’influenza del caso, inconsciamente si comportano come se avessero controllo sugli eventi casuali.

STEVE JOBS

L’illusione del controllo si applica tranquillamente alla vita di tutti i giorni, e tutti ne siamo vittime, anche Steve Jobs. Come racconta Don A. Moore, Ph.D in Comportamento Organizzativo, quando al fondatore di Apple venne diagnosticato un cancro al pancreas nel 2003, come era abituato a fare in azienda, credette di poter controllare autonomamente anche la sua malattia. Disse no all’operazione chirurgica in urgenza e la chemioterapia, per “curarsi” con agopuntura, rimedi naturali e dieta. Nove mesi dopo accettava di sottoporsi ad intervento, ma a quel punto il cancro si era esteso irrimediabilmente: i medici pur asportando cistifellea, stomaco, dotto biliare e intestino tenue, non poterono guarirlo.

Sovrastimare le nostre possibilità di controllo, può portarci a compiere errori tragici e dispendiosi – commenta Moore – come per esempio rifiutare un trattamento medico perché abbiamo la falsa speranza che, per esempio, il cancro possa essere curato dalle risate o dai pensieri positivi.

ILLUSIONI POSITIVE

In psicologia, quella dell’illusione del controllo è descritta come una “illusione positiva”. Le illusioni positive – spiegano Makridakis e Moleskis in uno studio – sono associate a un ottimismo irrealistico sul futuro e a una valutazione eccessiva delle proprie abilità. Sono molto comuni nella vita quotidiana e sono considerate essenziali per mantenere uno stato mentale salutare, anche se su questo non c’è accordo unanime da parte degli studiosi.

Un esempio è quello noto come “migliore della media”. Dimostrata da Brown nel 2012, questa illusione ci porta a pensare di essere un po’ meglio delle altre persone in determinati campi: alla guida, nello studio, nel lavoro e così via. Questa e altre illusioni ci spingerebbero ad avere più speranza di fronte a difficoltà e incertezza, riuscendo così a superare gli ostacoli più duri e a raggiungere obiettivi impegnativi.

Se da un lato quindi è pericoloso dare eccessivo credito a queste illusioni, d’altro canto può essere pericoloso anche fare il contrario. È quindi saggio da parte nostra pensare di non avere alcun controllo sulla nostra salute o sulle nostre scelte? – chiede Moore – Questo può condurre all’errore opposto: sottostimare ciò che possiamo controllare. È facile capire quante opportunità ci perdiamo perché ragioniamo in questo modo. Molte persone si rifiutano di ‘controllare’ le situazioni che possono ‘controllare’.

‘Controllare’ ciò che possiamo ‘controllare’ è quindi il migliore antidoto alla rassegnazione, al senso di impotenza, alla scarsa fiducia in noi stessi.  L’ideale quindi è trovare il giusto mezzo tra illusione e rassegnazione.

E’ RESPONSABILE CHI COMANDA o CHI UBBIDISCE?

Se il tuo capo ti ordinasse di infliggere una scossa elettrica di 400 volt a uno sconosciuto, ubbidiresti? Non rispondere subito “no”, potrebbe non essere la risposta corretta.

Il 65% delle persone di fronte a un ordine eticamente contrario alla propria morale, vìola i propri principi per ubbidire ai voleri di un potere esterno riconosciuto, non sentendosi poi moralmente responsabile delle proprie azioni.

A studiare questa caratteristica dell’uomo fu Stanley Milgran, che iniziò i suoi esperimenti tre mesi dopo l’inizio del processo al criminale di guerra Adolf Eichmann. Lo psicologo di Yale concepiva l’esperimento come un tentativo di risposta alla domanda: “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?”. La difesa dell’ex nazista si basava esattamente su questo assunto.

L’esperimento consistette nel reclutare 40 uomini (pagati 4.50$). reperiti attraverso annunci sul giornale, il cui compito era rivestire il ruolo di insegnante e porre domande a uno sconosciuto (complice nell’esperimento) in presenza di uno scienziato che rappresentava l’autorità, e punire l’interrogato con scosse elettriche crescenti (dai 30 sino ai 450 Volt) ad ogni errore, in caso di risposta errata.

Il 65% dei partecipanti somministrò il livello finale di shock di 450 volt, sebbene si sentissero a disagio nel farlo. Qualcuno si fermò e mise in discussione l’esperimento, qualcun altro si informò sul denaro che avrebbe ricevuto in cambio. Nessuno rifiutò di dare uno shock prima che questo raggiungesse i 300 volt.

Lo stupefacente grado di obbedienza ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, ma NON a sentirsi moralmente responsabili delle loro azioni, IN QUANTO esecutori dei voleri di un potere esterno. Come a dire… è responsabile solo chi comanda e non chi ubbidisce!

Persone normali, che fanno il loro lavoro e senza alcuna particolare ostilità nei confronti delle vittime, possono diventare terribili parti attive in un processo di distruzione: anche quando gli effetti si rivelano in tutta la loro gravità, poche persone hanno le risorse necessarie per resistere ad una autorità. La psicologia sociale ci ha dato una grande lezione: a volte non è tanto il tipo di persona che siamo, ma la situazione in cui ci troviamo a determinare le nostre azioni” (Milgram, 1974).

A questo punto ti ripongo la domanda: se il tuo capo ti ordinasse di infliggere una scossa elettrica a uno sconosciuto… ubbidiresti fino a qualche voltaggio?

Per FORTUNA OGGI sembra andare TUTTO STORTO…

Ci sono giorni in cui tutto inizia in modo sbagliato. Non trovi nulla da indossare, nonostante la cabina armadio straripi di vestiti, l’unico che vorresti mettere è in tintoria. La corrente elettrica ti abbandona e ti tocca aprire a mano il garage per far uscire l’auto, e la conferma di avvio di un progetto latita. Oggi è una di quelle giornate.

Poi inizio a lavorare e il mio cliente prima ancora di sedersi mi chiede “Perché a volte sembra che tutto vada storto?”.

E già solo ascoltare la domanda, mi rasserena. Mentre penso alla relatività delle cose e al bisogno umano di avere il controllo sugli accadimenti. Quando il controllo lo abbiamo piuttosto raramente.

Abbiamo la presunzione di averlo, una beata illusione. Forse abbiamo il controllo del volume della suoneria dello smartphone e dell’aria condizionata, ma non a molte più cose. E’ evidente che ognuno di noi si illude di avere il controllo sulla propria vita, quando in realtà quasi nulla è in nostro potere.

A volte accadono cose per cui non siamo pronti. Tanto che la vita ci coglie impreparati. La maggior parte delle volte, ad essere sinceri. Ci siamo preparati per anni alle delusioni, ai fallimenti, agli abbandoni, ai pericoli, alle brutte notizie. Ma sostanzialmente non siamo pronti. Siamo (stati) preparati, ma non pronti. Siamo pugili con la guardia alta, ma ci dimentichiamo che l’unico modo sicuro per non prendere neanche un pugno in pieno viso è stare giù dal ring.

Tenere la guardia alta, è faticoso. Vuol dire decodificare ogni possibile movimento dell’avversario, capire da questo le sue intenzioni e anticiparle per non andare a tappeto. Tre cose, quindi siamo costretti a fare continuamente: monitorare (l’avversario), controllo (di sé) e anticipazione (delle azioni e dei movimenti).

Scendiamo dal ring. Cosa ci insegnano fin da piccoli? Che se vuoi, puoi. Che se ti impegni abbastanza le cose belle succedono, e le cose brutte succedono se non ti impegni abbastanza: se non stai abbastanza attento, se non prevedi qualcosa che a pensarci un attimo meglio saresti riuscito a prevedere, se non anticipi possibili catastrofi, se non cogli i segnali. E noi, giustamente, a queste cose crediamo.

Crescendo, riceviamo un sacco di rinforzi per la nostra capacità di prevedere, per il nostro monitoraggio, per il nostro livello di controllo su di noi e sull’ambiente. Ho tenuto d’occhio le priorità del capo, mi sono focalizzato e speso su quelle e ho ottenuto una promozione. Ho capito cosa piace alla ragazza che mi piace, le ho attaccato bottone parlando di quello e ci sono uscito assieme. Rinforzi su rinforzi, e la strategia si mantiene.

Cosa vogliamo a tutti i costi evitare attuando questa strategia? Qual è la sensazione che non vogliamo provare? Non vogliamo sentirci vulnerabili. Ognuno di noi ha un particolare tipo di pugno che non vuole ricevere: per qualcuno ha a che fare con il rifiuto, per altri con il mancato riconoscimento del proprio valore, per altri con la percezione di essere colpevole. Ed ecco l’avversario.

Teniamo alta la nostra guardia fatta di anticipazione e controllo per non permettere a noi stessi di percepire questo stato intollerabile per noi, anche alla luce della pochissima esperienza che ne abbiamo fatto (grazie alla nostra strategia, appunto, e qui la storia si ripete).

A volte, però, succede qualcosa. Sei sul ring e un forte rumore ti distrae, qualcuno sbatte la porta, una luce attira la tua attenzione, giri gli occhi e ti ritrovi al tappeto. Tutto il castello di carte costruito fino a quel momento, tutta la strategia, tutta l’onnipotenza che portava in sé pensare di avere una strategia che ti avrebbe sempre difeso, tutto crolla. Come un castello di carte al soffio del vento. Sei per terra. Non ci sei mai stato. Allora succedono cose nuove. Spesso è solo allora che accadono cose buone.

Il mio cliente è qui a richiedermi una consulenza proprio per evitare che quel pugno arrivi, affinchè possa diventare ancor più bravo a prevenire, anticipare e controllare. Quasi una missione impossibile. Non è quella la soluzione vincente.

Mentre le parole vagano nella stanza, fra coaching e consulenza, gli interrogativi si dipanano. Le domande scrostano certezze ataviche, quelle di entrambi.
E mentre saluto il cliente, sorridendo ripenso alla mia giornata. Per fortuna è stato un giorno in cui tutto è andato storto…

DESIDERI e FANTASIE ci rendono più CREATIVI e APPAGATI

Mi parve molto naturale, molto semplice, molto musicale lasciare che lui mi baciasse, mi togliesse i vestiti. Un sogno. Nessuna sessualità. Nessun desiderio. Nessuna passione. Un incontro di occhi. Un incontro cieco all’insaputa della coscienza“.

Desideri e fantasie sessuali non sono ad esclusivo appannaggio del mondo maschile. Appartengono a tutti. E più ci immergiamo in esse, più ne produciamo, più diventiamo creativi e appagati.

Le fantasie rappresentano un modo per nutrire l’erotismo e abbassare le inibizioni, come ben descriveva la scrittrice americana Anais Nin, portandoci in quegli abissi in cui la maggior parte degli esseri umani non osa scendere. Gli inferni della nostra vita istintiva, il viaggio nei nostri incubi necessari per rinascere.

Molte persone vivono le fantasie come ingombranti e soffocanti. Alcuni le scansano, altri non ne possono fare a meno. La difficoltà a comunicarle, la convinzione di doverle tenere nascoste, custodite in segreto, inaccessibili, quasi fosse una vergogna. Vestite come una pericolosa rivelazione di se stessi, delle proprie tendenze e deviazioni. Le fantasie sono invece energia pura che spingono alla sessualità, alla spontaneità, all’imprevedibilità, a perdere la testa. Uno spazio psichico dove muoversi liberamente, essere chi siamo, senza colpe, senza pensieri.

Immaginare, non implica necessariamente desiderare, ossia mettere in pratica ciò che si è fantasticato. La sfera del desiderio è costituita da ciò che si vorrebbe agire realmente nella vita sessuale. Spesso ciò che si desidera, fa anche parte delle fantasie, costituendo un pensiero di per sè eccitante e sessualmente attivante.

La sfera della fantasia sessuale invece, è costituita da immagini mentali che non necessariamente si desidera agire e che spesso sono eccitanti unicamente nella fantasia stessa.
Le fantasie sessuali sono un importante indicatore di salute psicosessuale, ma troppo spesso vengano vissute con senso di colpa, non comprendendo la distinzione tra immaginare qualcosa e voler agire qualcosa.

Ma non c’è nulla di più errato di questa credenza: le ricerche dimostrano che più tempo dura una relazione, più è facile che le persone, soprattutto le donne, abbiano fantasie divergenti, cioè su partner diversi dal proprio. Dopo circa due anni di vita di coppia è normale sostituire nelle proprie fantasie il proprio partner col vicino di casa, uno sconosciuto o un attore famoso.

La terapista sessuale Wendy Maltz, nel suo libro “Private Thoughts: Exploring the Power of Women’s Sexual Fantasies” spiega come le fantasie sessuali riflettano gli stimoli a cui siamo sottoposti durante il sesso. La mente lavora spesso per associazioni, per questo se sperimentiamo il nostro primo orgasmo tuffandoci in piscina, da adulti l’acqua sarà un elemento centrale delle nostre fantasie.

E allo stesso modo riflettono le nostre ansie. Una donna insicura circa il suo aspetto fisico fantasticherà di far impazzire gli uomini con la sua bellezza. Al contrario, una donna preoccupata di essere troppo per tutti gli uomini che conosce, nelle sue fantasie vorrà essere dominata.

La fantasia sessuale consente di coltivare un giardino segreto dove possiamo immaginare di fare o essere quello che vogliamo, mantenendo accesa la fiamma del desiderio. Perché dunque privarcene?

ERRARE E’ UMANO, AMMETTERLO è DIABOLICO (ma NECESSARIO)

Gli errori sono dolorosi. Soprattutto in un periodo storico in cui l’evidenza dell’errore è disponibile su internet h24. Insomma, sottrarsi al giudizio e all’accusa è quasi impossibile.

Gli errori sono dolorosi e inevitabili. Il trucco per soffrirne meno, non è non sbagliare ma sbagliare bene, riconoscendo la nostra fallacia e trarne insegnamento. Farne, direbbero in molti, lezioni imparate.

Prendersi la responsabilità dei propri errori è cosa ardua, più ancora che non sbagliare. A pochi piace essere colti in fallo. E pur di evitare la pubblica flagellazione, spesso ci rifiutiamo persino di prendere in considerazione le prove dell’errore.

Gli economisti per decenni hanno sbandierato a gran voce la razionalità umana, assumendo che di fronte a un nuovo dato di fatto, le persone rivedono la loro visione del mondo. Un numero infinito di studi ha dimostrato l’altrettanto numero infinito di modi in cui la mente umana si allontana, invece, dalla razionalità.

Una ricerca del 2016, condotta da Bénadou (università di Princeton) e Tirole (Toulouse school of economics) ha mostrato come invece le convinzioni assomiglino a beni economici: “le persone spendono tempo e risorse per costruirle e gli attribuiscono un valore. La convinzione che una persona sia un buon venditore può creare la fiducia necessaria a concludere delle vendite. Eppure, poiché le convinzioni non sono semplici strumenti utili per prendere decisioni buone, nuove informazioni che le mettono in dubbio, non è bene accetta”.

Quindi cosa facciamo? Ci impelaghiamo in “ragionamenti motivati” per gestire sfide di questo tipo. I due ricercatori hanno identificato 3 categorie:
– l’ignoranza strategica: quando si evitano informazioni che offrono prove in conflitto con la propria credenza
– la negazione della realtà: quando le prove che pongono nuovi problemi sono allontanate razionalmente
– l’auto segnalazione: quando si creano strumenti per interpretare i fatti come meglio si crede

I ragionamenti motivati sono distorsioni cognitive, bias, a cui siamo soggetti tutti, in particolare le persone dall’istruzione elevata.

Non sempre, queste distorsioni, portano a errori gravi: sostenere la superiorità di una squadra di calcio anche se le prove dicono il contrario, non ha grandi conseguenze. Se però le distorsioni sono condivise all’interno di una realtà organizzativa in difficoltà, nei mercati finanziari o nei partiti politici, il pericolo può non essere trascurabile.

Abbassare il prezzo da pagare per l’ammissione di un errore potrebbe essere un modo per disinnescare bias di questo tipo. La rivista Econ Journal Watch ha chiesto a influenti economisti di presentare le dichiarazioni di cui si rammaricano di più. Alcune analisi sono state illuminanti come quella di Tyler Cowen, noto economista statunitense (esponente della scuola austriaca, docente alla George Mason University, nonché editorialista economico per il New York Times), in cui ha spiegato come e perché avesse sottostimato i rischi della crisi nel 2007.

Esercizi di questo tipo, se condotti con regolarità, potrebbero eliminare la vergogna di dover cambiare opinione. Pur considerato che scusarsi pubblicamente è rischioso in quanto fornisce materiale di propaganda agli avversari ideologici e infastidisce i colleghi dalle simili visioni.

Nel tempo però l’autocensura erode la fiducia. Insomma pretendere di non sbagliare mai, non attira i consensi e non conviene neppure a chi ha ragione.

Ho guardato in VOLTO la POVERTA’ e ho avuto PAURA

Ci ho pensato ieri mentre, quasi involontariamente, cercavo l’auricolare del telefono, uno dei tanti oggetti che dimentico ovunque, ogni giorno. E’ facile, pensavo, perdere oggetti nella civiltà delle migliaia di cose.

Negli States uno studio di qualche anno fa ha stabilito che in una casa ci sono mediamente 300 mila oggetti, dal pettine alla saliera. Nel Regno Unito, un bambino entra in contatto in media con poco meno di 250 giocattoli, anche se gioca con non più di una dozzina. E una ricerca di una compagnia di assicurazioni britannica sostiene, dati alla mano, che passiamo in media dieci minuti al giorno a cercare cose che perdiamo: in una vita possono essere persi 200 giorni alla ricerca di qualcosa. Quasi nulla, se paragonati ai duemila che passiamo comprando cose.

Abbiamo migliaia di cose, mentre miliardi di persone non hanno quasi nulla. E non è stato necessario andare troppo lontano da casa per scoprire che i tanti che non hanno migliaia di cose, sono anche qui.

Non mi sono mai resa bene conto di quanto sono fortunata. Una bella casa, un buona istruzione, un lavoro interessante, viaggi, hobby, amici. E tante cose non necessarie. Mi arrabbio quando il mio ristorante preferito non ha un posto libero nel momento in cui decido che cenerò lì, o nell’hotel pentastellato sbagliano a portarmi il latte. Rigorosamente di riso.

E poi c’è chi è disposto a qualunque cosa per poche centinaia di euro ogni mese. Barattare la salute, se non la vita stessa.

Storie tutte uguali che non si somigliano, direbbe qualcuno. O come scriveva Lev Tolstoj in Anna Karenina Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo. Eppure in quel disastroso compromesso di infelicità e fame, non ci avevo mai guardato. Lo avevo ignorato o forse avevo creduto non esistesse. La povertà mi ha sempre fatto paura. Ne sono diventata consapevole all’improvviso. La respiriamo mentre incuranti camminiamo per strada, sui mezzi pubblici, ne leggiamo sui giornali e ce lo sbattono in faccia i talk show. Eppure non la vediamo.

In una parola siamo diventati aporofobici, abbiamo cioè sviluppato una nuova avversione: la paura verso i poveri (dal greco aporos, colui che non ha risorse). A coniare questo termine la filosofa spagnola Adele Cortina, non a caso la parola dell’anno 2017. Curioso il contrasto con quella del 2014 che era selfie.

Aporofobia non indica nulla di nuovo, ma ridà fuoco a una paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, quei periodi che possono tirare fuori il meglio e il il peggio dell’essere umano.

Ogni tanto chiamare le cose con il loro vero nome è liberatorio, necessario, vitale, anche se non è sufficiente a far scomparire ciò che non ci piace, qualcuno lo chiamerebbe sortilegio. Sapere che esiste l’aporofobia non eliminerà il rifiuto dei poveri, ma almeno è il primo passo per diventare consapevoli del problema. E il modo migliore per togliersi le maschere sociali. E dare il giusto valore alle cose che si hanno e ancor più a quelle che non si hanno ma non sono necessarie.

Abbiamo vissuto per millenni con poche cose davvero necessarie, ottenute a fatica, che conoscevamo e apprezzavamo. Adesso le cose non significano nulla: si possono buttare, sostituire, non vale la pena aggiustarle o ripararle perché è più facile e più economico comprarne altre. E niente ci piace più di comprare altre cose.

Il paradosso è che il sistema economico mondiale ha bisogno che noi abbiamo bisogno di sempre più cose, perché vive della loro produzione. E’ come un aereo: se non vola a ottocento chilometri all’ora si schianta. Se ci organizzassimo per fare un uso razionale delle risorse, milioni di persone avrebbero gravi problemi. O magari inventeremmo qualcosa che fa bene a tutti: a volte succede.

SENZA SOLITUDINE NON C’E’ CREATIVITA’

Se ne parla molto, di questi tempi. Di solitudine.
Affibbiandole i mali più diversi, dalle cardiopatie, all’insonnia, dalla depressione, all’obesità, fino alla morte prematura.

Eppure la sana solitudine è l’anticamera della creatività e dell’innovazione. Non a caso Schopenhauer scriveva: “i veri grandi spiriti costruiscono, come le aquile, i loro nidi a grandi altezze, nelle solitudine”.

Un tempo l’isolamento poteva risultare pericoloso; oggi senza amici, in città, non c’è il rischio di morire di fame o venir sbranati da animali feroci, come poteva invece accadere a un cacciatore, senza amici, nella preistoria.

Hanno sempre detto che dovrei mostrami più aperta, ma ho capito che essere introversi non è cosa negativa – spiega Susan Cain, nel libro Quiet, the power of introverts in a world that can’t stop talking – Così per anni sono andata in bar affollati, come molti introversi fanno, con una perdita di creatività e di leadership che la nostra società non può permettersi. La solitudine è l’ingrediente fondamentale della creatività. Darwin faceva lunghe passeggiate nei boschi e decisamente respingeva gli inviti ai party. Steve Wozniak ha inventato il computer Apple bloccato nel suo Hewlett Packard. Le società occidentali hanno dimenticato la potenza della vita contemplativa.Fermiamo la follia della ricerca costante del lavoro di squadra. Andate nel deserto per avere intuizioni vincenti“.

La solitudine fa bene anche all’empatia. Studi condotti da Erin Cornwell, della Cornell University hanno dimostrato che le persone anziane che vivono da sole hanno una rete sociale molto ampia.

Le capacità che però hanno più giovamento dalla solitudine sono la creatività e l’innovazione. Gli esseri umani sono esseri sociali, ma dopo aver trascorso la giornata circondati da persone, passando da una riunione all’altra, attenti ai social, agli smartphone, iperattivi, la solitudine fornisce uno spazio per il riposo ristoratore.

Uno dei risultati più sorprendenti infatti è che la solitudine è alla base della creatività, dell’innovazione e della buona leadership. Uno studio condotto da Mihaly Csikszentmihalyi (lo psicologo della felicità) ha rilevato che gli adolescenti che non sopportano la solitudine non sono in grado di sviluppare talento creativo.

Ammettere di essere soli è una delle cose più difficili, ma oggi sapendo cosa ci guadagniamo accogliendola in modo sano, forse non le saremo più tanto ostili.

PERCHE’ DIMENTICHIAMO la RAGIONE per la quale SIAMO ENTRATI in una STANZA?

Vi è mai capitato di entrare in una stanza e dimenticare la ragione che vi ha portato fin lì? A me tantissime volte. Ed è per questo che ho chiesto alle neuroscienze di spiegarmi questo scherzetto che ci gioca la mente. Ho scoperto così che la capacità di ricordare diminuisce dopo che abbiamo oltrepassato la soglia di una porta rispetto a quando abbiamo coperto la stessa distanza rimanendo nello stesso ambiente. 

Questo è quanto hanno dimostrato i ricercatori dell’Università dell’Indiana, in due termini: “doorway effect”, effetto della porta.

Indispettiti da questa frustrante esperienza gli studiosi hanno organizzato un esperimento in cui chiedevano a dei volontari di muoversi in un ambiente virtuale. Di tanto in tanto i partecipanti dovevano raccogliere un oggetto e poi farlo sparire alla loro vista. Dopo un po’ veniva chiesto loro cosa avessero preso. Risultato: i volontari impiegavano più tempo a ricordare l’oggetto ed erano meno precisi nel descriverlo se dopo averlo raccolto avevano cambiato stanza.

L’esperimento, ripetuto anche in stanze reali, ha confermato la tesi: ricordiamo di meno, dopo che abbiamo varcato la soglia di una porta rispetto a quando abbiamo coperto la medesima distanza restando nello stesso ambiente.

Quando ci muoviamo il nostro cervello costruisce un modello provvisorio dell’ambiente in cui siamo e di quello che pensiamo e facciamo in quel luogo. Immagazzinare diversi modelli contemporaneamente è uno spreco di energie.

“Un nuovo ambiente può richiedere abilità diverse, per questo è meglio concentrare la memoria su quello in cui ci troviamo al momento – ha spiegato G. Radvansky, il professore a capo della ricerca -. Varcare una soglia ci spinge a sostituire un modello con un altro. Questo cambiamento fa aumentare la probabilità di dimenticare ciò che è successo nella stanza in cui si era precedentemente”.

A innescare questo effetto, non sono ovviamente solo le porte: può succedere anche quando passiamo dalla montagna alla città, dalla strada principale a una secondaria, da un piano a quello sottostante.

Per essere pratici… la vita sarebbe impossibile se ricordassimo ogni cosa. Tutto sta a scegliere quello che si deve dimenticare. Se ce lo ricordassimo…