COME ELABORARE STRATEGIE e SCELTE EFFICACI

Questa volta ho lasciato “carta e calamaio” ai colleghi giornalisti. Anche questo è divulgazione.

Buona lettura!

L’articolo completo è a pagina 62 e seguenti del settimanale IDEA

AVETE MAI LETTO NEMESI?

Avete mai letto Nemesi? Avete mai letto Philip Roth? Una storia, vera, da cui si può imparare molto, senza il rischio di dimenticare. L’epidemia di poliomielite in un tempo in cui il vaccino ancora non c’era.

Nel quartiere ebraico di Newark (New York) scoppia un’epidemia di polio che miete vittime e lascia terribili strascichi, soprattutto sui bambini… Una finestra temporale, quella di cui parla Roth, simile per tutti, inconfondibile e, fino a qualche mese fa, avrei anche detto irripetibile. Non è così.

E con la maestria crudele che tanto gli apparteneva, la capacità di raccontare il reale senza fronzoli, Roth sbatte in faccia tragedia e speranza, attesa e dolore. Orrore e mostruosità. Niente di meno di ciò che accade, in casi come questi, parole non edulcorate, non tramutate, non castigate per qualche pseudo sorta di moralismo o ignoranza.

Non sopra o sotto, ma dentro la storia è dove Roth, parola dopo parola, ci conduce. Un orizzonte ristretto e dove paura e dramma dei protagonisti si fa cronaca semplice e diretta.

IL RACCONTO

Nel quartiere ebraico di Newark, vive gente normale e modesta, ed è dove nel luglio 1944 scoppia un’epidemia di poliomielite. Nemesi è parola greca di significato piuttosto ampio: vendetta, giustizia divina, sdegno, ripugnanza, biasimo, collera…

Protagonista è un giovane ventitreenne, Eugene Cantor, detto Bucky, forte, responsabile, coraggioso, attaccato alla sua professione di istruttore atletico di giovani ebrei del suo quartiere. Non è andato soldato a combattere la guerra americana, perché soffre di un grave difetto alla vista. Ma si trova a combattere, inaspettatamente, una guerra nella guerra, l’epidemia di polio, che è doppiamente ingiusta e terribile, perché assale soprattutto gli innocenti, è imprevedibile e inafferrabile e lo spinge a un certo punto a dubitare di Dio.

Perché quelli non erano i numeri impersonali che si era abituati ad ascoltare alla radio o a leggere sul giornale, i numeri che servivano a localizzare una casa, registrare l’età di una persona o stabilire il prezzo di un paio di scarpe. Erano gli spaventosi numeri che certificavano l’avanzata di un’orribile malattia e che, nelle sedici circoscrizioni di Newark, equivalevano ai numeri dei morti, feriti e dispersi della vera guerra. Perché anche quella era una vera guerra, una guerra di annientamento, distruzione, massacro e dannazione, una guerra con tutti i mali della guerra: una guerra contro i bambini di Newark“.

Bucky scopre a un certo punto d’ essere l’inconsapevole tramite del contagio fra i suoi ragazzi, prima di esserne lui stesso vittima. E a questo punto, prova assoluta e disumana della sua serietà, decide di punirsi della colpa non commessa, rinunciando per il resto della sua vita a qualsiasi consolazione sentimentale o affettiva. Così “Nemesi” alla fine diventa per lui anche senso della colpa ed espiazione.

Singolare è il modo con cui Roth risolve anche questa volta il nodo della narrazione. Il “narratore” emerge lentissimamente dal tessuto del racconto. Prima c’ è un “noi”, che in quel momento s’ inserisce in maniera vistosamente ambigua e immotivata nel racconto. Poi, più avanti, compare un “io”, che prende anche un nome: quello di Arnie Mesnikoff, uno dei bambini del campo giochi di Newark, che hanno contratto la poliomielite. Infine, solo ventisette anni più tardi (1971), Arnie, adulto, segnato dalla poliomielite, ma non distrutto e annegato come lui dal morbo, viene finalmente in primo piano come testimone e narratore della vicenda di Bucky, il quale, reincontrato per caso, decide per la prima volta in vita sua di affidargliela per intero.

OVUNQUE E’ MORTE

La capacità di Roth di giocare sui diversi punti di vista, s’ impone ancora una volta con evidenza esemplare, struggente pietà e impietosa ferocia. In particolare la pretesa di documentare la storia moderna degli Stati Uniti è ormai solo un alibi: l’arruolamento forzato e la guerra in Corea che fanno da sfondo a Indignazione, il dopo 11 settembre in Il fantasma esce di scena, e l’epidemia di poliomelite del 1944 in Nemesi interessano Roth solo in quanto inducono un’atmosfera di paura collettiva.

La morte è dappertutto in questi romanzi. Parole quali “spavento” “terrorizzato”, “orrore” “pericolo” “vulnerabile” “panico” non si contano. Già nelle prime pagine di L’umiliazione, il celebre attore Simon Axler è «sommerso dal terrore e dalla paura». In ogni intreccio, un conoscente del protagonista muore inaspettatamente in un modo che nulla ha a che fare con gli eventi principali. Inutile chiedersi per chi suona la campana; la domanda posta da Roth è: come si fa a vivere pienamente in un mondo dove «l’errore più piccolo può avere conseguenze tragiche»?

E qui mi fermo, lasciando ognuno alla riflessione. Non è importante il risultato di tanto pensare, ma il modo in cui a questo ci si arriva. Buona nemesi, nel modo in cui ognuno la intenda.

NON può SUCCEDERE a ME! NON PERCEPIRE il RISCHIO, NON SIGNIFICA essere al SICURO

C’è chi, rinchiuso in casa, è investito dall’angoscia ogni volta che è costretto a mettere il piede fuori, e chi, invece, dichiara convinto “io non mi ammalerò mai”. E chi ancora più impavido (per non dire stupido), aderisce alla sfida di leccare oggetti pubblici in barba al Covid-19 (uno di questi ragazzi ha poi contratto il virus dopo aver leccato il water di un bagno pubblico e ora è ricoverato in ospedale).

Storie di ordinaria follia, storie di ordinaria quotidianità che le Neuroscienze sanno spiegare, aiutando a dare un senso all’irrazionalità che, ancor più nei momenti di crisi, veste noi esseri umani.

In tutto il mondo, sebbene il numero di persone positive al coronavirus continui inesorabilmente a crescere, molti sembrano guardare con distacco alla pandemia, forti di poter essere immuni non solo dal virus, ma da qualsiasi avvento avverso capiti loro.

La spiegazione a questo apparente disinteresse, che non è coraggio, prende il nome di bias dell’ottimismo: la sensazione che le cose positive che ci possono accadere, siano più probabili di quelle negative. La convinzione cioè di essere meno a rischio degli altri, tutti gli altri.

E’ questa, una distorsione, una trappola in cui cade la nostra mente, per rendere più sopportabili notizie ed eventi, per mitigare paura e angoscia. E’ un modo per vivere la vita, senza temere eccessivamente la morte.

COSA SONO I BIAS

I bias sono pregiudizi, giudizi che diamo in automatico su qualsiasi questione affrontiamo e che, tendenzialmente, non corrispondono alla realtà; pertanto ci portano a interpretare in modo sbagliato gli eventi e a fare grossolani errori di valutazione. Detto in altri termini, i bias ci portano a distorcere la realtà e attuare, di conseguenza, comportamenti e scelte sbagliate.

Che il bias dell’ottimismo sia fenomeno diffuso è cosa nota ma a dimostrarlo ulteriormente sono due recenti studi: uno europeo e uno americano. Il primo ha coinvolto oltre 4 mila persone fra Francia, Italia, Regno Unito e Svizzera: la metà dei partecipanti riteneva di avere meno probabilità di contrarre il Covid-19 rispetto agli altri. Solo il 5% degli intervistati riteneva probabile un’infezione. Il secondo è stato condotto su 1.600 americani e ha mostrato che le persone pensavano che il loro rischio personale stesse aumentando ma in percentuale minore rispetto alle persone degli altri Stati.

OTTIMISMO ESASPERATO

Ma perché alcuni hanno forte questa tendenza all’ottimismo esasperato? A spiegarlo è il neuroscienziato cognitivo, professore di psicologia all’Università di Londra, Tali Sharot, che sul pregiudizio all’ottimismo ha addirittura scritto un libro. Sharot ha dimostrato che guardare al futuro ci mette di buon umore, Il puro atto di anticipare gli eventi, ci rende felici.

Senza il pregiudizio all’ottimismo, saremmo infatti tutti più tristi, senza contare che pensare positivo ci permette di credere di poter controllare il futuro e si sa che l’illusione del controllo è un’altra trappola di cui l’essere umano ha bisogno. Il cervello non ama l’incertezza, l’incognito. E colorare di rosa il domani, è un modo per allentare il peso dell’imprevedibilità.

Nella vita di tutti i giorni essere positivi rende scelte e decisioni meno pesanti, facilita la nostra quotidianità, non a caso è dimostrato che gli ottimisti hanno più successo, rispetto ai pessimisti di default. Se ogni volta che saliamo in macchina pensassimo di morire in un incidente stradale, sarebbe un incubo. Tuttavia, non si può sottovalutare l’importanza di indossare le cinture di sicurezza. I fumatori, pur conoscendo i rischi, li sottovalutano o non imputano loro la dovuta pericolosità e quindi reiterano in una abitudine tutt’altro che sana.

E’ PERICOLOSO CREDERSI IMMUNI

Avere la certezza di non contrarre il Covid-19, potrebbe impedirci però di prendere le dovute precauzioni. Non percepire il rischio, non significa non essere a rischio. Eppure molte persone non riescono a fare questo collegamento logico. Credersi immuni, potrebbe indurre a non cambiare i comportamenti. Percepire in modo corretto il rischio è il miglior mezzo di prevenzione.

La percezione del rischio però può essere difficile da modificare, ma una strategia efficace è considerare il rimanere a casa, una scelta morale, etica. Causare danni agli altri è considerato immorale e poco etico (oltre che illegale), specialmente se le vittime sono vulnerabili e bisognose di protezione, come gli anziani.

Ciò che è difficile con tutti i rischi – incluso il coronavirus – è che il potenziale danno recato dal nostro comportamento verso altre persone è poco visibile. Se pensiamo di non essere infetti, potremmo essere indotti ad avvicinarci a parenti, vicini di casa anche solo involontariamente o fare cose che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza altrui. Gli asintomatici, coloro che non sanno di aver contratto il virus, potrebbero minimizzare il rischio e mettere, loro malgrado, in pericolo gli altri.

Fare leva sull’etica personale, favorisce l’attuazione di comportamenti preventivi. E che si tratti di Covid-19, così come di altri patogeni, malattie e scelte, la prevenzione è la miglior cura. Sempre.

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano La voce di Alba: http://www.lavocedialba.it/2020/03/30/amp/argomenti/attualita-14/articolo/coronavirus-non-puo-succedere-a-me-non-percepire-il-rischio-non-significa-essere-al-sicuro.html