SOFFRO, DUNQUE SONO. Le (false) VITTIME sono i nuovi EROI

Ci piace apparire non più perfetti ma sofferenti. «Diventare martiri senza aver mai patito altro che la disgrazia di essere nati», per usare le parole di Pascal Bruckner, filosofo francese che sulla autocommiserazione ci ha anche scritto un libro, Povero me; perché le vittime sono i nuovi eroi.

Difficile dargli torto. In un’epoca di allergia ai vincoli, di sensibilità spinta, di ripugnanza agli obblighi e di martiri di ogni genere, gli esperti di scienza offensivasembrano essere all’apice del successo.

«Viviamo la tragedia di culture sazie – aggiunge – incapaci di affrontare le avversità».

L’impulso a scrivere di questo tema, gli è venuto dopo che il governo di François Hollande ha espresso nel 2015 l’intenzione di conferire postumo la Legion d’Onore alle 130 vittime degli attentati al Bataclan. Questa onorificenza riconosce i meriti di individui che hanno reso servizi eminentialla nazione francese.

Gli sfortunati sono forse ora più eroici dei valorosi?

Domanda spinosa che proprio per questo vale qualche riflessione.

Ad avviso del filosofo, se oggi le persone ostentano così facilmente le proprie ferite in pubblico, «lo fanno per trarne vantaggi simbolici e materiali». Basti pensare alle memorie del principe Harry, quel «torrente di autocommiserazione chic».

Benché Bruckner, in una intervista abbia affermato di «descrivere la Francia di oggi, uno dei Paesi più inclini a questa mentalità lamentosa». La tendenza si estende ben oltre i confini francesi. A suo dire, infatti, «la sofferenza vende meglio del sesso».

Le persone afflitte e tormentate, non a caso, sono le sole con cui possiamo simpatizzare ed è facile trovarne, a frotte, ogni giorno. E’ la grande passione democratica: anche i privilegiati vogliono giocare a fare i maledetti. «La libertà e capacità di ognuno di vivere come meglio crede, è soprattutto il permesso, dato a tutti, di lamentarsi del proprio destino».

Ecco quindi che la vittima è il nuovo eroe e smentirlo è tutt’altro che semplice. Non dimentichiamo che la parola vittima è polisemica: «essere bersaglio di un furto o di uno stupro, di un incidente o di una tortura non è la stessa cosa». Ma si fa in fretta a estremizzare, il che favorisce la confusione. «Ciascuno equipara la propria condizione a quella di chi è più colpito».

Se non vi convince troppo la sua tesi, basti pensare ai grievance studies sorti negli Stati Uniti, dipartimenti universitari dedicati alle lagnanze provenienti da ogni parte, persone in sovrappeso, donne, minoranze, queer, transgender, ecc. «Gli armeni, i deportati, gli schiavi (…), hanno dovuto scalpitare a lungo prima di vedersi riconosciuti. Nessuno, oggi, ha più il coraggio di aspettare. Vogliamo essere riconosciuti immediatamente come sofferenti».

Questo ha portato il vittimismo a condizione di malattia. «Una patologia del riconoscimento, il desiderio di essere identificati senza doversi presentare».

Fra gli esempi eclatanti e attuali di dolorismo, per usare il termine del sociologo francese Gérald Bronner, Bruckner cita i dissidenti di classe: la scrittrice Annie Ernaux, che ripete a chiunque voglia ascoltarla di scrivere per «vendicare la sua razza e il suo sesso» e che, secondo Bruckner, è quasi riuscita a trasformare il suo Premio Nobel in una maledizione personale. «Annie Ernaux, che, nonostante gli enormi privilegi di cui gode e che ora è multimilionaria, continua a considerarsi una proletaria. Cosa che, tra l’altro, non è mai stata. È una posa che le permette di ostentare tristezza, anche se dovrebbe essere felicissima di aver ricevuto questo magnifico premio».

Insomma, la frenetica ricerca della felicità si sta trasformando in una frenetica ossessione per la tristezza.

CONSEGUENZE

Sempre più inadatti a sopportare la fatica, il solo fatto di stare al mondo ci qualifica come vittime. Vittime delle difficoltà che tutti dobbiamo attraversare ma che ora stiamo rigettando. Ma qualificarsi come vittima ha le sue conseguenze.

«L’inclinazione naturale di qualsiasi persona perseguitata, una volta salita al potere è di trasformarsi in persecutore».

Più ci si autocommisera più ci si sente giustificati a punire coloro che etichettiamo come nemici. Quando invece è la preoccupazione per gli umiliati che fa grande una società. La vittimizzazione come ricatto verso gli altri è il contrario del progresso. «Il suo stadio finale è la rimozione dei veri sfortunati a vantaggio di paria carnevaleschi che si affermano solo grazie alle loro reti di conoscenze e alla loro notorietà. Imparano a parlare la lingua degli oppressi per usurpare una posizione».

Ed è sempre più difficile distinguere i veri dai falsi umiliati. Anche perché chi millanta ha tante ragioni per farlo: «lo status di paria permette di cumulare tutti i diritti, in particolare quello di accusare e opprimere in nome delle proprie ferite.»

In qualche modo, abbiamo bisogno di entrambi, dei carnefici e delle vittime. «Ci abbuffiamo inorriditi e insieme affascinati dei mostri che uccidono sadicamente o si travestono da martiri per commettere i loro crimini e ci circondiamo degli sfortunati per rafforzare la nostra umanità». Un ribaltamento, lo stadio finale dell’egoismo dove nella società delle vittime i boia trionfano.

Difficile, pur nella provocazione talvolta estrema, rimanere indifferenti. Con l’intima speranza che serva a qualcosa.