Tag Archivio per: #comfort

MONEY ROAD: quanto COSTA essere EGOISTI. ANALISI COMPORTAMENTALE delle fragilità umane (di fronte a scelte e tentazioni)

È molto difficile rinunciare – se, come me, ci si occupa di comportamenti e decisioni – a seguire Money Road, il reality ed esperimento sociale dove dodici sconosciuti affrontano la giungla mentre le più diverse tentazioni ne mettono a dura determinazione, resilienza e portafoglio.

Così come è stato automatico, ripercorrere le fatiche e le prove a cui sono stata costretta durante la mia settimana di “survival camp”, una decina di anni fa. Esperienza che non prevedeva però un premio finale, dove non c’erano telecamere e neanche riso e fagioli, acqua pronta all’uso o bacinelle dove lavare i vestiti, tanto meno un campo tendato e dolci e comode tentazioni. La finalità era imparare tecniche di sopravvivenza utilizzando ciò che offriva il contesto, in quel caso il bosco e studiare le dinamiche di gruppo in condizioni di fatica, freddo, scomodità, fame e isolamento.

Mi sono cimentata nel costruirmi un riparo (un telo incapace di tenere lontani insetti e di proteggermi dalla pioggia battente), accendere un fuoco e mantenerlo vivo dove far bollire l’acqua raccolta da una scarna sorgente ricoperta di licheni così da avere qualcosa da bere, lavare il solo cambio consentito (ha piovuto 6 giorni su 7), costruire trappole per piccoli animali…

Contenuto dell’articolo
il mio riparo

Esperienza arricchente sul piano dell’autoconoscenza e, nonostante non ci fossero premi in denaro e tanto meno tentazioni, non sempre il benessere delle persone e la cooperazione sono state messe in primo piano. Se ci fosse stato un montepremi da condividere, chissà cosa avrebbe potuto accadere.

MONEY ROAD: esperimento sociale

Il reality si presenta come un trekking nella giungla per 12 persone che hanno a disposizione un montepremi di 300 mila euro da dividere in parti uguali al termine del percorso, al netto delle tentazioni.

Più volte al giorno, infatti, i concorrenti si trovano a dover scegliere se accettare o meno una tentazione – un caffè, un biscotto, un letto, una doccia, un prelievo al bancomat –. Se si cede, ogni tentazione, che ha un costo rapportato al contesto, erode il montepremi collettivo.

A prima vita, la situazione sembra semplice, eppure nasconde una forte complessità: una sorta di rompicapo che coinvolte la teoria dei giochi[1], l’analisi del potere di Foucault[2] e la fenomenologia del limite di #Jaspers (i momenti estremi che rivelano chi siamo veramente)[3].

Money Road più che un reality è un esperimento morale che rimanda agli esperimenti di Derek Parfit sulla identità personale[4], alle simulazioni di Robert Nozick sulla giustizia distributiva[5] e agli esperimenti di Stanford di Philip Zimbardo[6], recentemente scomparso.

Il dilemma del prigioniero

Se nella mia settimana di addestramento a Fabio Caressa si contrapponevano militari che si limitavano a osservare, insegnare e mantenere le conflittualità in un range definito, Money Road costringe i partecipanti a negoziare continuamente fra razionalità ed emozioni.

Scarsità, libertà, confronto, giudizio, sono i veri protagonisti. La genialità del programma sta proprio nell’aver trasformato il dilemma del prigioniero[7] da esperimento a esperienza vissuta.

Il dilemma classico prevede due prigionieri in celle separate che devono scegliere se tradirsi o cooperare. I partecipanti di Money Road non sono in celle separate ma condividono apparentemente lo stesso contesto, trasformando ogni scelta in una performance pubblica di sé stessi.

LA SCELTA DELLA GIUNGLA NON È CASUALE

Rimanda al “cuore di tenebra” di Conrad, lo spazio studiato da Victor Turner dove le strutture sociali si dissolvono e l’individuo affronta il proprio nucleo pre-sociale[8]. A differenza dei riti di passaggio tradizionali, qui non c’è trasformazione migliorativa garantita. L’esito è individuale e non sociale: i partecipanti ne possono solo uscire peggio di come sono entrati.

Le tentazioni sono una scalata della piramide di Maslow. Ogni cedimento diventa una mappa del desiderio individuale: scelte apparentemente libere che, come automatismi sociali, sono parte di noi. Oltre al fatto che le tentazioni rappresentano non solo semplici cose ma simboli: il biscotto non è bramato per il gusto ma perché significa civilizzazione. La vasca di petali nella giungla non serve solo per lavarsi e ritemprarsi ma per sottolineare la differenza con chi puzza ed è pieno di fango. Ogni oggetto diventa simbolo del comfort mancato. I partecipanti, infatti, si ritrovano in una spirale dove il valore d’uso scompare dietro il valore simbolo[9].

Si compra l’idea – di noi che vogliamo avere e che vogliamo che gli abbiano di noi – e non il prodotto.

Money Road, insomma, dimostra quanto poco siamo econi, l’incapacità dell’uomo di fare scelte razionali[10]. E, al contempo, di quanto ogni partecipante sia allo stesso tempo vittima e carnefice, mentre la fiducia si rivela indispensabile ma claudicante a seconda della tentazione di turno.

PERCHE’ MONEY ROAD PIACE e DIVIDE allo STESSO TEMPO

Piace perché, alla fine, l’egoismo vince sulla correttezza e la solidarietà del gruppo. Per citare Garrett Hardin “senza regole tutti fruttano al massimo la risorsa comune fino a esaurirla”[11].

Insomma, come esperimento sociale Money Road conferma le trappole della razionalità: “Le società moderne sono intrappolate da comportamenti individualmente razionali che producono esiti collettivamente irrazionali”[12].

In pratica, spiega perché non risolviamo problemi come la crisi climatica attraverso un nuovo storytelling. Storytelling che mostra come sia impossibile agire sul consenso razionale quando il conflitto fa parte dell’essere umano. Ogni partecipante deve gestire il proprio capitale in un mercato delle tentazioni dove il profitto individuale si scontra con la sostenibilità collettiva.

Money Road ci sbatte in faccia quanto agiamo senza pensare, mentre le giustificazioni per aver ceduto alle tentazioni non sono menzogne ma tentativi disperati di mantenere coerente l’immagine di sé. È quello che Leon Festinger identificava come riduzione della dissonanza cognitiva.

IL FINALE D’ECCEZIONE

La vera genialità di Money Road sta nell’aver trasformato un reality in uno specchio della realtà contemporanea: frammentati, incoerenti, alla ricerca di una comunità impossibile. Dove la brutalità emerge con crudeltà e veridicità e mostra la debolezza della teoria dei giochi: la differenza di un modello matematico puro (dove i giocatori agiscono in modo rigidamente logico per massimizzare il profitto), in Money Road entrano in gioco variabili umane imprevedibili che ne alterano gli equilibri:

Irrazionalità ed Emozioni: Fattori come stanchezza estrema, fame, risentimento e invidia spingono i concorrenti a compiere scelte contrarie al proprio interesse finale.

Vendetta e Dinamiche Sociali: Quando un concorrente usa i soldi per sé, gli altri possono reagire punendolo per ripicca (eliminandolo o escludendolo), il che porta a una distruzione di valore per tutti

Il Trionfo dell’Individualismo: Spesso la “vittoria” del singolo non coincide con la vittoria del gruppo; come spesso accade nell’economia comportamentale, l’egoismo individuale prevale quando non c’è fiducia assoluta nella lealtà altrui.

Money Road siamo noi, semplicemente, nel quotidiano.


Fonti

[1] https://www.treccanilibri.it/catalogo/teoria-dei-giochi/

[2] https://www.pensierofilosofico.it/articolo/Michel-Foucault-potere-e-biopolitica/301/

[3] https://orthotes.com/journals/studijaspersiani/psicologia-delle-visioni-del-mondo/

[4] https://poireview.com/wp-content/uploads/2020/10/3.-P.O.I.-Sullidentit%C3%A0-personale.-A-partire-da-Derek-Parfit.pdf

[5] https://www.ilsole24ore.com/art/la-giustizia-sta-viaggio-e-non-all-arrivo-robert-nozick-e-teoria-titolo-valido-AFy5dqJC

[6] https://items.giuntipsy.it/2021/12/14/i-50-anni-dellesperimento-carcerario-di-stanford-di-philip-zimbardo/

[7] https://www.dsg.univr.it/documenti/OccorrenzaIns/matdid/matdid190494.pdf

[8][8] https://www.ilriformista.it/money-road-evoluzione-reality-show-non-e-italia-in-provetta-ma-intera-contemporaneita-spettatore-474131/

[9] https://www.mulino.it/isbn/9788815139214

[10] https://blog.economiacomportamentale.it/2019/10/04/scenari-dell-economia-comportamentale/

[11] https://www.science.org/doi/10.1126/science.162.3859.1243

[12] Jon Elster

Sono INTROVERSO e all’OCCORRENZA ESTROVERSO. Come contesto e obiettivi spingono fuori dalla zona di comfort

Ci sono due uomini:

  • il primo è un professore che ha l’abitudine di cantare, volteggiare sul palco, ed enfatizzare consonanti e vocali. 
  • il secondo vive con la moglie in una casa isolata in oltre due acri di boschi canadesi, dove occasionalmente riceve le visite di figli e nipoti, ma per il resto del tempo frequenta nessuno.

Due personalità distinte e riconoscibili. Peccato però che la prima persona vaudevilliana e la seconda solitaria, siano lo stesso uomo, l’ex professore di psicologia ad Harvard, Brian Little, a cui si deve la Free Trait theory. La teoria secondo cui ogni persona è incline ad attare la propria personalità in base al contesto e a ciò che vuole raggiungere.

LA TEORIA DEI TRATTI LIBERI

Little è il padre della teoria dei tratti liberi o Free Trait Theory in inglese. Secondo questa teoria gli individui esibiscono, allo stesso tempo, tratti caratteriali fissi e tratti liberi. Per la Free Trait Theory, siamo nati e culturalmente dotati di certi tratti di personalità – l’introversione, per esempio, ma possiamo agire diversamente per realizzare progetti personali fondamentali.

Per questo motivo un introverso può essere un appassionato conferenziere, e questo è un esempio di come gli introversi possono dire la loro in un mondo che dà tanta (troppa?) importanza agli estroversi. Little ritiene che ci siano molti individui pseudo-estroversi: persone pronte ad adattare la loro personalità nell’interesse di un progetto personale molto importante come, ad esempio, un lavoro che amano.

OBIETTIVO: SVILUPPO DI CARRIERA

Non è così semplice fingere di essere diversi da come si è anche quando si è molto ambiziosi.

Little crede infatti che abbiamo tratti caratteriali fissi che rimangono costanti per tutta la vita e ci influenzano profondamente. Quindi, come possono molti introversi agire fuori dal loro carattere? Secondo la teoria di Little, i progetti personali fondamentali, ovvero quegli obiettivi che contano davvero per noi, possono spingerci a comportamenti lontani dal nostro stesso modo di essere.

Per esempio, un introverso potrebbe essere un insegnante appassionato pur di condividere il suo entusiasmo per la sua materia. Attenzione però: non riuscirai ad agire fuori dal tuo tratto per portare avanti un progetto che non ti interessa abbastanza o a veramente. Tuttavia, gli introversi possono avere difficoltà a identificare i loro progetti personali fondamentali perché sono abituati a ignorare le proprie preferenze perchè il sentirsi a disagio in molte situazioni è un freno non da poco.

COME RICONOSCERE UN PROGETTO PERSONALE

1. Identifica i tuoi progetti personali principali

– Ripensa a quando da bambino, ti chiedevano cosa avresti voluto fare da grande. Qual era l’impulso dietro la tua risposta? Se volevi fare il medico, per esempio, cosa significava per te? Aiutare le persone che soffrivano?

– Quale lavoro hai poi scelto di fare? Quali caratteristiche di quel lavoro alimentano la tua passione?

– Cosa invidi? Sebbene la gelosia sia un’emozione che tendiamo a nascondere, indica spesso la verità su chi invidi e su ciò che ha e tu non hai.

Capire cosa ti motiva può aiutarti a determinare i tuoi interessi principali per i quali saresti e sei disposto a superare i limiti del tuo carattere.

 

2. Identifica la tua nicchia riparatrice

Una nicchia riparatrice è un posto importante e necessario in cui andare quando vuoi tornare al tuo vero io. Può essere fisico, come un bosco dove fare una passeggiata in tranquillità o semplicemente una poltrona in ufficio dove recuperare energia fra una riunione e l’altra.

La nicchia riparatrice è utile, ad esempio, quando si deve scegliere un nuovo lavoro.

Per gli introversi: chiediti se avrai la possibilità di dedicarti ad attività solitarie nell’arco della giornata lavorativa. L’area di lavoro è un open space o avrai il tuo ufficio?

Per gli estroversi: il lavoro implica l’interazione sociale, l’incontro con nuove persone e i viaggi? Il nuovo lavoro e il team saranno abbastanza stimolanti?

 

3. Utilizza gli accordi sui tratti gratuiti

Trovare nicchie riparative non è facile, ed è qui che arriva l’ultimo pezzo della teoria: gli accordi che dovrai fare con te stesso.

Gli accordi richiedono che tu sia consapevole che “agirai in modo diverso per una parte del tempo, in cambio dell’essere te stesso per la maggior parte del resto del tempo”. 

Ad esempio, una moglie estroversa e un marito introverso potrebbero concordare sul fatto che metà delle volte usciranno e l’altra metà rimarranno a casa. Oppure che l’uomo parteciperà alla festa di addio al celibato di un amico ma non al matrimonio.

Gli accordi sono più facili da definire nella vita personale, ma anche nella vita lavorativa vanno delineati e seguiti.

La persona più importante con cui avere un accordo sei tu. Più sei consapevole e hai chiari gli spazi di manovra e i confini, più ti sarà facile gestire contesti che poco ti appartengono.

In questo modo non ti sentirai in colpa o prigioniero di scelte che non sono dipese da te. L’agire prolungato in un modo che non fa parte di come sei, può avere effetti collaterali importanti quali stress, malattie cardiovascolari e aumento dell’attività del sistema nervoso autonomo, che possono compromettere il funzionamento immunitario.

UN AVVERTIMENTO

I consigli mediati da Little non hanno lo scopo di cambiare il nostro carattere. Per quanto un estroverso si impegni non potrà mai diventare un introverso e viceversa.

L’esposizione prolungata in un tratto che non è il nostro, richiede un prezzo da pagare, ancor più se non si ha una nicchia riparatrice dove assecondare la propria prima natura.

Ciò che questa teoria insegna è che usciamo dalla nostra zona di comfort molto più di quello che pensiamo e ciò che ci spinge a farlo sono contesto e obiettivi. E’ una sorta di compromesso, non sempre facile da accettare, ma spesso necessario per ciò che per noi è importante. E spesso è così naturale che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Stasera, a giornata conclusa, prova a pensare alle cose che ti hanno portato fuori dal tuo tratto naturale. Quanto ti è costato farlo e dove hai trovato la tua nicchia riparatrice, la tua zona di recupero. Potresti scoprire che “veleggi” fuori dalla tua zona di comfort molto più di quello che credevi.

Spesso professionisti e non, di tutti i tipi, cercano di venderci a peso d’oro percorsi, sessioni e corsi su come uscire dalla zona di comfort, sei ancora sicuro di averne bisogno?

Le ABITUDINI si POSSONO MODIFICARE ma… NON nel MODO in cui PENSI. Dai retta, per una volta, alle Neuroscienze

Da tempo pseudo guru, formatori improvvisati e coach della domenica ci tormentano, cercando di farci credere sostanzialmente due cose: 1) la formazione è la panacea di tutti i mali 2) se si vuol avere successo bisogna uscire dalla propria zona di confort.

Mi dispiace, soluzione sbagliata.

A dirlo ovviamente non sono io, ma la scienza, le Neuroscienze. Vi spiego in cosa, guru, formatori e coach improvvisati sbagliano. Possiamo seguire i migliori corsi di formazione sul mercato, modellare i leader che riteniamo di riferimento alla nostra crescita, ma rimanere con le stesse abitudini di sempre.

PERCHE’ ACCADE QUESTO?

Il cervello è neofobico, non ama le novità. Non a caso le attività cerebrali rispondono a due necessità basilari: assicurare la sopravvivenza e contenere il dolore. E per farlo si avvalgono di due strategie: ripetizione e velocità. La velocità si ottiene con la spontaneità e l’automatizzazione nel percepire ciò che ci accade secondo dopo secondo, senza metterlo in discussione. La ripetizione si ottiene con l’avversione (emotiva e cognitiva) verso ciò che è sconosciuto e nuovo.

Questo è possibile perché il 95% delle strutture neurali operano in modo automatico, in assenza di valutazione e calibrazione di ciò che vediamo, ascoltiamo, sentiamo e pensiamo. Altrimenti sarebbe impossibile decodificare ogni informazione con cui entriamo in relazione e processare le circa 15 mila decisioni a cui quotidianamente siamo chiamati.

Inoltre il cervello non è disponibile a cambiare in modo incondizionato. Accetta sì abbastanza di buon grado quei cambiamenti che sono allineati alle esperienze e alle credenze a cui già è abituato, e impara nuovi modi di pensare e di agire solo quando questi non richiedono di andare contro le abitudini cognitive ed emotive già strutturate.

Quando gli si chiede o impone di cambiare comportamenti per andare verso altre abitudini di cui non ha esperienza, il cervello erge muri difensivi belli spessi, chiudendosi, per usare una metafora, in una sorta di castello super fortificato e quasi inespugnabile.

In parole semplici: tutta la motivazione del mondo nel modificare un comportamento avrà presa come neve al sole se va in conflitto con le abitudini consolidate e cristallizzate nei circuiti sinaptici.

DUBBIO E AUTOCONTROLLO

Una soluzione per fortuna c’è. Grazie alla presenza nella corteccia pre-frontale di un circuito che mette a disposizione due risorse: il dubbio e l’autocontrollo.

Il dubbio ci permette di dare vita a nuove idee e a percepire la realtà in modo diverso da come l’abbiamo sempre vista. Da solo però, non è sufficiente per contrastare i circuiti sinaptici cristallizzati. Occorre anche l’autocontrollo, la forza di volontà, importante nel rallentare le abitudini.

L’autocontrollo è indispensabile per frenare il pilota automatico della spontaneità. Per cambiare abitudini deve però essere pervasivo, costante nel tempo e ben radicato. Così da modificare i circuiti sinaptici esistenti, sostituendoli con quelli nuovi.

Tutto questo cosa ci dice? Che per avviare il cambiamento nelle persone, che sia a livello personale sia aziendale, occorre guardare in direzioni diverse da quelle dei normali corsi di formazione. Diventati abitudine non solo nel modo in cui vengono espletati, ma per i nostri stessi circuiti cerebrali. Automatici, e incapaci di stuzzicare il dubbio e far attivare la consapevolezza.

Dobbiamo ricordare una lezione importante che viene dalle Neuroscienze. Dire o pretendere che una persona, un collega, un dipendente, un cliente, un paziente cambi, equivale a far entrare la mente di quella stessa persona in conflitto con se stessa.

Ecco la contraddizione in termini.

Cambiare non è un conflitto che si fa nascere verso colleghi, dipendenti, clienti, pazienti, non è uno sforzo che va in direzione contraria alla realtà esterna. Cambiare è uno scontro fra due strategie neurali presenti all’interno del nostro cervello.

Ben diverso cioè da come ci è sempre stato insegnato, detto, proclamato a gran voce da chi di Neuroscienze e cervello sa quello che può aver imparato spulciando quale nozione qua e là, o seguendo qualche corso tenuto da formatori improvvisati (almeno su questi temi).

Se veramente si vuole spingere verso il cambiamento qualcuno, e solo se ce lo chiede, ecco 5 domande che potrebbero essere utili e non invasive (per il cervello).

– I comportamenti che voglio attivare, vanno contro le abitudini di quella persona?

– Se sì, quanto?

-La resistenza che quella persona deve fare valgono lo sforzo? O fa solo bene a me, promotore del cambiamento a tutti i costi?

– In che modo posso innescare il dubbio, affinchè la persona veda quell’abitudine come obsoleta o poco funzionale? E sia quindi spinta a modificarla?

– Come posso nel tempo sostenere la nuova abitudine? Come posso far sì che la perseveranza non venga meno di fronte all’estenuante resistenza che i vecchi circuiti opporranno verso il nuovo?

Come vedete, il cambiamento è qualcosa di molto più personale di quello che si crede. Le abitudini ci regalano sicurezza e lasciarle è un po’ come abbandonare qualcosa di caro.. provate, a togliere la coperta a Linus e vedrete come reagisce. Cambiare per cambiare non serve. Ogni cambiamento, soprattutto a livello aziendale, deve essere frutto di una analisi profonda e ben motivata. Solo allora si potrà chiedere a chi, per quella azienda lavora, uno sforzo. E lo faranno se lo credono efficace e funzionale. Ma se il cambiamento che richiedete è schizofrenico, dettato dalle mode del momento e poco sostenuto da ragioni anche e soprattutto razionali, lasciate stare. Questa volta, accettate il consiglio.