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Quando ESSERE EDUCATI ci danneggia

Educazione e cortesia sono preziose fonti di informazione: indicano agli altri come possono comportarsi nei nostri confronti. Talvolta inducendoli a mancarci di rispetto. Ci avete mai fatto caso?

4 SITUAZIONI DOVE QUESTO AVVIENE

GIUSTIFICARE E SPIEGARE ECCESSIVAMENTE LE NOSTRE DECISIONI. Giustificarsi eccessivamente e assumersi la responsabilità delle emozioni altrui non è il modo giusto per stabilire confini sani. È piuttosto una forma di autodifesa preventiva.

Più che un rifiuto, l’eccessiva enfasi che si dà alla motivazione alla base della nostra decisione, è un modo per gestire la percezione che gli altri avranno di noi. Il problema è che le spiegazioni fornite modificano lo status psicologico del confine che si sta cercando di tracciare.

Le ricerche dimostrano che, quando alle persone vengono fornite molteplici ragioni a sostegno di una posizione, non le sommano mentalmente, bensì ne calcolano la media di forza. Ciò significa che un’unica affermazione chiara e forte viene spesso percepita come più legittima di un insieme di giustificazioni di qualità variabile. Quando si aggiungono ragioni deboli o circostanziali, queste finiscono per diluire l’autorevolezza di quella più forte.

Quindi, quando dici “Non posso venire stasera“, il cervello di chi ti ascolta registra una decisione definitiva. Ma quando dici “Non posso venire stasera perché sono stato davvero sopraffatto, non ho dormito bene e ho ancora del lavoro da finire, ma vorrei tanto poter venire“, hai trasformato una decisione in una serie di condizioni, alcune delle quali sembrano temporanee o addirittura flessibili.

Le blande motivazioni che si buttano sul tavolo fanno sì che l’intero confine appaia meno rigido di un semplice “no“. Sebbene la seconda versione risulti più rassicurante, appare però più debole. Col tempo, gli altri potrebbero presumere che i tuoi limiti siano flessibili, il che potrebbe generare pressioni. Ricorda, il rispetto deriva dalla fermezza delle tue parole, non dal fatto che sono accompagnate da rassicurazioni.

ADDOLCIRE LA RICHIESTA.Ogni volta che ne hai l’occasione…”; “Va benissimo se non…”; “Non voglio essere di disturbo…

Le richieste edulcorate sono una forma di segnalazione di status. Secondo la politeness theory, le persone addolciscono il linguaggio con espressioni come “Niente fretta” o “Solo se per te va bene” per proteggere la loro immagine. Tuttavia, così facendo, segnalano contemporaneamente che il comfort dell’altra persona ha la priorità sui loro bisogni; riducendo la percezione di un’imposizione della richiesta.

Il problema è che i sistemi di comunicazione sono reciproci. Quando si minimizza costantemente l’importanza delle proprie richieste, gli altri tendono a seguire lo stesso esempio. Il modo in cui un bisogno viene espresso in modo diretto influenza la serietà con cui viene preso in considerazione. Le richieste che sembrano di poca importanza vengono considerate tali.

Quindi, col tempo, le persone iniziano inconsciamente a considerare il tuo tempo come flessibile, il tuo comfort come secondario e le tue esigenze come negoziabili. Questo non è dovuto a scortesia, ma a una conseguenza involontaria dei segnali che hai inviato loro. Si puo essere gentili senza rendersi invisibili. Le persone non possono rispettare ciò che non riescono a percepire chiaramente. Essere diretti non ti rende esigente, ti rende semplicemente comprensibile.

ESSERE SEMPRE DISPONIBILI. La disponibilità è un segnale di valore. La tua prontezza di risposta, la tua natura accondiscendente e la tua riluttanza a dare priorità a te stesso potrebbero farti credere di essere generoso. E’ esattamente il contrario.

Secondo una ricerca del 2025 pubblicata su Behavioral Sciences, quando le persone sperimentano scarsità di tempo, energia o risorse emotive, diventano più sensibili ai segnali che indicano cosa e chi conta davvero. In condizioni di risorse limitate, si presta maggiore attenzione ai segnali e alle norme sociali per decidere dove investire i propri sforzi. La tua disponibilità è uno di questi segnali.

Quando qualcuno è sempre reperibile, il suo tempo viene inconsciamente percepito come abbondante. E quando le persone si sentono anche solo leggermente sotto pressione, istintivamente dedicano la loro limitata attenzione a ciò che appare scarso e prioritario. Non si tratta di fare giochetti o di negare affetto. Si tratta di avere una vita con dei limiti reali.

Le persone rispettano chi ha altri centri di gravità: lavoro, riposo, creatività, famiglia. Questi centri creano dei limiti visibili, e questi limiti fanno sì che il tuo tempo sembri avere un costo, cosa che in effetti ha. Ti accorgerai che quando ruoti attorno a tutti gli altri, finisci per perderti nella loro abbondanza. Quando la tua vita ha un peso, gli altri iniziano naturalmente a ruotare attorno a te.

ASSUMERSI LA RESPONSABILITA’ DELLE EMOZIONI DEGLI ALTRI. Una delle forme più dannose del lavoro emotivo è nascondere ciò che si prova realmente e presentare un’immagine più rassicurante per far sentire gli altri a proprio agio. Questo perché sopprimere ripetutamente la propria realtà emotiva per stabilizzare il sistema nervoso di qualcun altro ha un costo psicologico misurabile.

Ma è altrettanto importante considerare il costo interpersonale. Quando ti fai carico del peso emotivo di entrambe le parti di un’interazione, involontariamente invii all’altra persona il segnale che non deve autoregolarsi in tua presenza. Il suo disagio non la raggiunge mai, perché tu lo intercetti. Questo crea un significativo squilibrio di potere: un sistema nervoso assume il ruolo di custode , l’altro quello di dipendente. Questa è l’asimmetria emotiva.

Le relazioni sane si basano sulla co-regolazione, non su un carico emotivo unilaterale. Il rispetto richiede due persone in grado di sentire, tollerare e reagire al disagio senza delegarlo. È lecito essere onesti anche quando ciò crea attrito. L’attrito non è mancanza di rispetto. È il prezzo da pagare per rimanere psicologicamente adulti insieme.

Nessuna di queste abitudini deriva da debolezza. Derivano dall’adattamento. E l’adattamento è un processo che dura tutta la vita. Tutto ciò di cui hai bisogno è:

chiarezza e coerenza tra ciò che provi, ciò che dici e ciò che permetti.

Mai Il GATTOPARDO fu tanto ATTUALE… a proposito di CAMBIAMENTI e VISIONI

A quarant’anni di distanza, ho riletto il Gattopardo, scoprendo una storia ben diversa da quella che ricordavo e molto più attuale di quanto sarebbe normale aspettarsi.

Dal finale, dove il principe Fabrizio di Salina condivide la sua visione del mondo: quello in cui ha vissuto; quello in cui vivrà, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi mille che annunciano il nuovo regime (i Savoia) e il dissolvimento del vecchio (i Borboni). In una frase: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.

All’affermazione di Tancredi, il nipote del principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Come allora, due frasi, quella del principe di Salina e del nipote Tancredi, ripropongono la rappresentazione dell’Italia di oggi, quella che si vive e si subisce, sublime congiunzione del peggio del “nuovo” che si coniuga con il peggio del “vecchio”.

Non distante da quanto scritto, nel 1971, da Leonardo Sciascia su “Il contesto”, dove il ministro dell’Interno istruisce l’ispettore Rogas: “…il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che si malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale; e specialmente se su quella poltrona (…) venisse ad accomodarsi il signor Amar. Ora la visione del signor Amar che da quella poltrona fa sparare sugli operai in sciopero sui contadini che chiedono acqua, sugli studenti che chiedono di non studiare: come il mio predecessore buonanima, e anzi meglio; questa visione, debbo confessarlo, seduce anche me”.

Seduzione torva e triste. Per raccontare l’opposizione che si fa oppressione peggiore di chi sostituisce; e per quel passaggio fugace: operai e contadini in sciopero per i loro diritti; e studenti che al contrario, lo fanno per derogare al loro dovere: quello di studiare.

Per comprendere l’Italia di oggi e di ieri, cinque sono a mio avviso i romanzi, spesso abusati e poco compresi di cui si fa pregio la letteratura scolastica: I promessi sposi di Alessandro Manzoni; I viceré di Federico De Roberto; I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, i tre moschettieri di Alexandre Dumas e Il Gattopardo.

Pubblicato nel 1958 il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non ha avuto vita facile. Facile da comprenderne il perché. Il principe contempla “in perpetuo scontento” la “rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività e ancor minore voglia di porvi riparo”. Emblematico il malumore provocato da una minuscola macchiolina di caffè sul panciotto e “il solito bigliettino color di mammola”: metafora di una classe al potere che si sgretola e frantuma, per cedere il posto a “nuovi/vecchi venuti che cambiano d’accento: la parlata siciliana è sostituita da quella savoiarda, cambiano i colori delle divise, ma arroganze, prepotenze, supponenze, ignoranze, miopie, ingordigie, non mutano; si sovrappongono”.

A suo tempo, Il Gattopardo, venne stroncato da Elio Vittorini che lo rifiuta due volte: da consulente editoriale di Mondadori prima, e da consulente editoriale di Einaudi poi. Nella lettera dove motiva le sue ragioni, si legge: “…per più di una buona metà, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del ‘giovin signore’ siciliano (la recita quotidiana del rosario, la passeggiata in giardino col cane Bendicò, la cena a Villa Salia, ‘il salto’ a Palermo dall’amante…”.

Lo rifiuta Alberto Moravia, che da critico cinematografico, esprime negativo giudizio sul film che ne ricava Luchino Visconti: “Solo lui, comunista aristocratico, poteva con tanta sottigliezza dosare il grado di scetticismo e di poetica nostalgia del principe di fronte alle questioni sociali e politiche dell’epoca”.

Lo stronca Palmiro Togliatti: Il Gattopardo è espressione di un’ideologia reazionaria, che non ha compreso nulla del Risorgimento, della rivoluzione proletaria, della lotta di classe, di Antonio Gramsci.

A cui fa seguito un curioso contrordine. Quando Il Gattopardo viene tradotto in Francia, dove è accolto benissimo. Per Togliatti Il Gattopardo diventa il romanzo del capitalismo destinato a essere seppellito dall’avanzata delle masse proletarie guidate dall’avanguardia rappresentata dal Partito.

A salvare il romanzo sono le persone di cultura liberale: Elena, una delle figlie di Benedetto Croce, trasmette il dattiloscritto a Giorgio Bassani, consulente della Feltrinelli. Carlo Bo ne scrive in termini entusiastici sul Corriere della Sera; il romanzo vince il premio Strega 1959; viene tradotto in tutto il mondo.

Eppure, per tornare alle sensazioni che mi ha regalato il romanzo, ci sono i dettagli, le abitudini salutari che l’educazione del tempo esigeva: come presentarsi a tavola, portare il cibo alla bocca, le parole da dire e quelle da ammorbidire, la gentilezza nei modi e l’eleganza nei movimenti. Qualcuno direbbe una farsa. E se invece fosse solo semplice educazione…

Difficile dunque non innamorarsi di quei tempi, nella speranza che se tutto deve cambiare, cambi sì ma in meglio, e a mantenersi uguale sia quell’aristocrazia nei modi e nelle maniere che oggi pare invece seppellita in nome di chissà quale libertà.

QUAL E’ IL GENITORE IDEALE?

Qual è il genitore ideale?

Posto che ci sia un unico modello funzionale, è difficile non tormentarsi nel confronto, leggendo Massimo Recalcati.

Un tempo c’era il padre padrone, quello dall’io imperante, impossibile da assoggettare. Oggi c’è quello empatico, l’amico per antonomasia. Forse più disastroso ancora, se ci si confronta con la realtà.

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: Non fate malagrazie!”.

Difficile non ripensare a Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, con la figura del padre, in primo piano, che giganteggia, strepita, burbero e amorevole, le sfuriate improvvise poiché “non sapeva controllare il timbro della voce”, nei corridoi del laboratorio dove lavorava, e per le strade, mentre esprimeva il suo pensiero.

Dal genitore che faceva timore, si è passati al genitore amico, dove “il figlio assomiglia sempre più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi (…), con il rischio che i figli rivendichino la stessa dignità simbolica dei loro genitori”, scrive lo psicanalista Recalcati.

Molto spesso empatizzare con i figli significa convincerli, imporre loro la propria visione del mondo: “il dono più alto della genitorialità sta nel riconoscere la differenza del figlio, la sua incomprensibilità, il suo segreto”. Per fare questo bisogna avere fiducia nel desiderio del figlio, lasciare che questo si rafforzi. I legami che durano nel tempo si fondano sulla incomprensibilità: io amo mio figlio, non perché mi assomiglia, ma perché lo vedo diverso da me.

L’educazione non è imporre al figlio il rispetto esteriore delle regole. Incamminarsi su una strada imposta dai genitori provoca infelicità nei figli. La parola del padre un tempo chiudeva i discorsi, ora ha perso potere. Prima i figli avevano il dubbio se i genitori li amassero abbastanza, ora il paradigma si è rovesciato: sono i genitori a non sapere se i figli li amano abbastanza. È il figlio a dettare legge alla famiglia con i suoi drammi.

Per dirla alla Recalcati “ciascun genitore è chiamato a educare i figli, solo a partire dalla propria insufficienza, esponendosi al rischio dell’errore e del fallimento. Per questo i migliori non sono quelli che si offrono ai loro figli come esemplari, ma come consapevoli del carattere impossibile del loro mestiere”.

Da mediatore famigliare, mi scontro con le realtà più diverse, impossibile non aprire un dibattimento fra il prima e l’adesso. Per questo è difficile non essere in sintonia con Camus quando diceva che “l’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo”.