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IO, IO, SOLO e SEMPRE IO: ATTENZIONE al BOOMERASKING

Ci sono persone che amano parlare sempre e solo di loro stesse, qualsiasi sia l’argomento, il contesto, la platea. Maestre nel manipolare le conversazioni, riescono da un semplice “come stai” a centrare la risposta su narrazioni autoreferenziali e a porre all’interlocutore domande ponte utili a tenere o ricondurre su loro stesse tutta l’attenzione.

Fenomeno noto, sensazioni disarmanti e frustranti che tutti abbiamo provato nella vita. E a cui, talvolta, non è facile sottrarsi.

Oggi, per questo fenomeno, è stato coniato un termine: boomerasking. A indicare il vizio, la necessità, il bisogno, l’imperativo di alcuni individui di centrare la conversazione solo su di loro, impermeabili alla possibilità di venire percepiti come egocentrici e poco (per nulla??) interessati all’altro.

Il termine boomerasking si rifà alla traiettoria del boomerang che torna indietro, così come la domanda che torna a chi l’ha fatta. Comparso qualche mese fa sul Wall Street Journal, si deve ad Alison Wood Brooks, nota docente all’Harvard Business School, tra i 40 migliori professori under 40 da Poets & Quants. Nonché autrice del TALK: The Science of Conversation and the Art of Being Ourselves[1].

L’INDICATORE DELLA CONSAPEVOLEZZA

Il boomerasking accade di continuo: amici, colleghi, conoscenti pongono una domanda, lasciano che l’interlocutore risponda per poi riportare il fulcro della conversazione su di loro.

Due sono gli obiettivi contraddittori a cui tendono – sostiene la Brooks – pur non riuscendo, così facendo, a raggiungerli:

  • mostrare interesse per l’altro,
  • rivelare qualcosa di sé.

Ad ampliare la discussione, su El Paìs, la psicologa Alba Cardalda:  è normale concentrarsi sugli altri nei momenti difficili, perché è allora che le persone hanno maggiore bisogno di conforto e spesso di parlare di quello che sta accadendo per elaborare gli eventi.

Tuttavia, se questo si traduce in un modello di conversazione che non ci lascia mai spazio, possiamo combinare l’empatia con l’espressione dei nostri bisogni: quando l’altro è in difficoltà, il primo passo è creare uno spazio sicuro per lui, ascoltarlo con attenzione, lasciandolo sfogare liberamente. Ma se la conversazione sembra girare sempre intorno ai suoi problemi, si può provare a cambiare argomento, aiutandolo a distogliere la mente dai pensieri negativi e a trovare un po’ di sollievo. L’amicizia è un equilibrio, un luogo dove entrambi possono condividere le proprie esperienze e prendersi cura l’uno dell’altro. Anche se non è necessario raggiungerlo in ogni singolo momento”[2].

Quando però lo sbilanciamento è costante, è segno che qualcosa non va: secondo Cardalda, spesso è una questione di egoismo, egocentrismo, insicurezza o di un bisogno costante di sentirsi al centro dell’attenzione.

Non a caso, ci sono due tipi di amici “io, io, io”: i consapevoli e gli inconsapevoli. Quelli che ti interrompono involontariamente e poi si scusano, cercando di riprendere il filo del discorso, sforzandosi di cambiare atteggiamento e quelli che, invece, insistono nel loro comportamento senza minimamente accorgersi della loro invadenza e mancata empatia.

COME AFFRONTARE UN BOOMERASKER

La psicologa Alicia González[3] sostiene che chi è consapevole di monopolizzare il discorso sarebbe in realtà intrappolato nel suo stesso rumore mentale:

Non significa che non gli importa cosa dici, è solo che in quel momento non ha la capacità di uscire dalla propria bolla. Chi invece si rende conto di porsi al centro del discorso, ma continua a farlo, tende a considerarlo normale, dando priorità al bisogno di sfogarsi rispetto all’equilibrio nella conversazione. (…) La differenza sta nell’intenzione, insomma: alcuni agiscono senza volerlo, altri senza preoccuparsene troppo”[4].

Per uscire dal problema, occorre affrontarlo, evidenziarlo alla persona in modo fermo ma senza rabbia o aggressione. Anziché “parli sempre e solo di te“, meglio dire “A volte ho la sensazione che quando ti racconto qualcosa non andiamo molto nei dettagli. L’hai notato?”.

Se si tratta di un’amicizia sana, l’altro capirà. In caso contrario, vale la pena riconsiderare il ruolo che questa persona ha nella nostra vita.


fonti

[1] https://www.hbs.edu/faculty/Pages/item.aspx?num=66864

[2] https://www.amazon.it/Come-mandare-affan-modo-educato/dp/B0DGWLVKJY

[3] Parejas mejores: Construye una relación fuerte, sana y que perdure en el tiempo, Montena ed, 2025

[4] https://www.elmundo.es/yodona/vida-saludable/2025/02/04/679a7989e9cf4a20068b4589.html

SOPRAVVIVERE a un CAPO con un EGO smisurato

Talvolta accade. Di ritrovarsi a lavorare per un capo (o un socio) dall’ego spropositato ma che, inizialmente, era sembrato solo un po’ esuberante. Quasi simpatico. Se ne era anche apprezzata la capacità di eloquio, l’originalità nel proporre la sua ostinata visione del mondo.

Fino a quando si è scoperto, o dovuto ammettere, che la sua non era estroversione, ma puro egocentrismo. E le cose sono precipitate…

A me è accaduto, qualche anno fa. Ciò che più mi ha fatto riflettere è l’averne voluto ignorare i segnali, benché palesi. Forse, a spingermi in direzione opposta, è stato il fatto che il progetto su cui lavoravamo era particolarmente interessante. Sulla carta. Quando è venuto meno l’entusiasmo, e la sinergia ha perso la sua ragione d’essere, anche l’aurea magica che ruotava intorno al soggetto in questione si è dissolta. E io, ho dovuto fare i conti con la realtà.

LE MIE LEZIONI IMPARATE

DARE UN NOME ALLE COSE. La prima cosa da fare è riconoscere con chi si ha a che fare. E accettarlo. Anche se non ci piace. Ma è necessario se si vuol sopravvivere, ancor più se in quel momento non si ha modo di andarsene dall’azienda o lasciare il progetto su cui si sta lavorando. Più capiamo con chi abbiamo a che fare e più sarà possibile mettere in atto strategie funzionali al nostro obiettivo o quanto meno alla nostra sopravvivenza.

CAMBIARE STILE DI COMUNICAZIONE. Relazionarsi con chi ha un ego smisurato richiede l’apprendimento di una nuova lingua. O, meglio, di una parte. Allo stesso modo di come fanno gli attori. Quindi considerare l’utilità di frasi quali “Sì, hai assolutamente ragione“, seguito da “Hai mai considerato quest’altra idea che probabilmente ti era già venuta in mente?”. È una forma d’arte, in realtà, che naviga nel delicato equilibrio tra l’adulazione e il far capire il proprio punto di vista senza gonfiare ulteriormente l’ego di chi ci sta di fronte.

RENDI IL TUO LAVORO A PROVA DI EGO. Il tuo lavoro deve brillare, ma non così tanto da accecare l’ego del capo. Si tratta di far fare bella figura al capo senza annullarti. E’ un po’ come essere un ghostwriter per i tuoi successi. “Questo vecchio progetto? Ci ho lavorato nei ritagli di tempo, ma in realtà è stata la tua guida a renderlo tanto strategico“.

DAGLI, DI TANTO IN TANTO, QUELLO CHE VUOLE. A volte, il modo migliore per gestire chi ha un ego colossale è dargli ciò che vuole. Non dico di esagerare, ma la giusta quantità di elogi può oliare le ruote, rendendo la tua vita lavorativa meno in salita.

TIENI PRONTO UN PIANO B. Non sempre sarà possibile evitare le sfuriate di chi ha un ego spropositato. Per questo è utile avere un riparo dove proteggersi, fino a che la tempesta non sarà passata. Tieni a portata di mano una scorta di ombrelli metaforici, come un’e-mail di elogio o un promemoria di un successo passato. Questi piccoli stimolatori dell’ego possono essere la tua offerta di pace agli dei del narcisismo.

MANTIENI L’EQUILIBRIO. Bilanciare l’adulazione con una delicata quanto necessaria verifica della realtà può talvolta essere pericoloso ed elettrizzante allo stesso tempo. Nonchè richiede una certa dose di equilibrio fatto di tatto e tempismo. “È un’idea rivoluzionaria, ma forse potremmo prendere in considerazione questa piccola modifica per renderla ancora più innovativa?“. Si tratta di fare in modo che l’ego atterri dolcemente, senza lividi o ammaccature.

NON E’ SOLO SOPRAVVIVENZA. Ciò che ho imparato è che non si riduce tutto a una mera questione di sopravvivenza. Ma si tratta di crescere, maturare. E’ la capacità di trovare l’umorismo nell’assurdità, imparare la pazienza che non sapevi di avere e sviluppare le capacità di negoziazione. Perché, alla fine, non è quasi mai una questione personale. È solo ego.

Con un po’ di pratica, anche se in certi momenti risulta difficile crederlo possibile, si può anche diventare indispensabili per quel capo dall’ego tanto smisurato. Trasformando quello che avrebbe potuto essere il nostro più grande incubo sul posto di lavoro in una masterclass di agilità psicologica. Dopotutto, se riesci a gestire un capo di questo tipo, cosa non puoi gestire?

UMILTA’, AMBIZIONE e VOGLIA di MIGLIORARSI: le CARATTERISTICHE del LEADER EFFICACE (e con i MIGLIORI RISULTATI ECONOMICI)

Umile e ambizioso. A proprio agio dentro abiti da grandi magazzini, amante della solitudine e del perfezionismo “non smetto mai di migliorarmi in modo da essere quanto più possibile all’altezza del ruolo”.

Libero di definire il suo stile di leadership “eccentrico” al Wall Street Journal. E capace di generare un valore cumulativo delle azioni 4,1 volte più alto del mercato generale nei vent’anni (fra il 1971 e il 1991) in cui rivestì il ruolo di amministratore delegato alla Kimberly-Clark.

Così coraggioso da vendere gli stabilimenti per investire nel mercato del largo consumo e in marchi come Kleenex e Huggies, seppur molti definissero stupida quella mossa, e contro tutte le previsioni l’azienda divenne la cartiera più grande al mondo, sbaragliando ogni concorrente.

Umiltà e ambizione, insieme a tenacia e voglia di migliorarsi: furono i fattori critici di successo di questo uomo schivo, sconosciuto ai più, capace di imporre uno stile di leadership controcorrente. Lo stesso che si scopre tra i manager di successo come Bill Gates, Michele Ferrero, Enzo Ferrari, Brenda Barnes (prima donna a diventare AD alla Pepsi), Charles Schwab e James Copeland (Deloitte Touche Tohmatsu), Lou Gerstner (IBM), Elon Musk (Tesla Motors) Warren Buffet… per citarne alcuni.

“Tra i leader più efficaci con cui ho lavorato – ha scritto Peter Drucker – alcuni si barricavano in ufficio e altri erano super socievoli. Alcuni erano istintivi, altri studiavano la situazione e impiegavano tempo per arrivare a una decisione. L’unico tratto che avevano in comune era la mancanza: tutti dimostravano nessuno o poco carisma”. A sostegno gli studi del prof. Agle, che analizzando i CEO di 128 grandi società, scoprì che coloro che erano reputati più carismatici potevano vantare retribuzioni più alte ma non risultati economici migliori.

“Ad alcune persone si dà autorità solo perché parlano bene e hanno buona presenza scenica. E’ fin troppo facile confondere la buona parlantina con il talento – ha spiegato il colonnello S. Gerras, docente di scienza del comportamento allo US Army War College -. Chi si presenta come un buon comunicatore, vede premiate certe caratteristiche perché si tende a dare eccessiva importanza alla presentazione e non sufficiente rilievo al contenuto e allo spirito critico”.

Un altro studio noto è quello condotto da Jim Collins che evidenziò come molte delle migliori aziende di fine ‘900 erano capitanate da manager straordinari noti non per il loro carisma o per la loro esuberanza ma per l’umiltà estrema associata a una indiscutibile professionalità, come ben descritto nel suo testo ”Good to Great”. Leader pacati, umili, riservati, timidi, schivi.

Sintetizzando: abbiamo la tendenza a sopravvalutare l’esuberanza dei leader. Quando in realtà abbiamo più bisogno di leader capaci di far crescere non il proprio ego ma le organizzazioni che dirigono. O per dirla in un altro modo: umile non è chi PENSA POCO DI se stesso ma chi PENSA POCO A se stesso.