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COME ESSERE CERTI DI AVER PRESO UNA BUONA DECISIONE?

Come possiamo essere certi di aver preso una buona decisione?

Non necessariamente soddisfare l’obiettivo prefissato è sintomo di buona decisione.

Supponiamo di essere il direttore commerciale di un’azienda e di annoverare fra i collaboratori un commerciale di indubbia qualità e bravura, riconosciuto da tutti e a cui le società concorrenti fanno il filo da tempo.

Un giorno il commerciale arriva in ritardo a un meeting importante, si siede al suo posto come niente fosse e non chiede scusa e nemmeno imputa a qualche evento straordinario o grave la mancata puntualità.

Come vi comportereste nei panni del direttore? E come potete essere certi che la decisione presa sia buona?

Potreste riprendere il commerciale seduta stante o far finta di niente. In ogni caso, il rischio di incorrere in una decisione sbagliata potrebbe avere conseguenze pesanti: il commerciale potrebbe risentirsi e andarsene altrove oppure, se non agite, perdere credibilità e rispetto degli altri collaboratori.

Spesso la decisione che si prende è inficiata da convinzioni, valori e strategie adattive che in altri contesti e nel tempo si sono dimostrate efficaci. Non necessariamente però anche in questo caso, può funzionare. Mi spiego meglio.

Se per noi la puntualità è un valore importante e distintivo, difficilmente riusciremmo a tacere e saremo tentati di trattare il commerciale come tutti gli altri venditori della squadra e quindi a non considerarlo come il migliore dell’organizzazione. Di fatto, lo puniremmo appena entra in sala riunioni.

Se invece per noi è il valore della bravura a guidarci, saremo tentati di trattare i collaboratori proporzionalmente al loro merito e ai loro risultati. Di fatto, ignoreremo il ritardo certi dei vantaggi che il commerciale saprà portare all’azienda.

Quale decisione vi sembra corretta?

Nessuna delle due. Sia rimproverare sia ignorare il commerciale non sono decisioni corrette, poiché guidate dalla nostra storia, da pregiudizi e credenze e non dall’analisi del contesto, della situazione e di una visione a medio/lungo termine.

Riprendendo il commerciale, si potrebbero aprire due scenari. Il commerciale, accortosi dell’errore, potrebbe essere spinto a fare di più sul lavoro, aumentando ulteriormente il fatturato. E facilmente penseremmo che intervenire sui comportamenti sbagliati sia la miglior soluzione in frangenti di questo tipo, anche verso i collaboratori più efficaci e bravi.

Oppure il commerciale potrebbe prendere contatto con altre aziende del settore e imputarvi (imputare al direttore commerciale) la responsabilità della decisione, con il rischio che il CEO insoddisfatto di come è stata gestita la situazione, vi licenzi o perda fiducia in voi.

Quindi? Cosa è giusto fare?

Entrambe le scelte possono funzionare, purchè l’indicatore da considerare non sia semplicemente il risultato finale ma il processo che sottende a quella decisione.

Sapere quanto e quali valori, convinzioni e pregiudizi ci spingono verso strategie adattive e standardizzate è importante. Questo impedisce loro di portarci all’azione senza aver verificato le variabili e lo specifico contesto, rischi e opportunità di ciascuna opzione. Conoscere i rischi e gli effetti sia in negativo sia in positivo, ci guida verso la scelta corretta. In quel momento, in quel contesto.

Ogni decisione complessa non può essere presa senza un’analisi e un’attenzione al contesto.

Come è possibile prendere la giusta decisione?

Facendoci le giuste domande. Più domande ci facciamo più riusciremo a prevedere incertezza, eventi e rischi.

… to be continued

Le NEUROSCIENZE al SERVIZIO della NEGOZIAZIONE

E se la nostra irrazionalità ci aiutasse a migliorare la nostra capacità negoziale?

Proprio così. Conoscere bias ed euristiche, le più note trappole mentali, può darci un vantaggio nell’ottenere ciò che più ci interessa al tavolo di una trattativa. Come? Attraverso un modello che intreccia le tecniche negoziali con i principi dell’economia comportamentale.

Sviluppata e resa fruibile da Daniel Kahneman, lo psicologo premio Nobel e dal collega economista Amos Tversky, l’economia comportamentale ci mostra perché troppo spesso, rispondiamo emotivamente non solo alle provocazioni ma anche alle semplici domande poste dalla controparte, rivestendole però di razionalità. Inquadrando le domande e le affermazioni in modo da influenzare il sistema emotivo dell’interlocutore, possiamo governare la razionalità della controparte e modificarne le risposte in modo vincente per entrambi.

A spiegare qualche trucco, di come cioè le Neuroscienze si mettono al servizio della negoziazione, viene in aiuto Chris Voss, negoziatore internazionale per l’FBI, a cui non potevo non chiedere consigli vista la mia passione per tutto ciò che è mediazione e negoziazione.

1.  Conquista la fiducia in tre parole
Il trucco è semplice. Per creare vicinanza con la controparte, i negoziatori si concentrano sulle ultime tre parole pronunciate dall’interlocutore e le ripetono o ripetono la più importante delle tre. Si chiama effetto mirroring. “Il mirroring è l’arte di suscitare la somiglianza – spiega Voss -. Ripetendo le sue parole è come se segnalassi allo specchio inconscio dell’altro il messaggio: io e te siamo uguali”. Nel caso della negoziazione, l’effetto specchio è creato ad arte per promuovere un’empatia tattica e indurre fiducia. Dopo aver pronunciato le ultime tre parole, Voss invita a rimanere in silenzio per dare all’interlocutore la possibilità di ribattere. “A questo punto, l’altro finirà per approfondire inevitabilmente quanto ha detto, collaborando al processo di connessione e iniziando a rivelare informazioni preziose”.

2. Rallenta
In qualsiasi tipo di negoziazione una parte ha bisogno dell’altra. Quindi, anche se il tuo interlocutore avesse posto una scadenza, non sentirti in obbligo di rispettarla. “È evidente che la controparte ha bisogno di te, altrimenti non si sarebbe messa a trattare”. Lo stesso vale per il tono di voce, in particolare quella che chiama la “voce da dj di mezzanotte”. Quando moduliamo la voce assumendo un tono più grave, trasmettiamo il seguente messaggio: è tutto sotto controllo. A causa del tono acuto, invece, ogni frase pronunciata suona come una domanda. Dunque, rallenta: l’obiettivo è creare le condizioni giuste perché l’altro sveli le proprie carte e sia disposto a venirti incontro.

3. Chiedi come
Una delle più importanti parole che è utile utilizzare è “come”, perché permette di rigirare il problema all’interlocutore. Per esempio, se una parte dice: “Porta mille euro domani”, la risposta “Come faccio a procurare mille euro entro domani?” rispedisce il problema al mittente. Inoltre, siccome nessuno vuole sentirsi impotente, questa formula ha il vantaggio di mettere l’altro nella posizione di cercare una soluzione. Se una negoziazione non va come desiderate, prova a rilanciare con: “Sembra che non ci sia nulla che si possa fare” e vedrai la controparte fare il possibile per dimostrarti che ci sono cose che è in grado di fare per te. Chiedere come, inoltre, obbliga l’interlocutore a vedere le cose dalla tua prospettiva e a tenerne conto mentre propone un accordo. Se l’interlocutore non si mostrasse collaborativo, ripeti la domanda: per te, è un modo per dire no senza farti un nemico. Le domande che cominciano con Come o Cosa, inoltre, offrono il vantaggio di raccogliere più dati possibili.

4. Arriva a un no
Per quanto possa sembrare contro intuitivo arrivare a un no è un ottimo punto di partenza. “Se da un lato dire di no fa sentire l’interlocutore al sicuro, dall’altro crea una situazione in cui si inizia a intravedere un terreno comune”. Il modo in cui si pone la domanda è fondamentale per ottenere questo tipo di risposta. Per esempio, quando si tratta di chiedere qualcosa sul posto di lavoro, come più tempo o più risorse, Voss propone di formulare le domande in modo da permettere all’interlocutore di dire no: “Vuoi che non ce la faccia a completare questo progetto?”. Permettere al proprio capo di dire di no lo fa sentire più sicuro e più si sente sicuro,  più è disposto a trattare. In maniera speculare, trovarsi nella posizione di dire sì dà la sensazione di essere pressati e manipolati. “Il sì è un impegno, mentre il no protegge e rilassa e le persone tendono a essere molto più aperte e collaborative quando pensano di essere in controllo della situazione”. Lo stesso consiglio si applica quando volete parlare con una persona al telefono. Potete chiedere; “Hai qualche minuto per parlare?”, ma questo porta l’interlocutore a irrigidirsi, perché vorrebbe dire no, ma si sente spinto a dire sì con il rischio di rimanere bloccato al telefono. Le cose cambiano radicalmente formulando la domanda in modo diverso: “È un momento sbagliato per parlare?”.

5. Elenca le criticità
Per creare empatia con la controparte, elencare le variabili negative che ti riguardano è fruttuoso: “So che ti è difficile fidarti di me, so che hai avuto problemi analoghi in passato”. Dichiarare apertamente i propri limiti fa sentire l’altro sicuro e vi permette di cominciare a essere più espliciti con le vostre richieste. Essere onesti e diretti sono ottime qualità, ma non sono gli alleati ideali nel caso di una negoziazione perché aumentano le distanze, riducono l’empatia e sono la premessa per un conflitto, mentre si cerca un accordo. Questo consiglio non si applica solo alle negoziazioni dell’Fbi, ma anche alle relazioni interpersonali. Quando una discussione si sta trasformando in un disastro, è possibile che uno dei due avanzi delle accuse, tipo “non stai ascoltando” o “sei ingiusto”. La risposta più naturale è cominciare la frase negando questo fatto, ma attenzione, perché questo significa negare i sentimenti dell’altra persona. “Prendete atto delle vostre mancanze per favorire un’atmosfera collaborativa”.

6. Trova l’aggancio
Ascoltare è anche un modo per raccogliere informazioni che ti aiuteranno anche quando credi di non avere un appiglio nella trattativa. Voss, assicura che c’è sempre un appiglio e va trovato. A un certo punto, le esigenze della controparte appariranno chiare e capirete perché sta resistendo. È come se l’altro avesse un’informazione che cambierà tutta la situazione. Nel conto entrano anche variabili che non sono importanti per l’altro, ma possono fare la differenza per voi. Tipo: meno soldi e più tempo libero, meno tempo libero e più formazione. Ricorda di porre le domande in modo aperto: le persone amano questo tipo di domande, perché li fanno sentire come se stessero decidendo e dunque abbassano la guardia. Quando avete conquistato la fiducia della controparte e fatto in modo che le emozioni lavorino a vostro vantaggio, fate attenzione alla parola magica: “Quando il vostro interlocutore arriva a un “ok”, significa che avete segnato un punto. Adesso, non siete più due nemici che si confrontano, ma due collaboratori che cercano di risolvere un problema a beneficio di entrambi.

I consigli di Voss sono appena iniziati, ora non mi resta che entrare man mano nei dettagli della tua tecnica. Buona negoziazione a tutti!
 

Se lo DICO IO… Il PREGIUDIZIO della RAGIONE

Una coppia si era appena trasferita nel nuovo appartamento. Una mattina a colazione, la moglie vide dalla finestra la vicina di casa intenta a stendere le lenzuola: “Guarda, la vicina sta stendendo delle lenzuola sporchissime! Forse dovrebbe cambiare detersivo”.

Il maritò osservò la scena e rimase in silenzio. Ogni settimana si ripeteva la stessa storia. Passato un mese, un mattino la moglie si sorprese nel vedere che le lenzuola stese erano pulite: “Guarda, finalmente la vicina ha imparato come si lavano i panni!”. E il marito rispose: “Non è proprio così… Oggi mi sono alzato prima e ho pulito i vetri della nostra finestra”.

Li consideriamo stupidi e li troviamo detestabili e talvolta guardiamo loro con sufficienza. Dentro di noi infatti siamo convinti sostenitori della nostra razionalità e obiettività. A differenza di chi ci sta intorno, amici, colleghi, famigliari… Eppure cadiamo vittime di pregiudizi e condizionamenti. Tutti.

Soprattutto uno (il padre di tutti i bias cognitivi), il più insidioso e pericoloso che non solo fa da presupposto a tutti gli altri, capace di bypassare la nostra consapevolezza: blind spot bias. Tale “zona cieca” è così ben integrata nel nostro modo di pensare e così profondamente sepolta nella nostra mente da non essere accessibile alla coscienza consapevole. La storiella ne è la rappresentazione più fedele.

Osservazioni quotidiane confermano l’esistenza di pregiudizi [bias] nella percezione umana. Troviamo che i nostri avversari, e a volte anche i nostri colleghi, vedono eventi e problemi attraverso il prisma distorcente della loro ideologia politica, della storia e degli interessi individuali o del loro gruppo, e del loro desiderio di vedere se stessi in una luce positiva – spiega la psicologa Emily Pronin, fra i pionieri degli studi sul Blind Spot Bias. Quando tuttavia riflettiamo sulla nostra visione del mondo, generalmente rileviamo poche prove di questi pregiudizi. Abbiamo l’impressione di vedere problemi ed eventi “obiettivamente”, come sono in realtà. Vorremmo concedere, forse, che alcune delle nostre opinioni sono state modellate dalla nostra esperienza personale e dall’identità di gruppo, ma sentiamo che nel nostro particolare caso questi fattori hanno condotto ad aumentare la conoscenza piuttosto che il pregiudizio.

Per misurare la percezione di suddetto bias sono stati condotti 3 diversi esperimenti, durante i quali i partecipanti sono stati esposti a un certo numero di situazioni:

  • confronto tra sè e un americano medio (24 studenti)
  • confronto tra sè e compagno di classe medio (30 studenti)
  • confronto tra sè e viaggiatore medio (su 76 viaggiatori di varie età ed etnia. Le principali conclusioni dello studio hanno mostrato che tutti i partecipanti hanno percepito se stessi come più obiettivi degli altri in tutti e tre i confronti. Asimmetria nella percezione dei pregiudizi, denominata “illusione introspettiva” che, fa erroneamente presupporre che conoscendo la sua esistenza sia poi possibile evitarla.

Purtroppo però non è leggendo queste parole o interi libri sull’argomento che si riuscirà a slegarsi da essi. Forse, come suggerisce il filosofo Samuel McNerney, spendiamo troppa energia per proteggere il nostro Ego e non ce ne rimane per accorgerci dei nostri errori percettivi.

Un suggerimento potrebbe essere quello di rovesciare il problema: invece di impegnarci nello sforzo titanico di cambiare il nostro cervello dovremmo cercare di cambiare il mondo intorno a noi. Questa volta, però mi sa che a cadere in una trappola mentale sono proprio io…

Sei TU a SCEGLIERE CHI VOTARE? O la tua IRRAZIONALITA’…

A poche ore dall’apertura dei seggi, è importante che vi metta in guardia dalla vostra irrazionalità e da come questa potrà influenzare il vostro voto.

Il voto, non è così pensato, ragionato e non condizionato come ci piace credere. Già solo il luogo in cui è posizionato il seggio può influenzare la casella che andremo a sbarrare.

Quando siamo chiamati a votare su iniziative di finanziamento scolastico, per esempio, siamo più propensi a votare a favore se il seggio è ubicato in una scuola o in un ospedale.

Come già si sa (anche se ce lo dimentichiamo), non ci comportiamo in modo razionale. Pur essendo dotati di ottime capacità cognitive, non siamo in grado di ponderare correttamente le informazioni e incappiamo in bias ed emozioni finendo di non compiere sempre la scelta migliore.

SCELGO O RIFIUTO?

A influenzare le nostre preferenze incide anche il modo in cui viene presentato il candidato. Sembra ovvio, fidatevi non lo è. In uno studio condotto alla Princeton University è stata confrontata la scelta al rifiuto. Ciò che è emerso è che nelle scelte hanno un peso maggiore gli elementi positivi delle persone, mentre nei rifiuti incide soprattutto la dimensione negativa.

Se si è di fronte alla scelta, ad esempio, tra due candidati alle elezioni politiche, di cui il candidato A è un uomo con caratteristiche normali mentre il candidato B ha qualità sorprendenti ma altrettanti difetti, se la domanda è posta in termini negativi (ossia per chi non voteresti) l’8% dei soggetti decide di non votare per il candidato A, mentre il 92% decide di non votare per B. Se invece viene posta la domanda in termini positivi (per quale candidato voteresti), il 79% dei soggetti sceglie il candidato A e il 21% quello B.

Le possibilità che B ha di essere eletto sono due volte superiori rispetto a quando la domanda è posta in termini negativi. Questo succede perché nel primo caso le persone si focalizzano sugli aspetti marcatamente negativi che pesano sulla scelta in modo maggiore rispetto a quelli positivi; nel secondo caso l’attenzione si centra più facilmente sugli aspetti positivi che, questa volta, pesano più di quelli negativi. In questo caso, quindi, il candidato A dovrebbe impostare la campagna elettorale sugli aspetti negativi dell’avversario, così da spingere la scelta degli elettori in termini di rifiuto, mentre il candidato B dovrebbe fare campagna sui propri aspetti positivi per aumentare le possibilità di vittoria.

VOTO L’IMMAGINE O IL CONTENUTO?

Siamo influenzati dall’immagine del politico, fatta di ciò che dice, di come lo dice, della personalità che mostra in pubblico, catturata da telecamere e selfie scattati anche nel privato, fino a costruire una rappresentazione di un Sé che deve trasmettere la possibilità di rispondere ai bisogni degli elettori che altrimenti non lo sceglieranno.

La tendenza è lasciarci guidare dagli aspetti di personalità ricavati attraverso pochi, spesso selezionati, momenti è aggravata da una ulteriore propensione a giudicare i politici sulla base di semplificazioni cognitive ed emotive. Come mostrano alcuni studi, gli elettori invitati a descrivere la personalità che ritengono propria dei leader politici, fanno riferimento esclusivamente ad aspetti legati ai tratti dell’energia e dell’estroversione, trascurando le altre dimensioni della personalità ben più importanti per affidare razionalmente il governo del proprio paese.

Pertanto, nel processo di percezione della personalità del politico che guida gli elettori, quei fattori più superficiali e legati all’immagine, sembrano giocare un ruolo più forte, indipendentemente dalle preferenze politiche espresse dai votanti e dallo schieramento politico in cui si colloca il candidato che viene giudicato. Agendo come una calamita, caratteristiche connesse ad aspetti esteriori quali l’innovatività e la sincerità, sembrano catturare l’attenzione degli elettori, portando ad una generalizzazione della positività della personalità del candidato prescelto.

APPROVI CIO’ CHE VOTO?

Un altro fattore che influenza l’espressione del voto è la naturale tendenza della memoria degli elettori ad essere più sensibile a ricordare meglio eventi accaduti o narrati di recente su cui viene consolidata la propria scelta di voto, malgrado i complessi intrecci della storia narrata durante un governo.

Esiste poi un ulteriore fattore che può influenzare l’espressione del voto, costituito dalla presunta approvazione del voto da parte delle persone importanti. In relazione a questo, la preoccupazione di essere disapprovati da familiari, amici, parenti sembra giocare un peso maggiore sugli elettori di sinistra, mentre quelli di destra sono più centrati sull’approvazione che potrebbero ricevere dai propri cari votando lo schieramento “familiare”, un rinforzo positivo che influenza meno il comportamento rispetto alla possibile “punizione” rappresentata dalla disapprovazione.

A questo punto l’unica cosa da fare è ricordare consapevolmente e onestamente (per quanto possibile) a noi stessi, le reali ragioni che ci spingono a scegliere o a rifiutare un candidato. Buon voto!

La REALTA’ è un’ILLUSIONE, sebbene molto PERSISTENTE

C’era un volta un prigioniero incatenato, dalla nascita, nelle profondità di una caverna. Impossibilitato a muoversi, poteva guardare solo il muro che aveva di fronte.

Alle sue spalle un fuoco acceso, al di sopra di un muretto, illuminava l’interno proiettando le ombre della realtà esterna. L’uomo non poteva far altro che guardare tali ombre come se fossero l’unica realtà conosciuta e conoscibile. Di fatto non aveva la minima idea di come fossero fatte veramente le cose: così, legato alle apparenze, anche gli uomini pensano per impressioni fugaci e per sentito dire, credendo che le opinioni siano realtà.

Riuscito a liberarsi, gettò lo sguardo fuori dalla caverna e vide il mondo reale, illuminato dal sole; tornato a liberare gli altri prigionieri delle ombre, non venne creduto e così venne ucciso.

Seppur parafrasato è il mito della caverna di Platone, una metafora della conoscenza umana, dei suoi gradi e dalla sua fallacia. Del fatto che conosciamo ben poco la realtà e ciò che crediamo di sapere è parziale, annacquato di credenze e convinzioni.

Crediamo che la presenza di detenuti stranieri nelle carceri sia doppia rispetto al dato reale: solo il 7 per cento delle persone ritiene, a ragione, che il numero di omicidi sia diminuito rispetto inizio del secolo. E solo il 17 per cento pensa che le vittime del terrorismo siano in numero inferiore negli ultimi 15 anni rispetto ai 15 anni precedenti l’attacco alle Torri Gemelle.Un quinto delle persone a livello globale crede che i vaccini possano provocare l’autismo o che nel mondo il 34% delle persone sia diabetico, quando la percentuale reale è ferma all’8%.

Mediamente si ritiene che l’84% dei propri connazionali possegga uno smartphone, mentre la percentuale reale è ferma al 58%. E lo stesso vale per gli account social: ognuno ritiene in media che nella propria Nazione abbia un account Facebook il 75% delle persone, quando il dato corretto sarebbe il 46%. Infine, i veicoli a motore ogni cento abitanti sono stati stimati in 66, ma sono solo 46.

Nella prima edizione del sondaggio Perils of perception, 4 anni fa, l’Italia si era classificata come il Paese più incapace al mondo nel fornire stime corrette tra i 14 Stati coinvolti. Nel 2017 ci siamo classificati al 12° posto su 38 Stati, ma conserviamo il triste primato di maglia nera d’Europa. Il cosiddetto indice di ignoranza, utilizzato da Ipsos per ordinare i Paesi in base all’accuratezza delle stime, ci vede posizionati tra Cile e Argentina, in una classifica dominata (in positivo) da Svezia, Norvegia, Danimarca e Spagna.

Concentrandoci sugli italiani, dove sbagliamo le nostre stime? Solo l’8% ritiene che dal 2000 gli omicidi siano diminuiti, nonostante il calo sia stato drastico (-39%). E appena il 31% degli italiani afferma giustamente che i morti per terrorismo sono calati dopo l’11 settembre 2001. In compenso, però, riteniamo che le nostre carceri siano popolate al 48% da stranieri, quando il dato reale è del 34%. E crediamo che il 17% delle ragazze italiane diventi madre tra i 15 e i 19 anni, sovrastimando il fenomeno delle gravidanze tra teenagers di 30 volte (il dato reale è di appena lo 0,6%).

La metà degli italiani è convinta che il nostro Paese sia tra i primi tre consumatori mondiali di zucchero, e il 13% crede che siamo sul podio per consumo di alcol pro capite (mentre siamo in entrambe le classifiche al 18° posto). Notevole anche il dato secondo cui siamo convinti che il 91% degli italiani possegga uno smartphone, contro un dato reale del 66%. Siamo invece eccellenti nello stimare quante persone credano nel Paradiso e nell’Inferno, mentre sottovalutiamo il numero di persone che si dichiarano credenti in Dio (56% stimato contro 76% reale) e che affermano di godere di buona salute (52% contro 66%). Quest’ultimo dato indica anche che percepiamo la salute collettiva in modo peggiore di come sia percepita individualmente.

La tendenza a livello internazionale è la rassegnazione al peggio, spesso alimentata dalla percezione che ci siano eventi negativi fuori scala rispetto alle nostre reali possibilità di intervento. A cui si unisce il fenomeno del psychic numbing (insensibilità psichica), che ci porta a essere sotto shock per la morte di un bambino siriano e contemporaneamente a ignorare centinaia di migliaia di morti nella stessa regione, solo perché la notizia è stata presentata in modo diverso.

Volenti o nolenti siamo prigionieri in uno spazio dove scambiamo per realtà la sua proiezione. A differenza di Platone che non credeva possibile una conoscenza profonda delle cose se non in uno spazio fisico al di là del cielo chiamato Iperuranio, noi abbiamo molti più strumenti per liberarci dalla prigione delle ombre. Si chiama consapevolezza, sophia, confronto, ricerca. Un viaggio infinito verso la verità inconfutabile, dove le opinioni si frammentano di fronte alla sete di sapere.