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NON sono TURBATO PERCHE’ mi hai TRADITO, ma PERCHE’ NON potrò più FIDARMI di TE!

Il pomeriggio è iniziato da poco, il telefono squilla e ci ritroviamo a confrontarci sulla fiducia. Un valore imponente per tanti, nullo per altrettanti. Per me è molto di più. Per la mia amica e collega è molto di più. E’ quel valore che ci porta irrimediabilmente a fare scelte altruiste che altrimenti non faremmo.

“Quanto inganna la fiducia?”, mi chiede diretta. Così decisa che sull’immediato non ho risposta.

E’ un circolo vizioso la fiducia e talvolta siamo portati a pensare che una volta data e guadagnata sia incorruttibile. In realtà è una finzione. Ci comportiamo come se esistesse veramente, come se fosse un bene tangibile, in realtà è una narrazione e la difficoltà sta nel convincere chi abbiamo davanti a crederla vera. Lo facciamo di continuo, anche inconsciamente.

“Gran parte della Storia dell’uomo gira intorno alla domanda: come convincere milioni di persone a credere agli dei o alle nazioni – mi viene in aiuto Yuval Harari – Quando ci riusciamo ciò ci conferisce un enorme potere, poiché fa sì che un numero rilevante di persone cooperino e agiscano in direzione di obiettivi comuni”. Non necessariamente per il bene comune, però.

C’è sempre un gusto acre difficile da mandare via, quando la fiducia viene meno. In amore, nel business, nell’amicizia. Fidarsi è una necessità dell’uomo, ma non ne siamo padroni, come crediamo.

ORMONI, FIDUCIA E NEUROSCIENZE

Studiando un gruppo di volontari impegnati in un gioco d’azzardo in cui era indispensabile fidarsi delle buone intenzioni degli altri giocatori, Thomas Baumgartner e colleghi dell’università di Zurigo hanno rilevato come l’attività cerebrale dell’amigdala, responsabile dell’attivazione delle più ancestrali reazioni di diffidenza e paura, si riduceva notevolmente quando ai partecipanti venivano somministrate per via nasale molecole di ossitocina.

Ormone che avrebbe un effetto diretto nelle reazioni di dubbio e diffidenza, tanto che, nel corso dell’esperimento, i soggetti che l’avevano assunta finivano con il fidarsi “troppo”, anche quando era palese che gli altri concorrenti stavano tentando intenzionalmente di approfittarsi di loro.

L’ossitocina è l’ormone che il nostro cervello produce quando percepiamo un clima di fiducia. La fiducia, a propria volta, si correla con l’impegno profuso, che si correla con la produttività che, infine, chiudendo il cerchio, si connette con la creazione di valore economico.

Fino a pochi anni fa si pensava che circolasse solo tra le neomamme e che ha per effetto quell’amorevole senso di protezione che la mamma offre alla piccola prole. Oggi si sa che l’ossitocina si può produrre nel cervello di tutti e sempre (con qualche eccezione) nelle situazioni in cui si respira fiducia, connessione, sintonia, quando si ritiene di poter fare affidamento sugli altri e che permette di diventare a propria volta più affidabili.

Le ricerche dell’implicazione dell’ossitocina nel campo economico si devono invece al Prof. Zak, docente di Neuroeconomia.

Il Professor Zak, facendo inalare e inalando lui stesso ossitocina, che dal naso finisce direttamente nel cervello, ha rilevato che, una volta giunta a destinazione, ha effetti diretti sul comportamento prosociale e che, con il suo aumento, le persone sono più generose, più pronte a condividere e ad assumere un comportamento morale. Alti livelli di stress, invece, la bruciano.

OSSITOCINA E AMBIENTE DI LAVORO

Zak ha poi esteso le sue ricerche agli ambienti di lavoro. Quali politiche i manager possono adottare per favorire ambienti ossitocina-centered? Poiché la teoria scientifica conferma che la prestazione delle persone è strettamente connessa al livello di fiducia respirato nel proprio contesto e che quest’ultimo determina impegno e quindi prestazione, è stato coniato l’acronimo OXYTOCIN che offre alcune precise indicazioni a manager, leader, capi di ogni livello e misura:

Ovation: elogiare spesso, visibilmente e anche inaspettatamente
eXpectation: definire obiettivi chiari
Yield: consentire ai collaboratori di scegliere come svolgere un lavoro
Transfer: lasciare che chi fa il lavoro gestisca se stesso
Openness: praticare la trasparenza
Caring: dimostrare interesse per la persona nella sua interezza
Invest: valorizzare i colleghi/collaboratori
Natural: essere autentici

La formula in sintesi del neuroeconomista è la seguente: Fiducia x obiettivo = contentezza. Cioè, oltre ad un ambiente in cui si alimenta la fiducia, il fatto che gli obiettivi siano chiari consente di raggiungere contentezza e motivazione.

La telefonata volge al termine, in realtà l’amaro in bocca rimane. Forse bisognerebbe inventare una sorta di radar preventivo che indichi chi della nostra di fiducia può fare tranquillamente a meno. Forse così non prenderemmo fastidiose cantonate. L’equilibrio è sottile, gli umani sono egoisti, ma ogni tanto ci fa bene dimenticarlo.

Ora vado a cercare uno spray all’ossitocina, chissà che così non mi prenda un’altra sonora fregatura…

NON ESISTE ALTERNATIVA…

Ci sono frasi che hanno il potere non solo di segnare, ma addirittura di fermare gli eventi. Di tagliare le gambe, togliere il fiato. Una di queste è “non esiste alternativa”.

Quante volte l’abbiamo sentita e quante volte l’abbiamo pronunciata anche noi. Frustrati e incapaci di guardare al problema o all’opportunità da una angolazione differente.

Non c’è alternativa alle politiche di austerità, al giudizio dei mercati, alla chiusura dei porti, alla dittatura, alla disoccupazione, alla sofferenza, all’ignoranza. E’ anche l’espressione più usata per convincere a votare partiti difficili da votare, nonché la frase più amata dai tiranni. Di coloro che hanno bisogno che le persone non credano possibile una società diversa. E se mai ci fosse alternativa, sarebbe pericoloso.   

Negli anni ’80 diventò lo slogan preferito da Margaret Thatcher, la premier conservatrice che guidò il Regno Unito dal 1979 al 1990. Espressione così diffusa che ne venne coniato un acronimo: T.I.N.A.: there is no alternative (non ci sono alternative).

E’ facile da comprendere il perché. Se non ci sono alternative, solo una scelta è possibile. Magari quella che ci è stata imposta, proposta, sottoposta. Così non dobbiamo neanche fare fatica a confutarla. Inchiodati alla dittatura del presente, rischiamo di far dissolvere lo spazio del possibile.

A venire in soccorso, liberandomi dagli ingarbugliati pensieri è stato il filosofo danese Kierkegaard, sostenendo che l’uomo diventa ciò che è come conseguenza delle sue scelte. Del resto, fare a meno della scelta, nella concreta situazione dell’esistenza, è in realtà una scelta.

“Immagina un capitano sulla sua nave nel momento della battaglia. Se non è un capitano mediocre, si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza con la solita velocità e che così è solo un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia una scelta o un’altra. Così anche l’uomo, se dimentica di calcolare questa velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha più la libertà di scelta, non perchè ha scelto, ma perchè non l’ha fatto. Il che si può anche esprimere così: perchè gli altri hanno scelto per lui, perchè ha perso se stesso…”.

Credere di non avere alternative, non rappresenta la grandezza in un uomo, ma il suo permanente dramma. E non è neppure una questione di fiducia. Anzi, tutto il contraio!