GHOSTWORKING: la CAPACITA’ di fingersi IMPEGNATI al LAVORO
C’è chi lo fa solo ogni tanto e chi, invece, vi ricorre più di quanto dovrebbe… fingere di essere impegnato sul lavoro. O in un termine: ghostworking. Tendenza a creare una parvenza di produttività in ufficio che, difficilmente stupisce, se non per il fatto che ha subito una impennata non trascurabile.
Secondo un recente sondaggio, più della metà dei dipendenti statunitensi ammette di fare ghostworking regolarmente. Questi dati, tuttavia, non significano necessariamente che la forza lavoro sia impantanata in un purgatorio permanente.
Condotto da Resume Now, il servizio leader nella creazione di curriculum, i risultati del sondaggio hanno mostrato che il 58% dei dipendenti ammette di fingere regolarmente di lavorare, mentre il 34% afferma di farlo solo occasionalmente.
Quello che incuriosisce di più, tuttavia, sono alcuni dei metodi elaborati utilizzati per aumentare la produttività: il 15% dice di simulare telefonate a clienti a beneficio di un supervisore; il 12% programma riunioni fittizie per riempire il proprio calendario e il 22% usa le tastiere dei computer come pianoforti per riprodurre la musica dell’ambiente d’ufficio.
Ma cosa fanno, sul lato pratico, le persone mentre fingono di raggiungere gli obiettivi prefissati? In molti casi cercano un altro lavoro. Il sondaggio mostra infatti che il 92% dei dipendenti ha cercato lavoro durante l’orario di lavoro e il 55% ammette di farlo regolarmente. I conti tornano considerato che il 20% degli intervistati ha detto di ricevere chiamate dai recruiter sul lavoro.
Anche se il ghostworking pare andare di pari passo con il quiet firing (licenziamento silenzioso), c’è però una netta distinzione tra i due fenomeni e in parte dipende dalla definizione che attribuiamo al termine performare.
Chi si licenzia silenziosamente ha sostanzialmente abbandonato il lavoro mentalmente e sta svolgendo il minimo indispensabile, evitando qualsiasi impegno. Il ghostworking, d’altra parte, è una performance:
si tratta di proiettare attivamente un’apparenza di impegno senza effettivamente impegnarsi in un lavoro significativo.
Se le dimissioni silenziose sono state una risposta al burnout dell’era pandemica e al ridimensionamento dello smartworking, il ghostworking sembra essere una sorta di conseguenza legata alle ondate di licenziamenti nel mondo tecnologico (e non solo), e alla paura della recessione.
La spinta a integrare l’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro della maggior parte delle aziende, per esempio, ha creato un palpabile senso di incertezza: non c’è da stupirsi che una recente indagine di LinkedIn sulla fiducia della forza lavoro abbia rilevato che la fiducia dei lavoratori nella sicurezza del proprio posto di lavoro e nella capacità di trovare nuova occupazione sia crollata al livello più basso da aprile 2020.
A questo si aggiunge una recente diminuzione della chiarezza delle aspettative. Secondo un sondaggio Gallup di gennaio, solo il 46% dei dipendenti sa chiaramente cosa ci si aspetta da loro al lavoro, in calo di 10 punti percentuali rispetto al picco del 56% di marzo 2020. Molti lavoratori ora vivono con la tacita consapevolezza di dover lavorare più duramente per evitare di essere licenziati, ma senza essere completamente allineati con il management su ciò che tale lavoro comporta. È in questo tipo di contesto che il ghostworking prospera. Dove cioè l’apparenza del lavoro è diventata importante del lavoro stesso.
Il sondaggio di Resume Now indica che il 69% dei dipendenti ritiene che sarebbe più produttivo se il proprio responsabile monitorasse il tempo trascorso davanti allo schermo. Tuttavia, questo approccio invasivo è controproducente. Una indagine del 2023, della società di analisi Visier ha rilevato che le persone sottoposte a sorveglianza hanno “più del doppio (e in alcuni casi il triplo) delle probabilità di commettere ghostworking, come tenere acceso lo schermo del laptop quando non lavorano, chiedere a qualcuno di svolgere un’attività per loro e ingrandire l’impegno rispetto un’attività loro affidata“. Anche se la sorveglianza si dimostrasse efficace contro il ghostworking, si tratterebbe di un attacco ai suoi sintomi, piuttosto che alle cause profonde.
Sebbene il ritorno in ufficio ha scontentato molti, alcuni dati mostrano che i lavoratori sono altrettanto produttivi sia quando lavorano da casa sia in ufficio, mentre altri studi dimostrano che le persone sono più performanti da casa.
Insomma, ogni contesto va considerato singolarmente. Ma qualsiasi sia la soluzione al ghostworking, non va dimenticato che è quando il management offre fiducia, flessibilità e spazio per svolgere un lavoro significativo (anziché concentrarsi più sulla presenza costante), è più probabile che i team restino coinvolti e raggiungano risultati concreti. Cosicchè non si sentano spinti a ricorrere al ghostworking e ancor meno al quiet firing, quali uniche soluzioni!

