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NON mi PIACE più questo LAVORO, ma LASCIARLO SAREBBE un FALLIMENTO. 5 MITI da SFATARE

 

“Sono infelice. Il lavoro ha smesso di entusiasmarmi e non trovo più il perché nella maggior parte delle attività che svolgo. Voglio andarmene ma ogni volta che ne parlo in famiglia, ottengo le stesse reazioni: sei sicuro che sia la cosa giusta da fare? Tanti invidiano la tua posizione, o guadagnano meno di te. Non puoi essere così sprovveduto”.

Talvolta, quando opero progetti di change management incontro manager che in quello specifico contesto lavorativo non stanno bene, ma hanno paura a guardarsi intorno: “dopo la fatica che ho fatto per ottenere quest’incarico, tutti questi anni nella stessa azienda, andarmene sarebbe fallimento”.

Lasciare un posto solido e ben retribuito ma che non motiva più, non è una decisione facile da prendere. Ci sono molte variabili che occorre analizzare e ponderare.  Spesso però a rendere la scelta più complessa, non sono tanto le incertezze legate al cambiamento, ma alcuni pregiudizi che ci incollano allo status quo.

Ecco 5 miti da cui guardarsi.

 

Mito N. 5. Lasciare = fallire

  • “Non mollare.”
  • “Non piace a nessuno chi si arrende”.
  • “I vincenti non mollano mai e chi molla è un perdente.”

Alcune di queste frasi ti suonano familiari? Come alcuni bias insegnano, una volta che hai iniziato qualcosa non dovresti mai smettere fino a che non lo hai concluso, e se lo fai è un chiaro segno di fallimento. Ma se quella cosa non potesse mai dirsi conclusa… magari fino alla pensione?

A volte cambiare è esattamente la cosa giusta da fare.

Da bambina Tina Kiberg era una violinista di belle speranze che passava il tempo libero a esercitarsi. Un giorno, partecipando a un concorso, si rese conto che non sarebbe mai stata più che una violista mediocre. Però le piaceva cantare. Così abbandonò il violino e iniziò a cantare. E’ diventata una cantante d’opera internazionale di altissimo livello.

Prova a indovinare cosa hanno in comune Larry Page, Sergey Brin, Tiger Woods, Reese Witherspoon, John McEnroe e John Steinbeck? Hanno tutte lasciato Stanford.

 

Mito n. 4. È l’opzione più facile

  • Hai lasciato il lavoro? 
  • Immagino che tu non abbia ciò che serve per avere successo. 
  • Peccato, hai scelto l’opzione più facile.

Alcune persone vedono il cambiamento come un segno di debolezza.

Cambiare richiede coraggio. Lasciare un posto di lavoro tossico o allontanarsi da un capo incompetente o da un’attività che non regala soddisfazioni, può essere una scelta dolorosa e con strascichi emotivi non indifferenti. Sicuramente è tutt’altro che facile e comodo.

 

Mito n. 3. È un comportamento egoista

  • Come puoi essere così egoista da lasciare il lavoro? 
  • Stai deludendo clienti, colleghi, amici e tutti coloro che credono in te. Inoltre, pensa alla tua famiglia: come se la caveranno se te ne andrai?
  • Cosa penseranno i tuoi figli…

Se non ti piace il lavoro, non stai facendo un favore a nessuno rimanendo. Quando si è infelici, si tende a contagiare tutti coloro che stanno intorno. Per quanto riguarda la famiglia, forse sarebbero più contenti se non tornassi a casa ogni giorno stanco e frustrato.

Se vai al lavoro giorno dopo giorno, anno dopo anno, e odi davvero il tuo lavoro e torni a casa arrabbiato, cosa stai insegnando ai tuoi figli?

 

Mito n. 2. È rischioso per la carriera

  • Se lasci il tuo lavoro, il tuo CV ne risentirà e la tua carriera subirà un duro colpo.

Mentre rimanere per anni in un luogo di lavoro che odi e che ti sta lentamente logorando sarà FANTASTICO per la tua carriera! Più a lungo rimani, più perdi energia, motivazione e fiducia in te stesso di cui hai bisogno per avanzare nella carriera.

 

Mito n. 1. È l’ultima risorsa

  • Certo, puoi considerare di smettere, ma dovresti prima esaurire tutte le altre opzioni. 
  • Ti fermi solo quando non ce la fai più.

Per le persone che credono a questo mito, smettere è l’ultima opzione. È quello che fai una volta che sei distrutto ed esausto per continuare a svolgere il tuo lavoro attuale. Ciò lo rende il più pericoloso dei miti qui elencati, perché significa che le persone rimangono in lavori scadenti fino a (o oltre) i loro punti di rottura. Talvolta però è troppo tardi.

 

La tua opinione

Ci sono altri miti che ti vengono in mente? Hai incontrato qualcuno di questi nella tua vita lavorativa? Come reagisci quando qualcuno vicino a te valuta la possibilità di cambiare lavoro?

La cultura dell’onestà nei luoghi di lavoro: con i nudge si può!

«Ci sono persone oneste nel mondo, ma solo perché il diavolo ritiene che il prezzo che chiedono è incredibilmente alto». Questione di punti di vista, ma è difficile non sorridere ironicamente di fronte alla definizione che lo scrittore americano Peter S. Beagle dà a un concetto al contempo tanto concreto quanto astratto e su cui i Nudge possono fare molto, anche se sono in pochi (ancora) a saperlo.

L’onestà è come la dieta

Comportarsi in modo onesto non è facile, siamo onesti… E non sempre gli esempi resi salienti dagli organi di stampa ci aiutano a rimanere saldi sui nostri buoni propositi. Per fortuna però resistere alla tentazione di mettere in atto comportamenti poco, se non addirittura, non etici, non è una missione impossibile, come invece si potrebbe pensare.

A dirlo lo studio pubblicato sulla rivista Personality and Social Psychology Bulletin. Secondo Ayelet Fishbach e Oliver J. Sheldon, l’onestà sarebbe un po’ come una dieta: difficile da seguire se non si tiene bene a mente l’obiettivo (onestà) per cui si è aderito a quello specifico regime alimentare, e le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni.

Nello studio, i due ricercatori hanno svolto diversi esperimenti con un gruppo di volontari posti di fronte a una serie di dilemmi. In una prova i partecipanti hanno impersonato il venditore di un palazzo storico e un potenziale acquirente, con due obiettivi molto diversi: il venditore doveva evitare che la proprietà fosse distrutta, mentre il compratore puntava a demolirla per costruire, al suo posto, un hotel.

Prima di iniziare, a metà di loro è stato chiesto di ricordare una situazione in cui in passato si erano comportati in modo disonesto e quali conseguenze questo avesse portato. Tra loro il 45% dei compratori ha mentito nel corso della fase di contrattazione per l’acquisto della proprietà, mentre la percentuale nell’altra metà dei partecipanti è stata del 65%.

In un secondo esperimento è invece stato chiesto ai partecipanti di valutare se fossero o meno accettabili una serie di comportamenti disonesti sul lavoro, come darsi malati per prendere un giorno di vacanza, rubare penne e cancelleria dall’ufficio, o rallentare il ritmo di lavoro per evitare di ricevere mansioni aggiuntive. Chiedendo ad alcuni di loro di riflettere su una serie di dilemmi etici, prima di partecipare alla prova, i ricercatori hanno notato che in questo modo diminuiva notevolmente la possibilità che giudicassero accettabili i comportamenti disonesti in esame. Secondo i due ricercatori Fishbach e Sheldon, i risultati indicherebbero che è più facile comportarsi onestamente se ci si ricorda delle conseguenze del comportamento disonesto e se non ci si prepara per tempo per resistere alla tentazione.

La situazione non è dunque così drammatica, per fortuna. E a venire ulteriormente in aiuto, per aumentare la propensione umana all’onestà, ci sono i Nudge. La strategia gentile che aiuta a rendere semplici anche le scelte più complesse.

Attenzione a dove si firma

Uno degli éscamotage più efficaci è quello di rendere saliente il valore dell’onestà. Come? Facendo porre la firma su documenti e certificazioni, in alto anziché in basso, prima cioè della compilazione anziché al termine, come invece solitamente avviene. Questo piccolo Nudge ha la funzione di indirizzare l’attenzione su se stessi e portare a effetti sorprendentemente potenti sul comportamento morale che poi andremo ad agire. La firma è un modo per attivare l’attenzione verso se stessi e verso i valori in cui crediamo.

Apporre il proprio nome prima di inserire informazioni (piuttosto che alla fine) risveglia in noi il valore dell’onestà e questo ci spingerà a rispondere alle domande in modo più sincero. L’attuale pratica di firmare dopo aver riportato le informazioni suggella il danno: immediatamente dopo aver mentito, le persone si impegnano rapidamente in varie giustificazioni, reinterpretazioni e altri trucchi come sopprimere i pensieri sugli standard morali che consentono loro di mantenere un’immagine di sé positiva nonostante abbiano mentito. Detto in modo semplice, una volta che un individuo ha mentito, è troppo tardi orientarne l’attenzione verso l’etica, richiedendo una firma.

È davvero così semplice? Sì.

A supporto di tale Nudge sono stati condotti alcuni esperimenti: uno di questi è stato misurare l’onestà di un gruppo di volontari impegnati a risolvere problemi matematici e la cui soluzione generava loro dei guadagni.

A seguito del compito loro assegnato, i soggetti sono stati incaricati di comunicare i propri guadagni, le spese e il tempo di viaggio, dopo di che avrebbero ricevuto il pagamento. I soggetti hanno quindi avuto l’opportunità di aumentare il proprio reddito, segnalando guadagni esagerati sul modulo di autodichiarazione.

I risultati dell’esperimento hanno mostrato poca differenza fra i soggetti che avevano firmato una dichiarazione di onestà alla fine del modulo e coloro ai quali non era stato fatto firmare nulla (a imbrogliare è stato il 63% per chi ha firmato a fine modulo e il 79% per coloro cui non è stata richiesta alcuna firma).

Per coloro i quali avevano invece firmato prima di compilare il modulo, le dichiarazioni disoneste si sono attestate intorno al 37%. Ciò suggerisce che rendere saliente il valore dell’onestà prima che le persone agiscano, può avere effetti significativi sulla loro tendenza a essere oneste.

Scarsa consapevolezza

Uno dei motivi per cui le persone tendono a comportarsi in modo poco onesto, è che non sempre hanno un consapevole accesso ai propri standard morali. Non sono cioè attente a ciò che le porta ad agire, ciò che indirizza le loro scelte e decisioni.

Le persone valutano le azioni secondo valori e standard interni. Una mancanza o una lassità di autocoscienza, potrebbe quindi indurle a mostrare comportamenti disonesti, anche se questo non è coerente con il loro standard morale.

Firmare una dichiarazione di onestà in cima al modulo, è in questi casi efficace nel promuovere l’onestà, poiché attiva la bussola morale interna delle persone prima che agiscano.

Anche se questo non è l’unico incentivo progettato per promuovere l’onestà, il suggerimento proposto è abbastanza facile da implementare e può potenzialmente avere grandi benefici sia per l’individuo sia per la società. Come accennato in precedenza, il problema non è che gli individui siano dei bugiardi senza scrupoli, ma che molti di noi siano più inclini a un po’ di disonestà se ne hanno la possibilità. Come suggeriscono le evidenze, le persone possono essere aiutate a rimanere coerenti rispetto i loro standard di onestà, se la loro bussola morale viene attivata appena prima di agire.

 

Fonti:

Sheldon O.J., Fishback A., Anticipating and Resisting the Temptation to Behave Unethically, May 22, 2015

Shu L., Mazar N., Gino F., Ariely D., Bazerman M. H., Signing at the beginning makes ethics salient and decreases dishonest self-reports in comparison to signing at the end, PNAS September 18, 2012

English version: https://centrostudi.comunicazionestrategica.it/en/the-culture-of-honesty-in-the-workplace-with-nudges-you-can/

PREFERIREI di NO! La MOTIVAZIONE si può RACCONTARE in tanti MODI…

Il momento è cupo, fra crisi economiche e un virus che sembra giocare a nascondino con le fragili umane paure. Ed è proprio di questo che voglio parlare, della umana irrazionalità e dello scarso potere che abbiamo sulla motivazione nostra e di chi lavora per noi e con noi.

Lavoriamo, tanto e qualche volta anche male, spesso senza scopo e solo per uno stipendio. Senza ricordarci che senza un purpose (un perché chiaro di ciò che facciano e del perché lo facciamo) di strada ne faremo ben poca. Non solo al lavoro…

Argomento già trito e ritrito, potrebbero ribadire in molti, eppure i dati continuano a mostrarci che se di parole se ne fanno tante, non altrettante sono le azioni che si mettono in atto per rimediare. E i dati dell’insoddisfazione lacerano una pelle, quella del mondo del lavoro, già ferita, martoriata e costellata di cicatrici.

I DATI DEL FENOMENO

Dall’indagine WorkForce in Europe 2018, condotta su 10mila lavoratori dipendenti europei, di cui 1.300 italiani, un terzo dei lavoratori in Italia (il 32%) fa regolarmente fatica ad essere produttivo nel proprio lavoro, il 10% è raramente (o mai) al massimo della propria efficienza e solo un quarto del totale (il 23%) dichiara invece di esserlo sempre.

Dati che di poco si discostano dalla media americana, dove i lavoratori entusiasti, hanno raggiunto per la prima volta negli ultimi 20 anni, il 35%. Trend in crescita ma che non fa di certo dormire sonni tranquilli. Secondo l’indagine Gallup, la percentuale di lavoratori insoddisfatti e che diffondono la loro infelicità ai colleghi è il 13%. I dati americani non sono mai stati così rosei e forse capire cosa ha contribuito a migliorare i trend vale la pena saperlo. Chissà che non si possa applicare anche nel bel Paese!

Le 3 cause principali, secondo Patrick Lencioni, di quello che lui chiama lavoro miserabile sono: 1) le persone percepiscono di essere dei perfetti sconosciuti per i loro stessi manager (“Come si chiama quello?”); 2) le persone non capiscono come il proprio lavoro contribuisce al raggiungimento della mission aziendale 3) le persone non riescono a capire come stanno performando, cioè non conoscono la misura del proprio contributo: un po’ come se giocassimo una partita a basket senza mai tenere il punteggio… dopo un po’ smetteremmo di divertirci.

I fattori motivanti sono legati alla percezione che hanno le persone di poter dare un proprio contributo, di incidere sui risultati avendone un riconoscimento e soprattutto di poter crescere nelle proprie competenze e quindi nelle posizioni di maggiore responsabilità. Per molte aziende, equivale ad un cambiamento radicale del paradigma dominante: vuol dire coinvolgere i collaboratori nella vision e nella strategia, definire nuove sfide e assegnare obiettivi chiari e raggiungibili, ascoltare di più e parlare di meno, fornire feedback puntuali, usare una delega attenta, condividere un programma di sviluppo delle competenze individuali e soprattutto permettere alle persone di lavorare dove si possano esprimere al meglio. Se un’azienda ha intrapreso questo approccio oltre alla motivazione dei collaboratori, farà aumentare anche il senso di fiducia nei confronti dell’azienda stessa. E’ stato calcolato che un 10% di aumento della fiducia equivale a un aumento salariale del 36%.

Il problema lo possiamo anche guardare dalla prospettiva opposta, ossia da quanto costa per l’azienda un collaboratore demotivato. Sono certa che questo farà correre, più agevolmente, ai riparti.

A questo punto, molti di voi si aspetteranno una soluzione facile… tipo tre regole per motivare anche i dipendenti più difficili. Mi spiace, non è così che funziona, non è cosi che va la vita. Le soluzioni non sono mai facili e difficilmente sono standardizzate. Almeno non è così che lavoro io. Ricorro però ad un aneddoto, una metafora, che se letta bene vi aiuterà più di qualche pillola placebo che tanto piace ma non cura!

LA LAMPADA DI ALADINO ESISTE SOLO NELLE FAVOLE

Immaginate di essere un avvocato di discreto successo con uno studio notarile a Wall Street. La vostra filosofia di vita si riassume in è bene ciò che è facile. Avete tre impiegati. Di ognuno conoscete pregi e difetti, e siete ragionevolmente in grado di predirne azioni e comportamenti. Con l’aumento del lavoro decidete di assumerne un quarto e al colloquio si presenta un uomo pallidamente lindo, penosamente decoroso, irrimediabilmente squallido!: è Bartelby. Decidete di assumerlo e non ve ne pentite. Bartelby lavora indefesso da mattina a sera, trascrivendo e copiando documenti, silenzioso e pallido nella scrivania che gli avete assegnato. A un tratto, però, accade l’impensabile.

A quell’uomo di cui vi fidate sempre di più, di cui apprezzate la serietà e la mitezza, chiedete di svolgere un compito differente da ciò che è abituato a fare. Gli chiedete di leggere insieme un documento da lui redatto. A sorprendervi è la risposta: preferirei di no. Nello sdegno dei vostri sottoposti, nella vostra incapacità di ricondurre a una qualsiasi ragione quel rifiuto, i preferirei di no aumentano al pari delle mansioni ‘ordinarie’ che domandate a Bartelby, mentre a non aumentare sono le risposte alle richieste di spiegazioni.

Lo scrivano continua a trascrivere e copiare, con il solito impegno ma anche con il solito sguardo perso nel vuoto. Non licenziate Bartelby perché non lo ritenete in cattiva fede. Nel frattempo, avete scoperto che vive nel vostro studio, mangia a malapena e non parla se non interrogato. Provate ad aiutarlo, fallite; allora provate pena, e per tutta risposta il preferirei di no si trasforma in un rifiuto totale del lavoro. Bartelby non lavora più.  Delle motivazioni neanche l’ombra: Non capisce da sé la ragione?, è l’unica risposta che ottenete. Dolorosamente decidete di licenziarlo ma lui, con la mitezza e indifferenza che lo contraddistinguono, decide di non lasciare lo studio. Cambiate studio, in fondo è la soluzione più facile. Bartelby non vi segue, e rimane nel condominio di Wall Street dove i nuovi proprietari minacciano di farlo rinchiudere. Contro il piano che vi aveva portato a trasferirvi chiedete a Bartelby di venire da voi in attesa di una soluzione, ma la riposta è sempre una preferenza negativa. Alla fine, Bartelby viene rinchiuso in un centro per vagabondi, dove morirà rifiutando i pasti da voi generosamente pagati tramite la corruzione di una guardia e di un cuoco.

La storia finisce con una notizia che voi stessi avete sentito su Bartebly. Pare che Bartelby, prima di venire nel vostro studio, fosse impiegato nell’ufficio delle lettere smarrite, cioè quelle lettere che non arrivano alla persona a cui erano destinate. “Quando penso a questa diceria, a fatica riesco a esprimere le emozioni che mi pervadono. Lettere smarrite, lettere morte! Non suona come uomini morti? (…) . Così si conclude la storia di Bartelby, la storia di Melville.

A questo punto è doverosa una domanda: che ruolo aveva il lavoro nella vita di Bartelby?

Chissà che nella risposta che vi darete, non troverete lo scopo di ciò che trasmettete a chi lavora per voi e con voi e molto anche di loro. E se proprio questo gioco non vi va, potete sempre rispondere … preferirei di no!

TI ANNOI AL LAVORO? NON SEI IL SOLO!

Mi annoio facilmente. Da sempre. E questo mi porta a diversificare lavori, divertimenti e letture. E devo dire che funziona. Per la maggior parte delle volte.

Leggendo qua e là studi a riguardo ho scoperto che la noia è un problema che attanaglia molti più di quanto avrei mai pensato. Da un sondaggio condotto in America nel 2017 è emerso che è una condizione vissuta particolarmente sul luogo di lavoro. Alcuni leggendo questo avranno fatto un salto sulla sedia… Come è possibile annoiarsi al lavoro… di solito, per molte occupazioni almeno (e condivido totalmente), non c’è neppure tempo di respirare… altro che annoiarsi. Eppure anche i lavori più interessanti hanno sfaccettature di attività che inducono alla noia…  

Ebbene, dal sondaggio è emerso che le persone che sul luogo di lavoro si annoiano, tendono a scacciare questa condizione navigando in internet, mandano messaggi, mentre (fatto curioso) il 37% rimanente, guarda la TV sullo smartphone. Come una ex dipendente della società cinematografica di Robert De Niro Canal Productions che in quattro giorni ha guardato 55 episodi di “Friends”, tutti in orario di lavoro (se siete interessati a saperne di più: https://variety.com/2019/biz/news/robert-de-niros-company-files-6-million-suit-against-ex-employee-1203305958/?__twitter_impression=true).

E’ inoltre noto che la noia porta a bassa motivazione, errori inutili, mancanza di produttività e a sviluppare incidenti… in un negozio di biciclette del Regno Unito, alcuni lavoratori annoiati tentarono di scappare dalla monotonia cremando un topo.

Prima di dar fuoco a roditori morti per sentirsi vivi, vediamo cosa suggerisce la scienza. Un paper pubblicato su Current Directions in Psychological Science indica una soluzione virtuosa e controintuitiva al guardare film sul telefonino: cercare un modo per rendere il lavoro più interessante.

Sicuramente  molti di noi ci avevano già pensato, il problema è come questo sia possibile… aggiungo io!

PERCHE’ CI ANNOIAMO

Lo psicologo sociale dell’Università della Florida Erin Westgate, spiega che sono due le principali cause che portano ad annoiarci: “Ci annoiamo quando non siamo in grado di prestare attenzione o non riusciamo a trovare un significato in ciò che stiamo facendo”.

Potremmo avere problemi a prestare attenzione al nostro lavoro perché è troppo facile o troppo difficile, per dirla in altre parole. Potremmo annoiarci inserendo meccanicamente dati in un sistema, così come tentando di risolvere un problema matematico particolarmente difficile.

E potremmo annoiarci quando sentiamo che il nostro lavoro non è importante: o come lo chiama l’antropologo David Graeber bullship jobs, a indicare occupazioni soggettivamente insignificanti e insoddisfacenti. Quando abbiamo a che fare con questo tipo di noia, è facile sentirsi soli, tristi e disimpegnati come se fossimo in un film d’arte, ma senza l’estetica raffinata e la capacità di apparire cool.

TROVARE UNO SCOPO

Anche se il lavoro che si sta svolgendo è poco significativo, trovare uno scopo è una delle soluzioni più semplici e pratiche che la docente di management di Yale, Amy Wrzesniewski suggerisce. In un termine “job crafting.” Ad esempio, ha scoperto come gli inservienti ospedalieri che hanno compreso l’importanza del loro lavoro sono profondamente più soddisfatti di chi invece porta a termine i compiti meccanicamente. Potendo interagire con i pazienti hanno così anche la possibilità di farli stare meglio.

Un altro consiglio arriva dalla giornalista (ed ex avvocato) Ephrat Livni: considerare il lavoro come un gioco, trovando modi per apprezzare e valorizzare qualunque attività ci venga retribuita. Così come possiamo rendere più sfidante una attività particolarmente noiosa.

L’ANTIDODO ALLA NOIA

Il punto più importante del paper riguarda le diverse tipologie di attività che siamo portati a fare pur di allontanare la noia.

Ciò che la nostra mente ci induce a fare è quello di passare a qualcosa di più divertente, come scorrere Instagram, giocare sul telefono o guardare 55 episodi di Friends. Eppure, saltarellare da una attività piacevole all’altra non sembra essere un buon antidoto alla noia. Anzi un aggravante nel lungo termine.

I diversivi infatti sono un po’ come il cibo spazzatura, danno soddisfazione sull’immediato a scapito del benessere futuro.

In altre parole, quando scegliamo una nuova attività, dovremmo indirizzarci verso quella che richiede ai nostri cervelli di fare più lavoro, non meno. Ciò che consigliano i ricercatori è quello di guardare un documentario sull’Olocausto – certamente non divertente, ma probabilmente coinvolgente – piuttosto che immergersi in giochi quali Candy Crush.

Estendendo questa logica al contesto del lavoro, un professore che si annoia mentre scrive lettere di raccomandazione per gli studenti potrebbe fare una pausa leggendo dei documenti che parlano di nuove scoperte nel suo campo. Questo potrebbe rinvigorire il suo investimento nell’aiutare i nuovi talenti ad avere successo e cambiare il suo approccio nel redarre raccomandazioni.

Insomma sconfiggere la noia è quasi impossibile, però possiamo mitigarla e gestirla noi, anziché lasciare a lei l’ultima parola!