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Le BUONE IDEE non ARRIVANO MAI da SOLE: l’INSICUREZZA che SPINGE a fare MEGLIO

Sono alle prese con la stesura di un saggio. Ma poco importa quello su cui sto lavorando. Tutti gli scrittori, quando hanno una buona idea in testa, lo sanno. Sentono di star inseguendo qualcosa di buono. Di unico. Ma sanno anche che, prima o poi arriverà, una sorta di insicurezza, che come una corrente avversa, navigherà loro contro.

E sanno anche che se quella forza che impone loro di fermarsi immediatamente, di mollare, non arriva, allora non stanno facendo del nostro meglio, non stanno spingendo al massimo delle loro capacità.

L’IMPREVEDIBILITA’ DELL’INSICUREZZA

Appena inizio un nuovo libro, tutto è semplice. Scrivere è naturale, quasi automatico. Ma so anche che non sarà così per sempre. Prima o poi l’insicurezza arriverà. Solo che non so mai prevedere quando. Nessun scrittore lo sa. A volte il primo giorno altre, dopo qualche settimana. Semplicemente non possiamo scegliere il momento. E nemmeno il modo.

Ciò che i lettori hanno amato dell’ultimo libro, potrebbero non ritrovarlo nel prossimo. Per questo sputiamo sangue in ogni frase, ma questo non ci aiuta a sentirci meglio.

Non importa quanti libri abbiamo scritto, c’è sempre un odioso grillo parlante interiore che aspetta la nostra resa per dirci “ te lo avevo detto che il successo non sarebbe durato”… Non importa per quanto tempo scriviamo: il dubbio su se stessi non se ne andrà mai, per fortuna abbiamo affinato gli strumenti per smorzare la sua influenza.

L’arte della scrittura pretende un caro prezzo. E se anche riusciamo a pubblicarlo al meglio, il nostro lavoro è pubblico e non possiamo mai controllare il risultato finale. Una sorta di roulette russa che gioca con la nostra visibile sensibilità.

BAROMETRO DELL’IMPEGNO

Per fortuna si può impedire all’insicurezza di portare a termine il suo successo e la nostra disfatta. Ricordando che è il barometro del nostro lavoro.

Non combattiamola, aspettando come fa il cacciatore con la preda. Ma accogliamola, aspettiamo che si mostri. Senza però darle ascolto o ci porterà alla resa e il manoscritto su cui staremo lavorando potrebbe rimanere tale per anni. E ammuffire poi in un cassetto.

Quando però l’insicurezza arriva significa che sei nel club. Sei uno scrittore.

 

Le TRAPPOLE della (MALA) SCRITTURA

Non è facile far percepire il valore dello scrittore (professionista). Che si tratti di scrivere un articolo, un libro, una Newsletter o post per blog e social. Tutti sanno costruire frasi, ecco perché è facile improvvisarsi copy, ghostwriter e scrittori e millantare capacità letterarie poi non coerenti con i risultati portati a casa e sostenibili nel tempo.

Scrivere male è infatti assai più facile e più frequente dello scrivere bene. Per appropriarti dell’arte della scrittura l’unico modo è leggere tanto e scrivere di più. Migliorarsi è possibile ma non è nè facile nè rapido.

Inoltre ogni volta che ci si cimenta nella stesura di un libro o di un articolo alcune trappole mentali si materializzano come d’incanto per rendere l’impresa ancor più ardua. Quali?

LA TRAPPOLA DELL’AUTOCOMPIACIMENTO

E’ la credenza di avere la verità in tasca, di pensarsi migliori di tutti. E questo porta a una scrittura pessima, autoreferenziale, cieca ai bisogni di chi legge e di chi cerca risposte e soluzioni. Questo stile può funzionare quando si tratta di tomi universitari o di temi complessi, in tutti gli altri casi è un suicidio. La scrittura è ben altro: è la capacità di aprirsi agli altri, di confrontarsi e ascoltare le idee del mondo. Non c’è peggior scrittore di chi crede di essere Tim Roth, Martin Amis o Umberto Eco e di poter dire la sua senza ascoltare nessuno. In questi casi è meglio limitarsi a scrivere un diario da tenersi rigorosamente in un cassetto.

LA TRAPPOLA DELL’INSICUREZZA

Chi è insicuro o costellato di dubbi tende a scrivere male in quanto non vuole esporsi, vuole rimanere al sicuro nella propria zona di comfort. E finisce con trattare tematiche in modo superficiale e asettico, facendo di tutto per nascondere il proprio tratto distintivo, la propria firma, il proprio stile. Senza emozioni non c’è storia che vale la pena essere vissuta.

LA TRAPPOLA DELLA MONOTONIA

Come nella vita di tutti i giorni, anche nella scrittura tendiamo a proporre i soliti schemi, le nostre rassicuranti ed automatiche routine.

Nel caso della scrittura il rischio è di appiattire la trama, risultando noiosi e poco emozionali. Scontati. Confrontarsi con altri stili e leggere molto è sempre il miglior consiglio per appropriarsi di più stili e di una leggerezza narrativa raramente innata.

SCRIVERE E’ UN LAVORO PER POCHI

Scrivere è dunque un lavoro per pochi. Coloro che si mettono in gioco. Che conoscono la grammatica, la sintassi, le regole della leggibilità. Scrivere in modo errato “qual è” o “anch’io” sono errori che si possono correggere, più difficile è il rapporto con se stessi e il proprio pubblico. Non per nulla molti abbandonano o continuano a scrivere male, schermandosi dietro scuse e l’arroganza di chiamare stile personale, una schizofrenia di parole buttate a caso come tessere di un puzzle su un foglio bianco.

Scrivere è un lavoro. E come tale non può essere improvvisato.

LEGGO per LEGITTIMA DIFESA

Leggiamo poco, quasi nulla. E scriviamo tanto. Con le conseguenze che ognuno può immaginare.

Secondo il rapporto dell’Istat 23 milioni di persone dichiarano di aver letto appena un libro in 12 mesi: il che vuol dire che 6 italiani su 10 non leggono nemmeno un libro all’anno. Inoltre queste statistiche si basano sulla quantità, non sulla qualità della lettura. Per quanto possa essere soggettivo il valore di un libro, è giusto ricordare che in tali dati il libro di ricette di Benedetta Parodi e Guerra e Pace di Tolstoj hanno la stessa incidenza.

Se si vuole fare un confronto con gli altri paesi europei: la percentuale dei lettori è superiore al 75 per cento nella maggior parte dei paesi del centro e del nord dell’Europa occidentale: Svezia (89 per cento, il dato più alto), Danimarca, Finlandia, Estonia, Olanda, Lussemburgo, Germania, Regno Unito. Mentre è inferiore al 60 per cento in Portogallo, Cipro, Romania, Ungheria, Grecia. E Italia.

IL DISPREGIO DELLA CULTURA

Un soggetto competente viene definito un “professorone”, con tono dispregiativo; un uomo di cultura viene additato come nemico del popolo perché non vive sulla propria pelle la difficoltà di arrivare a fine del mese. Come se uno come Pier Paolo Pasolini non avesse avuto diritto di parlare dei “ragazzi di vita”, solo perché era benestante.

Nel 2018, ai politici italiani non conviene mostrare un alto lignaggio culturale: è preferibile immedesimarsi con “la gente”, sbagliare qualche congiuntivo e riallacciarsi a una certa cultura popolare che preferisce citare Massimo Boldi piuttosto che Petrarca.
Nel 1987, durante il discorso per il premio Nobel, Iosif Brodskij commentò: “Per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe meno sofferenza sulla Terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima d’ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì cosa ne pensi di Dostoevskij, Dickens, Stendhal”. Più di 30 anni sono passati da quel discorso, eppure è ancora attuale.

La lettura da molti viene ancora vista come un mero esercizio cerebrale o un passatempo per coloro che non devono dedicarsi a occupazioni più urgenti o necessarie, e invece, bisognerebbe leggere per “legittima difesa”, per ampliare i propri orizzonti e formare uno spirito critico in grado di permetterci di comprendere il mondo e agire con cognizione di causa, seguendo i nostri valori, non imposti da altri.

LA STORIA INSEGNA

La storia ci insegna che i libri hanno sempre rappresentato un pericolo per le dittature. Il popolo doveva restare ignorante per essere controllabile e gestibile, e la cultura veniva proposta come il nemico unico e assoluto. Pensiamo ai Bücherverbrennungen durante il nazismo: i roghi nei quali venivano bruciati tutti i libri distanti dall’ideologia totalitaria, oppure ai libri bruciati in Cile sotto Pinochet, o ancora a quelli più recenti dati alle fiamme dall’Isis. Senza dimenticare la Santa Inquisizione. La stessa letteratura distopica ha creato allegorie che si riallacciano a questo contesto. Tra queste spicca Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, con i pompieri che bruciano i libri in una società dove leggere è reato. Adesso, per lo meno in Italia, non è più necessario bruciare i libri però, semplicemente perché nessuno li compra e tanto meno li legge.

Dal mio ANGOLO di UFFICIO

Ai cronisti e agli scrittori improvvisati si insegna a rivelare poco o nulla di se stessi nei loro scritti. Scrigno di segreti, la loro penna, trattiene a stento scheletri che comunque vada, sapranno farsi avanti in qualche modo.

E noi, sciagurati con le dita macchiate di inchiostro, scrittori fin nelle ossa, artigiani della parola, ai lettori regaliamo molto, tutto. Di noi. L’attenzione del mondo è il nostro mostro non rivelato.

Da questo angolo del mio ufficio, dispiego parte del mio tempo. Dimostrandomi ignorante, informata, stupida o brillante, onesta o bugiarda, fredda o giocosa a seconda della vita che devo raccontare. O liberare.

Scrivere, d’altro canto, è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto.

 

RACCONTO SEMISERIO PER ASPIRANTI SCRITTORI

Ho promesso all’editore di consegnare l’editing di due manuali di qui a 5 giorni, a un docente di perfezionargli un saggio in due settimane, a una rivista scientifica di scriverle i tre articoli commissionati, quindi rivedere la struttura di alcuni e-book, completare i post di un paio di blog, preparare il testo di un corso che terrò a breve…

Per quanto sia difficile da credere, sono sempre stata in grado di concludere grandi progetti a medio e lungo termine, nei tempi previsti. A dire il vero, non so neppure io come questo avvenga. Mi siedo alla scrivania e inizio a scrivere fino a che il mio cervello mi dice “basta”, dopo 4 ore come 12. Entrando in una sorta di tranche creativa perdo il senso del tempo.

Per me, esperta di Neuroscienze, è quasi un paradosso sorprendersi. Eppure, senza alcuna apparente pianificazione, lavoro ai progetti con un ordine che potrei definire, in modo azzardato, inconscio. Qualcuno potrebbe dire frutto dell’esperienza… forse…

Tra l’altro detesto ricevere solleciti che seppur cortesissimi nella forma, sono sempre piuttosto perentori nella sostanza.

Tutto questo non lo dico per pavoneria, ma per sostenere con alcuni dati di fatto che di solito, se c’è qualcosa che devo scrivere, mi ci metto senza troppa fatica. Qualcuno mi ha detto, non troppo tempo fa, che conosco i trucchi di un mestiere  che, sebbene in forme diverse, esercito da più di trent’anni.

Non lo dite a nessuno ma scrivo da quando avevo una decina d’anni. Il primo libro di quel tempo fu un noir ambientato sui monti del Cuneese, redatto con una vecchia Olivetti regalatami dal nonno, più pesante di me, su fogli di recupero.

Per i miei estimatori, non cercate quel libro perché finì, qualche anno dopo, nel camino. E non era nemmeno terminata la legna…

EFFETTI COLLATERALI

Prima di iniziare a scrivere qualsiasi cosa, raccolgo dati, leggo, compro altri innumerevoli libri che puntualmente divoro e riordino le idee. Quindi scrivo, o meglio butto giù pensieri e idee senza rileggere se non dopo aver concluso la prima bozza. Il segreto è scrivere una pessima prima bozza e poi riscriverla con estrema cura. Consulto altri testi. Scrivo ancora. Rileggo, verifico che sia pertinente e interessante. Vado avanti. Rileggo. Cancello. Riscrivo. Rileggo. Cancello. Riscrivo. Rileggo e poi rileggo e ancora e ancora. Senza però mai buttare via ciò che ho scritto, ma salvandolo in un file dedicato (prima o poi tornerà utile). E così via, fino all’ultima parola.

Il lavoro di correzione richiede una rilettura quasi ossessiva, rasente il masochismo.  Eppure tranquillizzante, almeno per me.

Dunque per scrivere non serve solo capacità narrativa e abilità nell’uso delle parole, ma un’attenzione ai dettagli che può far sentire sola anche una monaca di clausura. Ora siete avvertiti.

Buona rilettura!

E’ VERO che SONO i più CAPACI ad AVERE SUCCESSO nella VITA?

E’ vero che sono i più capaci ad avere successo nella vita?

Raramente la lettura di un saggio si fa leggera come un romanzo, eppure il libro di Nassim Taleb riesce a fare esattamente questo effetto.

Giocati dal caso parla della fortuna, o meglio, del ruolo che il caso gioca nella nostra vita. ma parla anche di quella fortuna che, non essendo percepita come tale, viene scambiata per abilità: una confusione presente nei campi più disparati: dalla scienza alla politica, dalla letteratura alla finanza.

Taleb, sullo sfondo della sua esperienza di trader a Wall Street, ci mostra le conseguenze che possono nascere dal confondere la fortuna per abilità: sono numerosi gli idioti fortunati e gli scemi strapagati che si sono semplicemente trovati nel posto giusto al momento giusto. Individui del genere purtroppo attraggono schiere di seguaci devoti che credono ciecamente in quello che loro – talvolta in buona fede – spacciano per metodo.

La lettura di “Giocati dal caso” esplora quelle deformazioni cognitive del nostro cervello che ci portano alla ricerca continua di nessi di causalità anche là dove si tratta di pura casualità, tendenze inveterate (frutto dell’evoluzione avvenuta per la maggior parte in un ambiente molto più lineare di quello in cui viviamo oggi) di cui non riusciamo a liberarci, e che conducono ad equivoci di cui il libro ci mostra le conseguenze, talvolta drammatiche, mentre fa cadere come birilli i nostri pregiudizi sull’idea di successo e di sconfitta.

Scriveva Jean Cocteau: “Certo che la fortuna esiste. Altrimenti come potremmo spiegare il successo degli altri”, al giorno d’oggi, senza fortuna, ci mancherebbero gli alibi.
Buona fortunata lettura

BOOKS – RISKIO ZERO

Sulla rubrica Books della rivista di Geo-politica Riskio Zero, le mie recensioni.

Buona lettura!

www.riskiozero.com

LEGGERE per SAPERE… LEGGERE per AVERE

11 libri in tre settimane, poco meno di 5 mila pagine. Questo è il piacere che mi sono regalata nelle vacanze estive, decisamente controcorrente rispetto i dati Istat, secondo cui il 53% degli italiani non ha letto neppure un libro in 12 mesi e il 15% ne ha letti una dozzina.

Eppure, esempi alla mano, chi ha un lavoro appagante e una vita di successo è mediamente un avido lettore.

Steve Jobs aveva un’ossessione per i poeti inglesi, in particolare per William Blake.

Phil Knight, fondatore della Nike, venera a tal punto la sua libreria, che gli ospiti sono costretti a visitarla scalzi.

David Rubenstein, co-fondatore di The Carlyle Group, un private equity che gestisce oltre 150 miliardi di dollari, ha l’abitudine di leggere una dozzina di libri… a settimana!

Winston Churchill, primo ministro inglese durante la II guerra mondiale, vinse il premio Nobel per la letteratura.

Warren Buffett, il più grande investitore di tutti i tempi, legge 500 pagine ogni giorno. Inizia la giornata leggendo dozzine di quotidiani e dedica un’ampia parte della sua giornata al suo consumo vorace di libri.

Il miliardario Mark Cuban trascorre fino a 3 ore delle sue giornate a leggere libri

Bill Gates, si sa, legge 50 libri all’anno.

E quando è stato chiesto come avesse imparato a costruire razzi, Elon Musk ha risposto semplicemente: “Leggo libri”.

1.200 DELLE PERSONE PIU’ RICCHE AL MONDO LEGGONO TUTTE MOLTISSIMO. MA COSA LEGGONO?

Secondo Thomas Corley, autore di Rich habits: The daily success habits of wealthy individuals, le persone con un reddito annuo superiore ai 160.000 dollari e un patrimonio netto liquido superiore ai 3 milioni di dollari leggono testi che parlano di auto-miglioramento, istruzione e successo. Le persone con un reddito annuo non superiore ai 35.000 dollari e un patrimonio netto liquido di 5.000 dollari leggono principalmente per essere intrattenute.

Se non siete dei lettori voraci, non dove iniziare con Roth, Musil o Proust a colpi di 500 pagine al giorno. Sono sufficienti una ventina di pagine purchè siano una ventina tutti i giorni.

Se per caso pensaste di non riuscire a trovare il tempo, considerate che per leggere 200 libri in un anno ci vogliono 417 ore. A fare il calcolo lo scrittore Charles Chu, che per 2 anni ha provato a tenere la media di Buffet: “Sembrano tante, ma se consideriamo che ne usiamo 608 sui social media e 1642 davanti alla tv capiamo bene che quelle ore ce le abbiamo”.