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Mai Il GATTOPARDO fu tanto ATTUALE… a proposito di CAMBIAMENTI e VISIONI

A quarant’anni di distanza, ho riletto il Gattopardo, scoprendo una storia ben diversa da quella che ricordavo e molto più attuale di quanto sarebbe normale aspettarsi.

Dal finale, dove il principe Fabrizio di Salina condivide la sua visione del mondo: quello in cui ha vissuto; quello in cui vivrà, con l’arrivo di Garibaldi e dei suoi mille che annunciano il nuovo regime (i Savoia) e il dissolvimento del vecchio (i Borboni). In una frase: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.

All’affermazione di Tancredi, il nipote del principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Come allora, due frasi, quella del principe di Salina e del nipote Tancredi, ripropongono la rappresentazione dell’Italia di oggi, quella che si vive e si subisce, sublime congiunzione del peggio del “nuovo” che si coniuga con il peggio del “vecchio”.

Non distante da quanto scritto, nel 1971, da Leonardo Sciascia su “Il contesto”, dove il ministro dell’Interno istruisce l’ispettore Rogas: “…il mio partito, che malgoverna da trent’anni, ha avuto ora la rivelazione che si malgovernerebbe meglio insieme al Partito Rivoluzionario Internazionale; e specialmente se su quella poltrona (…) venisse ad accomodarsi il signor Amar. Ora la visione del signor Amar che da quella poltrona fa sparare sugli operai in sciopero sui contadini che chiedono acqua, sugli studenti che chiedono di non studiare: come il mio predecessore buonanima, e anzi meglio; questa visione, debbo confessarlo, seduce anche me”.

Seduzione torva e triste. Per raccontare l’opposizione che si fa oppressione peggiore di chi sostituisce; e per quel passaggio fugace: operai e contadini in sciopero per i loro diritti; e studenti che al contrario, lo fanno per derogare al loro dovere: quello di studiare.

Per comprendere l’Italia di oggi e di ieri, cinque sono a mio avviso i romanzi, spesso abusati e poco compresi di cui si fa pregio la letteratura scolastica: I promessi sposi di Alessandro Manzoni; I viceré di Federico De Roberto; I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, i tre moschettieri di Alexandre Dumas e Il Gattopardo.

Pubblicato nel 1958 il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non ha avuto vita facile. Facile da comprenderne il perché. Il principe contempla “in perpetuo scontento” la “rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività e ancor minore voglia di porvi riparo”. Emblematico il malumore provocato da una minuscola macchiolina di caffè sul panciotto e “il solito bigliettino color di mammola”: metafora di una classe al potere che si sgretola e frantuma, per cedere il posto a “nuovi/vecchi venuti che cambiano d’accento: la parlata siciliana è sostituita da quella savoiarda, cambiano i colori delle divise, ma arroganze, prepotenze, supponenze, ignoranze, miopie, ingordigie, non mutano; si sovrappongono”.

A suo tempo, Il Gattopardo, venne stroncato da Elio Vittorini che lo rifiuta due volte: da consulente editoriale di Mondadori prima, e da consulente editoriale di Einaudi poi. Nella lettera dove motiva le sue ragioni, si legge: “…per più di una buona metà, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del ‘giovin signore’ siciliano (la recita quotidiana del rosario, la passeggiata in giardino col cane Bendicò, la cena a Villa Salia, ‘il salto’ a Palermo dall’amante…”.

Lo rifiuta Alberto Moravia, che da critico cinematografico, esprime negativo giudizio sul film che ne ricava Luchino Visconti: “Solo lui, comunista aristocratico, poteva con tanta sottigliezza dosare il grado di scetticismo e di poetica nostalgia del principe di fronte alle questioni sociali e politiche dell’epoca”.

Lo stronca Palmiro Togliatti: Il Gattopardo è espressione di un’ideologia reazionaria, che non ha compreso nulla del Risorgimento, della rivoluzione proletaria, della lotta di classe, di Antonio Gramsci.

A cui fa seguito un curioso contrordine. Quando Il Gattopardo viene tradotto in Francia, dove è accolto benissimo. Per Togliatti Il Gattopardo diventa il romanzo del capitalismo destinato a essere seppellito dall’avanzata delle masse proletarie guidate dall’avanguardia rappresentata dal Partito.

A salvare il romanzo sono le persone di cultura liberale: Elena, una delle figlie di Benedetto Croce, trasmette il dattiloscritto a Giorgio Bassani, consulente della Feltrinelli. Carlo Bo ne scrive in termini entusiastici sul Corriere della Sera; il romanzo vince il premio Strega 1959; viene tradotto in tutto il mondo.

Eppure, per tornare alle sensazioni che mi ha regalato il romanzo, ci sono i dettagli, le abitudini salutari che l’educazione del tempo esigeva: come presentarsi a tavola, portare il cibo alla bocca, le parole da dire e quelle da ammorbidire, la gentilezza nei modi e l’eleganza nei movimenti. Qualcuno direbbe una farsa. E se invece fosse solo semplice educazione…

Difficile dunque non innamorarsi di quei tempi, nella speranza che se tutto deve cambiare, cambi sì ma in meglio, e a mantenersi uguale sia quell’aristocrazia nei modi e nelle maniere che oggi pare invece seppellita in nome di chissà quale libertà.

C’E’ IL PECCATO E C’E’ IL PERDONO. NON C’E’ NIENT’ALTRO. PANICO – L’ULTIMA CICATRICE DI ELLROY

Credo sia la maestria crudele, la capacità di raccontare il reale senza fronzoli, e proporre argomenti feroci a legarmi a scrittori quali Ellroy, Roth e Amis.

E Panico, l’ultima fatica di James Ellroy, non è da meno: ex tossico, ex alcolista, ex topo di appartamento ossessionato dalla morte della madre, assassinata quando lui aveva dieci anni, nel 1958. Tutto per il romanziere è fermo a quel giorno: tutte le vittime sono sua madre, l’America degli anni ‘50 è la scena del delitto.

Ho trascorso ventotto anni in questo buco infernale. Ora mi dicono che scrivendo le memorie delle mie disavventure potrei uscirne”.

A parlare è Freddy Otash, poliziotto corrotto, poi investigatore privato esperto in estorsione, che tiene in pugno mezza Hollywood. Freddy è un uomo morto. Morto nel ’92.

Faccio di tutto tranne l’omicidio. Lavoro per chiunque tranne i comunisti.”

Ellroy non è diverso da Philip Roth, capace di sbattere in faccia tragedia e speranza, attesa e dolore. Orrore e mostruosità. Niente di meno di ciò che accade, parole non edulcorate, non tramutate, non castigate per qualche pseudo sorta di moralismo o ignoranza. Non sopra o sotto, ma dentro la storia è dove Roth, parola dopo parola, conduce. Un orizzonte ristretto e dove paura e dramma dei protagonisti si fa cronaca semplice e diretta.

Ellroy non ha pc, non ha internet e neppure un cellulare e racconta i suoi personaggi con una vecchia macchina da scrivere: killer mafiosi, poliziotti corrotti, squillo, agenti della CIA, trafficanti di tutto. Ogni personaggio ha uno scopo preciso. Molti ritornano in un tempo che si perde fra il prima e il dopo. Se si ha pazienza di aspettare. E labile si fa il confine fra realtà e fantasia. Ed Ellroy ben sa che la gente è avida di notizie, segreti e vizi di politici, star del cinema, poliziotti e giornalisti.

L’America non è mai stata innocente

Otash spia, ricatta e spiffera tutto a Confidential. Nel tritacarne finiscono tra gli altri John Kennedy, Marlon Brando, Rock Hudson, James Dean.

C’è il Peccato e il Perdono. Non c’è nient’altro”,

è una delle mille frasi da ricordare.

Leggere Ellroy è complesso, faticoso: ritmo vertiginoso, frasi brevissime, molti punti, qualche virgola, innumerevoli personaggi che entrano ed escono dalla storia. Ancor più quest’ultima cicatrice, molto distante dal resto dei suoi libri, per lingua – oscena e tagliente, ma più colta, ricca di allitterazioni – e per ironia. E’ un viaggio nel purgatorio, dove il protagonista è un peccatore alla ricerca di redenzione.

E poi arriva il mio preferito Martin Amis, bocca alla Mick Jagger e fascino da vendere e l’inarrivabile incipit de L’informazione:

Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere”.

Panico non si dimentica. Anche se lo si capisce e accetta solo per metà. Come l’Informazione o Nemesi o il teatro di Sabbath. Forse è anche questo che unisce i tre scrittori.

«Sono cresciuto ignorato e inquieto. E ho sempre desiderato che la gente mi guardasse. Dopo la morte di mia madre attiravo l’attenzione degli amici ebrei gridando “Heil Hitler”: pura provocazione. Poi ho capito che sapevo far bene solo due cose nella vita: scrivere e parlare in pubblico. Far ridere, piangere, sospirare. Per iscritto o a parole. E allora vai! Ho sognato di diventare uno scrittore famoso da quando avevo otto anni. Perché leggere era ciò che amavo di più: mi consentiva di evadere da quell’infanzia di merda. Genitori che si odiavano, la casetta lercia di una madre alcolizzata, i weekend con un padre smidollato. Perfino quando dormivo in strada divoravo i libri della biblioteca pubblica. Ho smesso di bere e inghiottire anfetamine anche per quella fissa di scrivere. Per svettare. Per dare ad altri la possibilità di sfuggire alla realtà. Con libri che non finiscono mai”.

Gli occhi feroci e la parlata sciolta è quella di Ellroy, capace di esprimere tutte le emozioni possibili tranne il sorriso.

 

HARARI: l’UMANITA’ spiegata SEMPLICE

Circa 13,5 miliardi di anni fa, materia, energia, tempo e spazio scaturirono da quello che è noto come Big Bang. La storia di queste caratteristiche fondamentali del nostro universo si chiama Fisica.

Circa 300 mila anni dopo la loro comparsa, materia ed energia cominciarono a fondersi in complesse strutture chiamate atomi, che poi si combinarono a formare le molecole. La storia degli atomi, delle molecole e delle loro interazioni si chiama Chimica.

Circa 3 miliardi e 800 milioni di anni fa, su un pianeta chiamato Terra, certe molecole si combinarono venendo a formare strutture particolarmente articolate e complesse chiamate organismi. La storia degli organismi si chiama Biologia.

Inizia così Sapiens. Da animali a dèi, il best seller del filosofo più influente al mondo, Yuval Harari, il pensatore più importante del XXI secolo, capace di farci fare un tuffo nel passato dell’umanità. Qualcuno la definisce la moda intellettuale del momento, potrà anche essere. però si dimostra capace di conquistare le università occidentali, da Parigi a Berlino, da Toronto a Tel Aviv.

La popolarità di Harari è dovuta alla capacità di ricondurre la grande matassa di eventi e fatti della nostra Storia a poche, grandi questioni. Il nostro mondo può apparire come un meccanismo senza scopo, ma Harari è bravo a fissare ogni vicenda che ha interessato l’umanità in un disegno più grande.

Distinguere tra finzione e realtà è uno dei principi massimi del suo lavoro. L’uomo vive di storie, ragiona e impara attraverso di esse, ma questo non significa perdere la lucidità di riconoscere la realtà e di guardarla per quella che è.

Insomma, come dice Bill Gates “un viaggio divertente e curioso nella storia dell’umanità, una lettura che vi terrà incollati fino all’ultima pagina”.