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LE BUONE DECISIONI SI PRENDONO SOLO SE SI DISPONE DI TUTTE LE INFORMAZIONI. ANCHE NO…

Siamo portati a credere che fornendo alle persone tutte le informazioni disponibili, queste saranno in grado di prendere buone decisioni.

Noi stessi pensiamo di prendere decisioni informate laddove disponiamo di tutti i dati.

Non è così. O molto meno di quanto si pensi.

1° punto: disporre di tutte le informazioni non è un indicatore poiché non è misurabile: non c’è modo di sapere quando si dispone di tutte le informazioni.

2° punto: la maggior parte delle volte le persone non prendono decisioni informate. Prendono decisioni emotive. Cercano informazioni a supporto della decisione verso cui sono orientati e screditano tutto ciò che è contro. E questo non le conduce a prendere una decisione informata. Solitamente neppure una buona.

3° punto: non tutte le informazioni sono utili e le persone non sono sempre brave a capire quali sono quelle inutili. Anche le più esperte e preparate sbagliano.

La chiave per prendere buone decisioni è essere in grado di filtrare le informazioni errate e concentrarsi su quelle giuste. La prima parte è molto più importante della seconda.

E’ difficile sapere se si hanno tutte le corrette informazioni che servono. Anzi, quasi mai disponiamo delle migliori informazioni.

E nemmeno dovrebbe essere questo l’obiettivo. Ciò che occorre fare è eliminare le informazioni errate, quelle che distraggono o, peggio, spingono verso la scelta errata.

L’obiettivo è impedire che le informazioni errate circolino, finendo con il condizionarci e confonderci.

4° punto: la maggior parte delle persone cerca solo le informazioni che rafforzano il loro pensiero. Ecco perché l’algoritmo di YouTube, Amazon, Facebook e via dicendo è efficientissimo: sa che il modo migliore per coinvolgere le persone non è fornire loro le informazioni migliori, ma piuttosto dare loro ciò che vogliono.

E solitamente, ciò che vogliono è sentirsi bene con la decisione che stanno per prendere. Senza nulla che dica loro che stanno sbagliando o le metta in una situazione di incertezza. Ma difficilmente questo conduce a buone decisioni.

SIAMO SICURI che l’IA SEMPLIFICHI la VITA? Le mie BATTAGLIE PERSE con ALEXA

Adoro la tecnologia che mi semplifica la vita.

Anelo all’auto elettrica, annoiandomi alla guida e avendo un senso dell’orientamento deficitario anche con il navigatore in funzione… al robot che fa la spesa, pulisce casa e se possibile cucina… e poi c’è Alexa, che da qualche settimana è refrattaria alle mie richieste. Si rifiuta di accendere alcune stazioni radio italiane (RDS per citarne una) a vantaggio della BBC che, seppure sento spesso per allenare il mio inglese, non dovrebbe avere il monopolio. Alexa è stata acquistata per aiutarmi laddove glielo permetto. Anche se la sua fissazione o testardaggine a farmi sentire ciò che piace a lei è tutt’altro che persuasiva.

Qual è dunque la vera utilità degli assistenti vocali?

I ricercatori dell’Università di Sidney hanno scoperto che i messaggi che arrivano da dispositivi di Intelligenza Artificiale (IA) sono più persuasivi quando evidenziano come dovrebbe essere eseguita un’azione, piuttosto che perché[1].

Ad esempio, siamo più disposti a mettere la protezione solare quando un dispositivo di IA spiega come applicare la crema, piuttosto che perché. Tendenzialmente non crediamo che una macchina possa comprendere le necessità e soddisfare i nostri desideri.

La ricerca suggerisce che le persone trovano i consigli dell’IA più persuasivi in situazioni in cui questa mostra semplici passaggi su come preparare una spremuta o scegliere la racchetta da tennis giusta, piuttosto che il perché tale scelta sia importante o necessaria.

L’intelligenza artificiale ha il libero arbitrio?

La maggior parte di noi crede di avere il libero arbitrio. Ci complimentiamo con chi aiuta gli altri perché pensiamo che lo faccia liberamente e penalizziamo coloro che danneggiano o ignorano gli altri. Siamo disposti a ridurre la pena se il reo è stato privato del libero arbitrio, ad esempio se in preda a un delirio schizofrenico.

Ma cosa pensiamo del libero arbitrio rispetto l’‘IA?

In un esperimento sono stati dati a una persona $ 100 a cui si è chiesto di regalarne una parte, a piacimento, a un’altra persona. L’unica condizione è che il ricevente accetti quanto gli viene donato o entrambi otterranno niente.

Quando la prima persona tiene per sè 80$ e ne regala 20, il ricevente tende a rifiutare l’offerta. Benchè razionalmente $ 20 sia meglio di niente, le ricerche suggeriscono che è probabile che l’offerta di $ 20 venga rifiutata perché percepita come ingiusta. Ci si aspetta di ricevere almeno la metà, ossia 50 dollari. O ci sentiamo svalutati[2].

Cosa succede se il proponente anziché un essere umano è un’IA?

Il rifiuto si riduce in modo significativo: è più probabile che le persone accettino l’offerta “sleale” di soli 20 dollari.

Questo perché non pensiamo che l’IA abbia l’intento dannoso di sfruttarci o svalutarci: è solo un algoritmo, non ha il libero arbitrio, quindi possiamo accettare soli 20 dollari.

Il fatto che le persone possano accettare offerte sleali dall’AI preoccupa perché significa che questo fenomeno potrebbe essere usato in modo dannoso e manipolativo. Ad esempio, un’azienda potrebbe manipolare i lavoratori affinché accettino salari ingiusti dicendo che è stata una decisione presa da un computer. Per proteggere i consumatori, occorre capire quando, dove e quanto le persone sono vulnerabili alla manipolazione da parte dell’IA.

Siamo sorprendentemente disposti a divulgare informazioni all’AI

In alcuni lavori in via di pubblicazione, i ricercatori hanno scoperto che le persone tendono a divulgare informazioni personali ed esperienze imbarazzanti più volentieri all’intelligenza artificiale che a un essere umano.

E’ stato detto ai partecipanti di immaginare di essere dal medico per un’infezione del tratto urinario. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi, quindi metà ha parlato con un medico in carne ed ossa e metà con un medico di IA. I partecipanti sono stati informati che il dottore avrebbe fatto alcune domande per trovare il miglior trattamento e più si rispondeva più questo avrebbe aiutato il medico.

I partecipanti hanno rivelato più informazioni personali all’AI, riguardo a domande potenzialmente imbarazzanti sull’uso di giocattoli sessuali, preservativi o altre attività sessuali. Questo perché siamo portati a pensare che l’IA non giudichi, mentre gli umani sì.

Parlare con un sistema di intelligenza artificiale ci fa sentire più al sicuro e meno giudicati, nonostante molte persone temano per la loro privacy.

Se l’intelligenza artificiale avesse il libero arbitrio?

Dare all’IA caratteristiche umane o un nome umano, induce a credere che l’IA abbia il libero arbitrio[3]. Con tutte le implicazioni del caso:

  • L’’IA si fa così più persuasiva non solo quando dice come fare le cose, ma anche quando spiega il perché, poiché vedendola a noi simile, pensiamo sia in grado di comprendere obiettivi e motivazioni umane
  • Offerte e condizioni sleali (per esempio i 20 dollari dell’esperimento sopra citato) hanno meno probabilità di essere accettate se l’IA ha un aspetto umano che la accomuna all’uomo
  • Iniziamo a sentirci giudicati dall’intelligenza artificiale e in imbarazzo e tendiamo a rivelare meno informazioni personali
  • Ci sentiamo in colpa quando danneggiamo un’IA dall’aspetto umano, e quindi tendiamo ad agire in modo più benigno nei suoi confronti

In futuro con il progredire dell’IA, quando diverranno utili in cucina, a servire, a vendere, a prendersi cura dei pazienti in ospedale e persino a sedersi a un tavolo da pranzo come un partner normale, sarà importante capire come influenza le nostre decisioni per proteggerci là dove e quando serva[4].

Intanto Alexa ha deciso di farmi sentire una stazione radio irlandese…

 

Fonti

[1] Kim TW, Duhachek A.,  Artificial Intelligence and Persuasion: A Construal-Level Account. Psychological Science. 2020;31(4):363-380.

[2] Henrich J., Boyd R, Bowles S., Camerer C.F., Foundations of humans sociality: economic experiments and ethnographic evidence from fifteen small-scale societies, 2006, Oxford University Press

[3] http://abotdatabase.info/

[4] Danaher J., McArthur N., Robot sex: social and ethical implications, The Mit Press, 2017

CREDITI SOCIALI CINESI: non tutte le spinte sono gentili

Ci sono persone che sanno intavolare un confronto costruttivo, farti riflettere e contemporaneamente spingerti a delle soluzioni. E’ ciò che è successo con #marcolarosa che con una sola domanda mi ha regalato una dose sufficiente di dopamina da arrivare all’anno nuovo.

Il sistema dei crediti sociali cinesi è un esempio di applicazione dei Nudge?

https://www.neurowebcopywriting.com/crediti-sociali-cinesi-e-nudge-laura-mondino/

 

COLLEFERRO: è TUTTO più COMPLESSO, è TUTTO TRAGICAMENTE BANALE

Non seguo volentieri la cronaca nera, mi lascia sempre l’amaro in bocca. La ricerca compulsiva dello scoop e del sensazionalismo, camuffata in affannosa ricerca della verità, non solletica il mio interesse. Anche i recenti fatti accaduti a Colleferro, non sono da meno. Anche se, ancor più che in altri casi, è difficile sottrarsi alla lettura, non c’è Media o Social che non ne parli, mescolando le carte con la stessa bravura di un baro professionista.

Così sfoglio qualche pagina, non ritrovandomi in quasi nessun racconto. La violenza esplicitata, non è figlia del fascismo. Anzi ha ben poco a che fare con il credo politico. In questo caso. La violenza cieca e inutile, esercitata su Willy Monteiro Duarte è un atto estremo di teppismo e brutalità. La banale violenza, per parafrasare Anna Arendt, che sembra ancor più feroce, perché troppo semplice da comprendere.

Un conto è avversare, un altro è odiare – sostiene il teologo e uomo di grande cultura Vito Mancuso – L’avversario è sì oggetto di avversione ma non necessariamente di odio. Il nemico lo si vuole vincere, sconfiggere ma non annientare. L’odio invece vuole annientare e il suo furore accecante lo rende ignorante”.

Al di la della dotta filosofia, la scienza è meno corretta e poco si preoccupa di cercare consensi. Pochi sanno, infatti, che le aree del cervello che si attivano quando odiamo sono in parte comuni a quelle di quando amiamo. Come a dire che senza il male non ci sarebbe il bene e viceversa, per eventuali negazionisti rimando allo studio: https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0003556).

IL CERVELLO CHE ODIA

Nello studio i ricercatori hanno concentrato l’attenzione sul sentimento di odio provato nei confronti di un collega o di un ex partner. Il campione dello studio era costituito da 17 soggetti, i cui cervelli sono stati esaminati con risonanza magnetica mentre erano impegnati a osservare immagini di persone odiate e di persone a loro conosciute, nei confronti delle quali non sussisteva tale sentimento.

E’ emerso che la vista della persona odiata attiva particolari circuiti del cervello e alcune componenti che si sanno coinvolte nella generazione di comportamenti aggressivi e nella loro traduzione in schemi motori.

Nella corteccia prefrontale si attivavano aree essenziali per la previsione delle azioni degli altri, il tutto come se ci si stesse preparando ad affrontare il diabolico nemico, benchè questo fosse solo in fotografia. A livello sottocorticale vengono invece coinvolti il putamen e l’insula, due aree che si attivano nelle emozioni di disgusto e disprezzo, ma anche nelle prime fasi di attivazione nel sistema motorio. Proprio questo legame potrebbe costituire la ragione per la quale amore e odio sono così strettamente interconnessi.

È significativo – spiega il prof. Zeki, responsabile dello studio – che sia il putamen sia l’insula vengano attivati dall’amore romantico. Il putamen potrebbe essere inoltre coinvolto nella fase di preparazione di azioni aggressive all’interno di un contesto amoroso, per esempio nelle situazioni in cui un potenziale rivale costituisce un pericolo. Gli studi fanno ritenere che l’insula potrebbe essere coinvolta anche nelle risposte agli stimoli della sofferenza, e la vista di un viso amato o odiato potrebbe costituire un segnale di sofferenza.

ODIO E AMORE: DIFFERENZE

La differenza tra il sentimento d’amore e il sentimento di odio è la seguente: una vasta area della corteccia cerebrale si disattiva nel caso dell’amore, mentre solo un’area minima si disattiva in presenza di odio. Dato questo che potrebbe sorprendere considerato che l’odio può essere una passione molto intensa, esattamente come lo è l’amore. “Ma mentre nell’amore romantico il partner ha spesso un atteggiamento meno critico e giudicante nei confronti del proprio amato, è più probabile che in caso di odio, la persona che prova questo sentimento voglia esercitare un giudizio per decidere azioni atte a danneggiare, ferire o vendicarsi della persona oggetto di odio.

L’ODIO è IGNORANTE?

Mancuso sostiene che “l’odio non è intelligente. Non si tratta di essere necessariamente buoni nello scegliere di combattere l’odio. Si tratta di essere intelligenti”. Difficile dargli torto, la visione empatica ha sempre qualcosa di grandioso: aiuta a fare ammenda al senso di colpa che ci si incolla dal momento della nascita, eppure per chi studia la mente, l’odio è una passione interessante quanto l’amore, forse ancora di più. Diventiamo irrazionali in entrambe le situazioni, sia quando ci innamoriamo sia quando odiamo, e le azioni che talvolta compiamo come atti eroici o malvagi ne sono la diretta conseguenza. Quasi una necessità di sopravvivenza.

Quanto male siamo disposti dunque a fare in nome del Bene? Forse messa così, l’odio non appare neppure più una minaccia, solo un disperato bisogno di venir amati. Forse.

Senza contare che al concetto di bene, ognuno può dare la connotazione che vuole, proprio come hanno fatto i ragazzi di Colleferro… Ecco perchè è altrettanto difficile aspettarsi il pentimento. Alla fine quindi la politica, di qualsiasi schieramento, ha ben poco a che fare… E’ tutto più complesso, è tutto (più) tragicamente banale!

NEUROARCHITETTURA per DISEGNARE UFFICI UMANI, SANI e PRODUTTIVI

Non ci facciamo caso ma trascorriamo più del 90% del nostro tempo all’interno di edifici. E sapendo che l’ambiente influenza fortemente il cervello, questo dovrebbe farci riflettere e (ri)considerare l’importanza di creare luoghi più umani, sani e capaci di favorire il benessere.

Di questo si occupa la Neuroarchitettura, disciplina che studia come l’ambiente modifica la chimica cerebrale e, quindi, emozioni, pensieri e comportamenti (nata 25 anni fa ad opera del neuroscienziato Fred Gage).

I primi esempi di neuroarchitettura si sono avuti con la progettazione di ospedali. Una delle sue scoperte più celebri è quella che i pazienti, che godono di una stanza con vista su un parco o un paesaggio naturale, guariscono prima.

La neuroarchitettura permette di gestire aspetti cruciali, come la quantità e la proiezione della luce o l’altezza dei soffitti. Prende in considerazione l’effetto degli elementi architettonici sul cervello, favorendo un effetto collaborativo o garantendo una maggiore privacy. I progetti architettonici con angoli marcati o appuntiti favoriscono lo stress. Gli spazi rettangolari esercitano una maggiore sensazione di spazio chiuso rispetto ai disegni a pianta quadrata.

Lo psicologo e designer Colin Elard sostiene che siamo attratti dalle facciate simmetriche con texture interessanti e innovative per un bisogno profondo di novità, mentre la tendenza a cercare un rifugio spinge a creare, nelle case, angoli dove stare in intimità (la zona poltrona).

Il neuroscienziato Oshin Vartanian ha dimostrato l’attrazione che esercitano su di noi le curve: siamo attratti dall’open space per socializzare e dagli spazi chiusi per concentrarsi o risolvere un problema. Questo spiega la necessità di chiudersi, in una stanza, quando si è in riunione.

CATHEDRAL EFFECT

Anche l’altezza di un soffitto può avere effetti su produttività e attenzione. I soffitti alti sono appropriati per attività creative e artistiche. Quelli bassi favoriscono la concentrazione e il lavoro di routine. L’effetto che un soffitto alto ha sulle persone, viene definito Cathedral Effect: uno studio del 2007, ha dimostrato che la percezione dell’altezza (quindi non solo la misura in termini assoluti), crea una predisposizione alla creatività derivante dal senso di libertà.

Per contro i soffitti bassi facilitano l’elaborazione specifica con inclinazione verso il perfezionismo. Lo studio è molto interessante poiché cerca di fornire una misura dell’altezza del soffitto da mettere in relazione agli effetti psicologici desiderati.

Quando una persona si trova in un ambiente con un soffitto di circa 3 metri, tende a pensare in modo più astratto, mentre una persona che si trova in una stanza con un soffitto di circa 2 metri e 40, avrà maggiore predisposizione per concentrarsi su argomenti specifici.

Il nome “effetto cattedrale” deriva dalla sensazione che si prova quando si entra in una grande chiesa dove si avverte un senso di libertà che sfocia quasi nella percezione di appartenere al cosmo, tutto ciò in contrapposizione al senso di raccoglimento che si avverte in una piccola cappella.

9 STRATEGIE FACILI DA APPLICARE

Secondo l’architetto Donald M. Rattner, pioniere dell’applicazione della psicologia all’architettura, la spazialità è in relazione all’apertura mentale. L’osservazione di forme o oggetti lontani stimola l’astrazione, le cose vicine il pensiero concreto.

Rattner suggerisce alcune strategie progettuali:

  • Sfruttare finestre, vetrate e viste in modo da fonderle con l’ambiente circostante;
  • Orientare i mobili in modo che il tavolo e la postazione guardino verso una finestra;
  • I soffitti alti aumentano il senso di spazio e di creatività. Si possono usare trucchi visivi per far sembrare più alto un soffitto: una tappezzeria a strisce verticali o forme dei mobili allungate e slanciate;
  • Poster e quadri di paesaggi aperti aumentano la sensazione di spazialità.

La luce svolge un ruolo nell’influenzare il ciclo circadiano e va particolarmente curata:

  • Evitare tende e drappeggi pesanti
  • Usare porte in vetro
  • Attenzione alle luci blu, ad esempio del pc, in quanto disturbano il ciclo circadiano
  • Usare lampade led intelligenti che si autoregolano in base alla luce solare
  • Non esagerare con l’intensità perchè troppa luce inibisce la creatività

Le FATE NON esistono SE i BAMBINI NON battono le MANI

Era il 1999, avevo 18 anni, e quando mio nonno mi chiese quale regalo volessi per il compleanno risposi I versetti satanici di Salman Rushdie. Pur essendo un fervente e onnivoro lettore, mi guardò stranito. Per i miei “primi” 18 anni sicuramente si era aspettato qualcosa di più impegnativo, almeno economicamente.

E’ stata un’intervista di Antonio Monda su La Stampa allo scrittore indiano, a farmi tornare alla mente quell’episodio.

Irriverente, ma coraggioso, mi stimolava l’idea di leggere un libro censurato e di un autore che oltre alla condanna a morte decretata da Khomeyni, anche diversi traduttori avessero rischiato la vita (il traduttore italiano e quello svedese vennero feriti e il traduttore giapponese venne ucciso l’11 luglio 1991) per aver avuto a che fare con questa storia.

“Un uomo che decide di inventare se stesso, si assume il ruolo del Creatore, almeno secondo un certo modo di vedere le cose: è uno snaturato, un bestemmiatore, un abominio tra gli abomini. Da un altro punto di vista, potreste vedere pathos nella sua persona, eroismo nella sua lotta, nella sua disponibilità a rischiare: non tutti i mutanti sopravvivono. […] Un uomo che inventa se stesso ha bisogno di qualcuno che creda in lui, per dimostrare che ce l’ha fatta”.

Ricordo lo smarrimento dopo aver divorato le 500 pagine del libro e la magia sognante di una storia di cui non si capisce il senso fino a quando una voce non ti illumina all’improvviso dall’alto e ti dice: Per rinascere si deve prima morire.

Un uomo che inventa se stesso ha bisogno di qualcuno che creda in lui, per dimostrare che ce l’ha fatta. Di recitare ancora la parte di Dio, potreste dire. Ma potreste anche scendere qualche gradino e pensare a Tinker Bell: le fate non esistono se i bambini non battono le mani. O potreste semplicemente dire: significa proprio questo essere un uomo. Non è solo il bisogno di esser creduti, ma quello di credere in un altro.

Rushdie mi aveva conquistata. Una storia dove uomini comuni precipitano da 6000 metri senza conseguenza alcuna, dove uomini comuni acquistano come per magia un’aureola luminosa o due corna da capra, dove uomini comuni scelgono di vivere una vita lontano dalla loro patria e si fanno sedurre dalle luci dell’Occidente, dove uomini comuni cercano un’integrazione in una cultura diversa dalla loro. Quello che mi ha insegnato Rushdie, è che ogni persona può sbagliare e avere debolezze, che la lotta tra il Bene e il Male è e sarà sempre parte importante della nostra vita, che l’Amore (per se stessi, per gli altri), è l’unico segreto da conoscere.

Mentre scorro l’articolo, le parole di Rushie, continuano a farmi riflettere: “Cos’è la libertà di espressione? Senza la libertà di offendere cessa di esistere”.

POST VACATION BLUES. Quando rientrare al LAVORO genera STRESS

Post vacation blues, così lo chiamano gli inglesi. Lo stress da rientro, da fine vacanza. Chi non lo ha vissuto almeno una volta, alzi la mano…

Calo dell’attenzione, mal di testa, apatia, svogliatezza, problemi digestivi, tachicardia, irritabilità sono alcuni dei sintomi che ci invadono quando al suonare della sveglia ricordiamo che il lavoro è lì che ci aspetta, con tutti i suoi pro e contro. E in un attimo abbiamo l’impressione che le tranquille giornate al mare o le piacevoli camminate in montagna non siano mai esistite o peggio… balena in testa che forse era meglio non andare proprio in vacanza se le conseguenze sono queste.

Anche se non è di grande aiuto il post vacation blues colpisce in media un italiano su 10. Mentre una ricerca della Radboud University nei Paesi Bassi, sostiene che è sufficiente un lunedì lavorativo dopo le ferie per far svanire i benefici del riposo appena goduto. Gli studiosi hanno chiesto al campione di ricerca di evidenziare il personale stato di benessere generale due settimane prima delle vacanze, in vacanza e due settimane dopo il rientro: i risultati hanno rivelato che i livelli di soddisfazione psicofisica sono andati in picchiata una volta rientrati sul luogo di lavoro.

PERCHE’ DIVENTIAMO VITTIME DI QUESTO BLUE MOOD?

Per molti la vacanza è sinonimo libertà. Solo in questo periodo riescono ad annullare il pilota automatico dell’abitudine. Al rientro delle vacanze ecco che possono sorgere domande quali “perché svolgo proprio quel lavoro”, “perché faccio tutte queste cose?”, insomma si mettono in discussione quelle abitudini che non solo altro che adattamenti comportamentali, attività che vanno in automatico.

Tornare al lavoro è più facile per le persone molto abitudinarie perchè per loro riappropriarsi dei soliti cari ritmi è fonte di tranquillità e pace. Infatti il cervello ama crogiolarsi nella sua confort zone e i cambiamenti hanno solo la capacità di destabilizzarlo.

Il post vacation blues in ogni caso è un passaggio fisiologico che svanisce in pochi giorni. Il nostro organismo è infatti progettato per adattarsi rapidamente al cambiamento.

TRE CONSIGLI SU COME PREVENIRE e/o RIDURRE LO STRESS DA RIENTRO

COGLI L’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE ABITUDINI

Per superare lo stress da rientro è fondamentale pensare che il ritorno al lavoro sia un’occasione per rinnovare alcune abitudini, ripensare ad alcune modalità, scegliere strategie e direzioni diverse, per sentirsi più padroni del proprio tempo e della propria rotta.

ANALIZZA LE EMOZIONI

Dedica un tempo maggiore del solito a pensare prima di agire. Non buttarti subito nell’operatività impulsiva del lavoro o delle diverse attività che costellano la tua quotidianità, riprendi a piccoli passi, con gradualità. Non stare a sentire il grillo parlante nella tua testa che ti rimprovera di essere in ritardo, di essere lento, di essere stato in vacanza.

FAI MOVIMENTO

Se si è trascorsa una vacanza con camminate o sport rigeneranti, è importante continuare a fare sport e a dedicarsi a quelle attività così salutari, soprattutto per la mente, anziché relegarle a divertimenti esclusivamente estivi.

A questo punto, non  ci resta che aspettare la prossima vacanza…

Una STRANA CORSA VERSO la LIBERTA’

Un uomo trova un dado da gioco, e prendendolo in mano sente la necessità di lanciarlo e di comportarsi in base al risultato. “Se esce il 3 faccio quello che farei comunque, mi lavo i denti e vado a dormire; se esce il 2 faccio ciò che vorrei realmente fare: busso alla mia vicina e se apre la porta, ci vado a letto…”

Un’opzione per ogni faccia del dado. Esce il 2 e l’uomo rallenta, sa di trovarsi di fronte un limite, se lo oltrepassa la sua vita rischia di cambiare… ma in fondo la decisione non è sua, è del dado e così asseconda questo destino un po’ forzato.

Quando torna a casa, qualche ora più tardi, si sente cambiato, un cambiamento percettibile ma inarrestabile. Ha fatto qualcosa che mai avrebbe fatto, si sente più coraggioso e più libero.

UNA DOMANDA, SEI SOLUZIONI

Passa il tempo e l’uomo si affida sempre di più al dado. Una domanda, sei soluzioni: tutto attraversa la coscienza del dado. La scelta del film da vedere, cosa mangiare, chi maltrattare o riverire… All’inizio le opzioni sono prudenti, poi si fanno più audaci e tutto ciò che mai aveva considerato, diventa opzione del gioco. Andare in un luogo in cui non andrebbe mai, provare a sedurre una donna pescata a caso sull’elenco telefonico, entrare in un locale per scambisti, andare a letto con un uomo… Anche con i suoi pazienti usa il dado: lui è uno psichiatra.

I risultati sono spaventosi, la moglie lo lascia, l’ordine dei medici lo espelle perchè incapaci di sostenere questa terapia rivoluzionaria, gli amici lo abbandonano.
Ma l’uomo prosegue in questa strana corsa verso la libertà, l’obiettivo è chiaro: non essere più prigionieri di se stessi, poter agire secondo l’umore e il capriccio del momento. “All’inizio, era come marijuana, piacevole e divertente, poi è diventato come l’acido una roba esaltante ma distruttiva”.

Via via che il racconto procede, la tentazione di ricorrere al dado, l’ho avuta anch’io. Lasciando all’inanimato seduttore di numeri, quello che in realtà affiora alla coscienza, senza portarne la colpa. Dire ciò che si pensa o fare ciò che le convenzioni non ci consentono di fare e poter sorridere tirando il dado, una volta di più.
Poi mi sono chiesta se questa apparente anarchia fosse solo un desiderio inespresso di deporre l’affannoso e crudele arbitrio che non abbiamo. Arrestare l’indicibile elenco di dettami che la vita che ci siamo costruiti, ci ha imposto. Ma chi è il dado? Chi rappresenta? La mia coscienza vulnerabile o il mio inconscio soggiogato che militarmente disarciona il cavaliere? Perdere la guida per perdere la strada.

LA LIBERTA’ CHE IL DADO REGALA A CARO PREZZO

Qualcuno nel tempo è morto per la scelleratezza del dado, altri sono rinsaviti, altri non hanno rotto la dipendenza pur ricorrendoci solo per scelte poco pericolose.
Il dado è un mezzo che regala a caro prezzo un sorso di libertà. Mi viene in mente la Merini, la poetessa che non aveva bisogno del dado per uscire dalle convenzioni. Era la prima a considerarsi folle.

Luke, l’uomo del dado, giorno dopo giorno continua ad affidarsi al fato che il dado sceglie in vece sua. Giocherà il gioco dello psicopatico, del debole, dell’aggressivo, del fanatico, dello stupido, del simpatico, dell’affabile, del romantico… fino a uccidere uno sconosciuto. Non verrà mai scoperto.

THE DICE MAN

Chissà chi ognuno di noi chiederebbe al dado di uccidere al posto nostro? Mi chiedo mentre l’ultima pagina consegna al libro la sua integrità. The dice man, l’uomo dei dadi… Sì, perchè l’uomo dei dadi è un racconto, e come nei racconti migliori, poco importa se ciò che vi è narrato sia accaduto veramente. È l’immaginare una follia del genere che la rende già possibile. Un’utopia negativa, più aperta alla distruzione, che alla creazione.

L’uomo dei dadi è un racconto antropologicamente affascinante, denso di psicologia e filosofia. Dove ad aver l’ultima parola è il diktat supremo: «Chiunque può essere chiunque». Se in Fu Mattia Pascal, c’è un annichilimento dell’identità e una ricerca di pura autenticità seppur nel fallimento, qui c’è un disperato bisogno di (auto)distruzione, è il nichilismo estremo il fondo più fondo di questo libro che si legge a strati. E che molto difficilmente si dimentica.

Le BUONE IDEE non ARRIVANO MAI da SOLE: l’INSICUREZZA che SPINGE a fare MEGLIO

Sono alle prese con la stesura di un saggio. Ma poco importa quello su cui sto lavorando. Tutti gli scrittori, quando hanno una buona idea in testa, lo sanno. Sentono di star inseguendo qualcosa di buono. Di unico. Ma sanno anche che, prima o poi arriverà, una sorta di insicurezza, che come una corrente avversa, navigherà loro contro.

E sanno anche che se quella forza che impone loro di fermarsi immediatamente, di mollare, non arriva, allora non stanno facendo del nostro meglio, non stanno spingendo al massimo delle loro capacità.

L’IMPREVEDIBILITA’ DELL’INSICUREZZA

Appena inizio un nuovo libro, tutto è semplice. Scrivere è naturale, quasi automatico. Ma so anche che non sarà così per sempre. Prima o poi l’insicurezza arriverà. Solo che non so mai prevedere quando. Nessun scrittore lo sa. A volte il primo giorno altre, dopo qualche settimana. Semplicemente non possiamo scegliere il momento. E nemmeno il modo.

Ciò che i lettori hanno amato dell’ultimo libro, potrebbero non ritrovarlo nel prossimo. Per questo sputiamo sangue in ogni frase, ma questo non ci aiuta a sentirci meglio.

Non importa quanti libri abbiamo scritto, c’è sempre un odioso grillo parlante interiore che aspetta la nostra resa per dirci “ te lo avevo detto che il successo non sarebbe durato”… Non importa per quanto tempo scriviamo: il dubbio su se stessi non se ne andrà mai, per fortuna abbiamo affinato gli strumenti per smorzare la sua influenza.

L’arte della scrittura pretende un caro prezzo. E se anche riusciamo a pubblicarlo al meglio, il nostro lavoro è pubblico e non possiamo mai controllare il risultato finale. Una sorta di roulette russa che gioca con la nostra visibile sensibilità.

BAROMETRO DELL’IMPEGNO

Per fortuna si può impedire all’insicurezza di portare a termine il suo successo e la nostra disfatta. Ricordando che è il barometro del nostro lavoro.

Non combattiamola, aspettando come fa il cacciatore con la preda. Ma accogliamola, aspettiamo che si mostri. Senza però darle ascolto o ci porterà alla resa e il manoscritto su cui staremo lavorando potrebbe rimanere tale per anni. E ammuffire poi in un cassetto.

Quando però l’insicurezza arriva significa che sei nel club. Sei uno scrittore.

 

Addio Amos… scrittore della speranza

“Non c’è una felicità che assomiglia all’altra”, scriveva nel romanzo epistolare “La scatola nera”. Vivere nonostante la disperazione era forse la sua massima espressione di felicità.

Amos Oz, il grande scrittore israeliano, che nelle parole ha sempre cercato il senso del vivere e l’umanità delle cose, ha perso la sua ultima battaglia a 79 anni, dopo lunga malattia.

“Imparai a leggere praticamente da solo, ero ancora molto piccolo. Che altro avevamo da fare? Alle sette di sera eravamo già chiusi in casa per via del coprifuoco imposto dagli inglesi a tutta la città. Spesso saltava la corrente elettrica, negli anni Quaranta del secolo scorso a Gerusalemme, ma anche quando non saltava si viveva comunque dentro una luce vaga, perché era immorale usare una lampadina da quaranta watt quando si poteva leggere, cavandosi gli occhi, con una da venticinque (“che cosa avrebbero detto i vicini, vedendo un’illuminazione da gala?”.

L’ultimo libro tradotto in italiano “Finchè morte non sopraggiunga”, si fa oggi premonitore, nonostante sia stato pubblicato nel 1971.

Con ironia e passione, ha raccontato nei suoi libri l’amore e la morte, i sensi di colpa e la nostalgia. Di qualcosa che è stato ma poteva essere molto diverso. Il suicidio della madre, e lo spasmodico bisogno di trovarne un senso, la ribellione alle leggi famigliari entrando in un kibbutz e abbandonando il cognome originario, il racconto della storia di Israele. La lotta al fanatismo perché combattere «un pugno di fanatici su per le montagne dell’Afghanistan» è una cosa, ma «essere» contro il fanatismo significa essere aperti al pluralismo e alla tolleranza. Perché il fanatismo, prima di qualsiasi integralismo, è questione antichissima e radicata nella natura umana: «un gene del male».

«Lo scenario non è solo un ritratto di Israele dal giorno in cui fu fondato nel 1948 fino a oggi. È altresì una rappresentazione della stessa condizione umana. Noi tutti, ovunque, viviamo davvero alle pendici di un vulcano attivo. Forse il vulcano mediorientale è più attivo di quello europeo, ma ogni essere umano, in ogni luogo ed epoca, vive a stretto contatto con la disperazione, la paura, la catastrofe».

Lo ricordo con una frase che mi ha fatto molto pensare:  “Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare il fratello, piuttosto che lasciarli vivere”

Addio Amos, che tu possa continuare a lottare anche là, dove forse la penna da arma, può farsi abbraccio.