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Comprendere il comportamento umano attraverso i “percorsi del desiderio”

Era il 1967, quando Richard Long, uno studente di 22 anni, camminò in linea retta in un prato, andata e ritorno, finché non apparve un sentiero. Fotografò la sua effimera opera, creando così “A Line Made By Walking” (Una linea tracciata camminando). Quella fotografia divenne un’opera fondamentale nella storia della land art e dell’arte concettuale ma anche il primo esempio dei “Desire Path” o “Desire Line” o “Pirate Path”:

percorsi spontanei creati dal ripetuto passaggio di persone su aree diverse da quelle indicate da marciapiedi e viali pavimentati.

Forse, non ci avete mai fatto troppo caso, ma l’essere umano nutre una certa difficoltà nel rimanere sul sentiero segnato, anche se questo significa sporcarsi le scarpe. Questo perché i sentieri non pianificati non sono semplici atti di sconsideratezza o distruzione ma una visualizzazione di ciò che le persone desiderano e di cui hanno bisogno: una silenziosa dichiarazione collettiva sul comportamento umano, sulle preferenze e sulla praticità.

I percorsi del desiderio rappresentano una forma di espressione democratica, tracciati non da architetti o urbanisti, ma dai piedi di coloro che li percorrono ogni giorno. Rivelano il divario tra ciò che è stato progettato e ciò che è desiderato, illustrando come le strutture imposte spesso non riescano a soddisfare i bisogni umani.

Potremmo vedere queste scorciatoie come una metafora dello spirito umano alla ricerca dei propri desideri. La prova della nostra capacità di forgiare nuove strade e trovare alternative quando i percorsi prestabiliti non si allineano ai nostri obiettivi o valori.

Con un numero sufficiente di persone che percorrono lo stesso sentiero non segnalato, questi percorsi informali cessano di essere sogni o deviazioni. Si fanno strada nella realtà, diventando validi e duraturi quanto i sentieri lastricati da cui un tempo si discostavano. Percorsi desiderati che si fanno promemoria della nostra capacità collettiva di creare nuove strade quando quelle vecchie non funzionano più. Dimostrano che quando un numero sufficiente di persone crede in un percorso alternativo, può farlo concretizzare, non importa quanto radicati possano sembrare i sistemi o le strutture esistenti.

Più persone si uniscono, meno tempo ci vuole perché il cambiamento metta radici, e questo è un pensiero profondamente incoraggiante.

La tensione tra i percorsi del desiderio che “distruggono” e “creano” incarna la trasformazione: a volte, costruire qualcosa di meglio richiede lo smantellamento del vecchio. I percorsi del desiderio possono sconvolgere il terreno, ma tracciano rotte che servono a coloro che li percorrono. Allo stesso modo, norme e sistemi sociali obsoleti, pur essendo radicati da tempo, spesso perdono la loro utilità o equità (se mai ce n’è stata).

Il progresso non deriva dalla passività, ma dalla rottura dell’ordine, dalla messa in discussione delle norme e dalla resistenza alle regole che non ci servono, aprendo la strada a qualcosa di migliore.

I percorsi di desiderio ci ricordano che, sebbene sistemi e strutture possano esserci imposti, conserviamo sempre la capacità di plasmare il mondo affinché rifletta meglio i nostri bisogni e le nostre aspirazioni. In questo modo, offrono una sorta di pacato ottimismo, una prova di resilienza di fronte alla rigidità e una testimonianza del potere duraturo della volontà collettiva. I percorsi di desiderio ci ricordano che con lo sforzo collettivo e la perseveranza, questi cambiamenti possono avvenire più rapidamente.

Non è un caso se non pochi architetti li considerano come una vera risorsa progettuale. Anzichè prestabilire i percorsi, pensano spazi che siano le persone ad evidenziare, così da poterli pavimentare solo una volta consolidati. Questo, almeno, è il principio alla base della realizzazione del giardino all’interno del campus della Ohio State University: i marciapiedi pavimentati sembrano non seguire alcuna direzione progettuale, ma sono il perfetto riflesso dell’utilizzo che gli studenti dell’università hanno fatto del giardino che connette gli edifici della struttura.

I desire paths servono anche a svelare i luoghi che le persone si rifiutano di percorrere. Se avete camminato sullo stesso itinerario per anni, probabilmente vi ritroverete a provare l’irresistibile desiderio di deviare dal sentiero, anche solo di pochi metri. È proprio questa idea che ha spinto una rivista accademica a definirli una testimonianza di “disobbedienza civile”

Questi percorsi, insomma, raccontano dell’eterno desiderio umano di avere una scelta. Il camminare è quasi impossibile da regolamentare, poiché non è solo un modo diverso di percepire la città ma anche, con il tempo, di cambiarla.

L’AMBIENTE condiziona RISULTATI, PERSONE e COMPORTAMENTI: in AZIENDA, in OSPEDALE, nei NEGOZI, RISTORANTI… OVUNQUE!

Il materiale con cui sono fatti gli oggetti e il modo in cui è pensato un ambiente influenzano la modalità in cui portiamo avanti una negoziazione, prendiamo decisioni, ci relazioniamo, acquistiamo, seguiamo le cure e le indicazioni dei medici.

UNA SEDIA NON è solo una SEDIA

Per esempio, più è rigida una sedia, più diventiamo resistenti ai compromessi, più è morbida e più siamo aperti all’ascolto e al confronto[1]. A dimostrarlo, uno studio condotto da un team di psicologi di Harvard, Yale e del M.I.T., che ha messo l’accento sulla sensazione tattile che gli oggetti ci trasmettono.

Il tatto è il primo dei nostri sensi a svilupparsi, l’impalcatura su cui costruiamo i nostri giudizi e le nostre decisioni sociali. Gli autori dello studio, fra i vari esperimenti, hanno testato anche quanto la durezza di un oggetto potesse influenzare la percezione di un racconto di una interazione ambigua sul posto di lavoro fra capo e dipendente. A un gruppo di soggetti è stata data una coperta morbida e a un secondo gruppo un blocco di legno. Rispetto a quanto fatto da coloro che avevano fra le mani una coperta, coloro che avevano ricevuto il blocco di legno hanno giudicato più severamente il comportamento del dipendente rispetto in una controversia con il capo.

Non solo la consistenza dei materiali, ma anche come il modo in cui oggetti e arredi sono disposti in una stanza, condiziona i nostri comportamenti. Per esempio, disporre le sedie in circolo rinforza il senso di appartenenza dei membri al gruppo[2]. Di contro, la disposizione a file risponde al bisogno di sentirsi unici. Questo input può esserci di grande aiuto quando dobbiamo organizzare un meeting o un momento formativo, per stimolare il comportamento più funzionale a quella situazione e far raggiungere gli obiettivi prefissati alle persone presenti.

Dritta che può essere utile per architettare l’interno di un ristorante, una lobby, la sala d’attesa negli aeroporti, negli ospedali, o semplicemente dell’azienda nella quale lavoriamo o che dirigiamo.

In un meeting o in una negoziazione, il tavolo rotondo è utile se si vuole favorire l’uguaglianza e la collaborazione: nessuno ha una posizione dominante. Il tavolo rettangolare è da prediligere invece quando si vuole creare naturalmente delle posizioni di potere e si vuole affermare la propria leadership. La disposizione a L è perfetta nelle situazioni conflittuali dove la tensione potrebbe compromettere il dialogo.

SEDIE, PAZIENTI E COMPLIANCE

Un esperimento simile al precedente è quello condotto in Texas, dove i ricercatori hanno voluto studiare l’effetto del posizionamento di una sedia sul comportamento dei medici e quanto questo potesse modificare la compliance (aderenza alle cure) dei pazienti.

È possibile che il semplice posizionamento di una sedia influisca sia sul modo in cui i medici trattano i pazienti ricoverati sia sulla soddisfazione e l’aderenza alle cure dei pazienti rispetto alle cure ricevute dai loro medici?

Cosa hanno scoperto?

I medici che entravano nella stanza, con una sedia posizionata di fronte al paziente avevano molte più probabilità di sedersi quando interagivano con i pazienti durante le visite quotidiane (63%) rispetto ai medici che dovevano spostarla e posizionarla autonomamente in prossimità della persona ricoverata (8%).

Il semplice atto di sedersi, ancor più importante, quando ci si rivolge ai pazienti ha benefici di cui la maggior parte di noi non è (o non vuole essere) consapevole. In questo studio, i ricercatori hanno dimostrato che il semplice fatto di sedersi con un paziente era associato a un aumento del 5% della soddisfazione dei pazienti.

Gli autori menzionano altri studi che dimostrano come i pazienti percepissero i medici che si sedevano come più compassionevoli, più premurosi e più incoraggianti nelle domande[3]. Forse interpretiamo le motivazioni dei nostri caregiver in modo più altruistico se ci parlano allo stesso livello. Forse il semplice fatto di sedersi fa sembrare che il medico stia segnalando che dedicherà il tempo necessario per spiegarci cosa sta succedendo e come stiamo. L’ospedale può essere un posto spaventoso. Qualsiasi cosa possa alleviare l’ansia che i pazienti possono naturalmente provare è positiva. Soprattutto se non costa nulla in termini di denaro, tempo o risorse.

RUMORE, NUDGE e PRODUTTIVITA’

Un articolo della Harvard Business Review ha conteggiato il tempo che si perde a causa del rumore: si perdono fino a 86 minuti al giorno a causa di distrazioni da rumore[4], mentre una ricerca condotta all’Università della California stima che per riprendere l’attenzione su un’attività successivamente all’interruzione occorrano in media 23 minuti e 15 secondi[5].

Per prevenire il disturbo da parte di colleghi, un gruppo di ricercatori dell’Università di Zurigo ha testato un sistema che è consistito nell’installare lampade nelle work station dei dipendenti segnalanti per segnalarne lo stato: rosso indicava occupato; giallo assente; verde disponibile. Questo semplice stratagemma ha ridotto il numero di interruzioni del 46% e l’85% dei lavoratori ha continuato a utilizzare la soluzione anche dopo la fase sperimentale[6].

Non mi dilungo oltre, anche se ci sono moltissimi altri elementi che condizionano i nostri comportamenti e le nostre emozioni. Il mio intento oggi è solo ricordare quanto l’architettura delle scelte e nello specifico i nudge[8] siano un concetto essenziale da considerare, trasversalmente dal settore sanitario a quello aziendale, per influenzare in modo funzionale ed ecologico il comportamento umano, a costi ridotti e in tempi rapidi.

La prossima volta pensaci, potresti rimanerne stupito!


Fonti

[1] Ackerman J.M., Nocera C.C., Bargh J., A Replication of Incidental Haptic Sensations Influence Social Judgments and Decisions, Science, 328, 2010, pp. 1712–1715

[2] Zhu R.J., Argo J.J., Exploring the Impact of Various Shaped Seating Arrangements on Persuasion, Jour[2]nal of Consumer Research Vol. 40, N. 2 (August 2013), pp. 336-349 78

[3] https://www.nordicglobal.com/blog/to-sit-or-not-to-sit-how-a-chair-can-affect-patient-satisfaction

[4] Calis C., Stout J., Stop noise from ruining your open office, Harvard Business Review, Marc 16, 2015.

[5] Mark G., Gudith D., Klocke U., Il costo del lavoro interrotto: più velocità e stress, Atti della conferenza SIGCHI su Human Factors in Computing Systems, 2008, pp. 107-110.

[6] AAVV., Engagement and the Global Workplace Key findings to amplify the performance of people, teams and organizations, Steelcase Global Report, 2016.

[7] repubblica.it/economia/miojob/interviste/2007/03/27/news/intervista_a_ettore_cirillo_docente_di_fisica_tecnica_al_politecnico_di_bari_e_curatore_della_ricerca_rumore_e_attivit_la-140906484/

[8] https://www.amazon.it/revolution-strategia-rendere-semplici-complesse/dp/8857910059/ref=asc_df_8857910059?mcid=0056a19fea443ca9b2e0b9c802ee747d&tag=googshopit-21&linkCode=df0&hvadid=700823987968&hvpos=&hvnetw=g&hvrand=13814520175537832646&hvpone=&hvptwo=&hvqmt=&hvdev=c&hvdvcmdl=&hvlocint=&hvlocphy=9214033&hvtargid=pla-838934856850&psc=1&hvocijid=13814520175537832646-8857910059-&hvexpln=0

NEUROARCHITETTURA per DISEGNARE UFFICI UMANI, SANI e PRODUTTIVI

Non ci facciamo caso ma trascorriamo più del 90% del nostro tempo all’interno di edifici. E sapendo che l’ambiente influenza fortemente il cervello, questo dovrebbe farci riflettere e (ri)considerare l’importanza di creare luoghi più umani, sani e capaci di favorire il benessere.

Di questo si occupa la Neuroarchitettura, disciplina che studia come l’ambiente modifica la chimica cerebrale e, quindi, emozioni, pensieri e comportamenti (nata 25 anni fa ad opera del neuroscienziato Fred Gage).

I primi esempi di neuroarchitettura si sono avuti con la progettazione di ospedali. Una delle sue scoperte più celebri è quella che i pazienti, che godono di una stanza con vista su un parco o un paesaggio naturale, guariscono prima.

La neuroarchitettura permette di gestire aspetti cruciali, come la quantità e la proiezione della luce o l’altezza dei soffitti. Prende in considerazione l’effetto degli elementi architettonici sul cervello, favorendo un effetto collaborativo o garantendo una maggiore privacy. I progetti architettonici con angoli marcati o appuntiti favoriscono lo stress. Gli spazi rettangolari esercitano una maggiore sensazione di spazio chiuso rispetto ai disegni a pianta quadrata.

Lo psicologo e designer Colin Elard sostiene che siamo attratti dalle facciate simmetriche con texture interessanti e innovative per un bisogno profondo di novità, mentre la tendenza a cercare un rifugio spinge a creare, nelle case, angoli dove stare in intimità (la zona poltrona).

Il neuroscienziato Oshin Vartanian ha dimostrato l’attrazione che esercitano su di noi le curve: siamo attratti dall’open space per socializzare e dagli spazi chiusi per concentrarsi o risolvere un problema. Questo spiega la necessità di chiudersi, in una stanza, quando si è in riunione.

CATHEDRAL EFFECT

Anche l’altezza di un soffitto può avere effetti su produttività e attenzione. I soffitti alti sono appropriati per attività creative e artistiche. Quelli bassi favoriscono la concentrazione e il lavoro di routine. L’effetto che un soffitto alto ha sulle persone, viene definito Cathedral Effect: uno studio del 2007, ha dimostrato che la percezione dell’altezza (quindi non solo la misura in termini assoluti), crea una predisposizione alla creatività derivante dal senso di libertà.

Per contro i soffitti bassi facilitano l’elaborazione specifica con inclinazione verso il perfezionismo. Lo studio è molto interessante poiché cerca di fornire una misura dell’altezza del soffitto da mettere in relazione agli effetti psicologici desiderati.

Quando una persona si trova in un ambiente con un soffitto di circa 3 metri, tende a pensare in modo più astratto, mentre una persona che si trova in una stanza con un soffitto di circa 2 metri e 40, avrà maggiore predisposizione per concentrarsi su argomenti specifici.

Il nome “effetto cattedrale” deriva dalla sensazione che si prova quando si entra in una grande chiesa dove si avverte un senso di libertà che sfocia quasi nella percezione di appartenere al cosmo, tutto ciò in contrapposizione al senso di raccoglimento che si avverte in una piccola cappella.

9 STRATEGIE FACILI DA APPLICARE

Secondo l’architetto Donald M. Rattner, pioniere dell’applicazione della psicologia all’architettura, la spazialità è in relazione all’apertura mentale. L’osservazione di forme o oggetti lontani stimola l’astrazione, le cose vicine il pensiero concreto.

Rattner suggerisce alcune strategie progettuali:

  • Sfruttare finestre, vetrate e viste in modo da fonderle con l’ambiente circostante;
  • Orientare i mobili in modo che il tavolo e la postazione guardino verso una finestra;
  • I soffitti alti aumentano il senso di spazio e di creatività. Si possono usare trucchi visivi per far sembrare più alto un soffitto: una tappezzeria a strisce verticali o forme dei mobili allungate e slanciate;
  • Poster e quadri di paesaggi aperti aumentano la sensazione di spazialità.

La luce svolge un ruolo nell’influenzare il ciclo circadiano e va particolarmente curata:

  • Evitare tende e drappeggi pesanti
  • Usare porte in vetro
  • Attenzione alle luci blu, ad esempio del pc, in quanto disturbano il ciclo circadiano
  • Usare lampade led intelligenti che si autoregolano in base alla luce solare
  • Non esagerare con l’intensità perchè troppa luce inibisce la creatività