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Il magazine NEUROWEBCOPYWRITING – Intervista Laura Mondino su “Come APPLICARE i NUDGES alle MICROCOPY

Cosa succede se le microcopy, i testi stringati ma strategici, che ci convincono a compiere un’azione e che precedono o sostituiscono i comandi e le call to action, incontrano i nudges, o spinte gentili, il nuovo approccio (premiato con il Nobel) elaborato dalla neuroeconomia per ridurre l’impatto di bias ed euristiche e facilitare il decision making?

La risposta nell’intervista-chiacchierata che mi ha fatto Marco La Rosa, web content writer & copywriter, pubblicata sul suo magazine Neurowebcopywriting

Ecco un estratto:

In due parole, cos’è un nudge e come si può applicare alle microcopy?

I nudge sono strategie che aiutano le persone a fare scelte funzionali al loro benessere, alla salute, al portafoglio e alla loro felicità. Senza scendere in eccessivi tecnicismi possiamo pensare ai Nudge come alle strategie che Sun Tzu ha raccolto nell’Arte della guerra. I cui principi insegnano a vincere il nemico senza combattere, usandone a proprio vantaggio la forza. I nudge utilizzano la umana irrazionalità (bias ed euristiche), per costruire opzioni di scelta vantaggiose per il comportamento che vogliamo incentivare.

Un esempio di nudge applicato alle microcopy è quello del sistema opt-in nella donazione degli organi. In alcuni Paesi, fra cui l’Italia, esiste un sistema opt-in, per cui un cittadino deve esprimere attivamente il consenso alla donazione. Senza il consenso esplicito, non è possibile prelevare i suoi organi dopo la morte. In altri Paesi vige invece un sistema di opt-out, per cui tutti i cittadini, sin dalla loro nascita, sono “di default” donatori di organi. Solo se esprimono esplicitamente il loro dissenso diventano non donatori.

Nei Paesi opt- out, il tasso di donazione degli organi è superiore al 90%, in quelli opt-in è del 15%. La libertà di scelta è la medesima, non sono stati imposti divieti né obblighi: il cittadino è libero di scegliere, ma nel caso del sistema opt-out è stato “spinto” verso una scelta che è un beneficio per l’intera comunità.

Ora, se l’opzione di default funziona quando si tratta di donare gli organi, a maggior ragione può funzionare su decisioni di gran lunga meno importanti, come quelle che facciamo ogni giorno quando acquistiamo qualcosa online.

Un esempio su tutti? Il rinnovo automatico di un abbonamento a un servizio. Nella maggior parte dei casi, questa opzione è quella di default, per cui l’utente deve attivarsi (anche semplicemente deselezionando una casella) per disattivare questa funzione. Usando il rinnovo automatico come opzione di default, le aziende traggono molti benefici dall’inerzia e dalla pigrizia dei loro utenti.

L’intervista completa: https://www.neurowebcopywriting.com/nudges-microcopy-intervista-laura-mondino/

E se un GIORNO INCONTRASSI MURAKAMI…

Controverso, asciutto e spesso impenetrabile. E’ questa l’immagine che mi ero fatta attraverso i suoi libri. Leggendo quelle fitte parole che non lasciano spazio a troppi sorrisi. Trovarmelo di fronte, non è stato molto diverso. Haruki Murakami, uno degli scrittori più acclamati degli ultimi anni, più volte candidato al Nobel, nel primo incontro pubblico in Italia.

Schivo e sfuggente, lontano da riflettori e interviste, non a caso non firma copie per i suoi fan, è in Langa. Colline altrettanto schive e impenetrabili, che hanno custodito il male di vivere di altri introversi Pavese, per fare un nome fra i tanti. Il luogo adatto per chi scrive per l’amore della parola e non per il riconoscimento che la letteratura come sangue, spilla dal cuore e dalle anime inquiete.

Comprendo il suo disagio, che vivo ogni volta anch’io. “Il mio mestiere è scrivere, non certo parlare”, potrebbe dire qualche personaggio dei suoi romanzi…

Per chi non lo conosce, per chi ancora non lo ha affrontato e anche per tutti gli altri, racconto attraverso parole chiave Murakami. Almeno ci provo.

ADOLESCENZA

Accosta, nei suoi romanzi, personaggi complessi, incapaci talvolta persino di comprendere loro stessi. Dall’adolescenza crudele, drammatica, dove morte e abbandono son così ricorrenti, da far male anche al lettore.

LIMBO

Dal dolore, dalla realtà che non risparmia nessuno, si travalica nel sogno. Si è sempre sospesi fra due mondi con Murakami. E man mano che le pagine si susseguono, smarrisci il sentiero e ti domandi dove vivi davvero. E poi c’è la certezza dell’incertezza. Il passato bussa ogni volta, reclamando attenzione. E portando il conto. Difficile sottrarsi.

TRISTEZZA

In ogni pagina ritorna la tristezza fitta, che come nebbia ti accompagna parola dopo parola e non si smarrisce nemmeno al The End. L’ineluttabile realtà non delle tragedie ma della vita normale. Quasi mai, se ci pensiamo bene, si vive felici e contenti. All’infinito.

SESSO

Anche il sesso è angosciante con Murakami. Disordinato, complicato, caotico, carne e passioni. Quasi mai piacevole da essere ricordato. Profondo nel suo simbolismo. In fondo, ogni orgasmo simula la vita e la morte. La realtà è molto peggio della fantasia.

MORTE E MUSICA

Compagne fidate, allietano o stroncano giornate più o meno amare. Ci sono sempre. E portano sempre un significato.

SOLITUDINE

I protagonisti sono spesso eroi solitari, indipendenti e liberi. Murakami descrive la bellezza di una solitudine non distruttiva, che è capace di uscire da un isolamento disperato perché in equilibrio. Quella, penso, che vive in lui. Che gli appartiene.

Così da vicino, schivo e sfuggente, ritrovo molti dei protagonisti dei suoi romanzi. L’equilibrio di essere se stessi, anche con gli abiti di chi lui, nei suoi libri, dà e toglie la vita.

TUTTO SUCCEDE alle 4 del MATTINO… ci avete mai fatto caso?

Avete mai fatto caso che ci sono cose che si fanno luogo comune, senza che nemmeno ce ne accorgiamo? Una di queste è ritrovarsi svegli alle 4 del mattino. La peggiore ora possibile. Troppo tardi per addormentarsi e troppo presto per sentirsi riposati.

L’ora delle streghe, delle avventure, dei suicidi, dei pensieri raggomitolati su se stessi, degli incubi e degli agguati alla polizia: il copione di Coppola nel Padrino sono le 4 del mattino.

Nella Casa degli Spiriti di Isabel Allende, Rosa dopo che viene uccisa, il medico la conserva con unguenti, lavorando fino alle 4 del mattino.

Martin Amis invece scrive: “l’11 settembre 2001, aprì gli occhi alle 4 del mattino a Portland: così iniziò l’ultimo giorno di Mohamed Atta”. Per essere l’ora più tranquilla e povera di eventi, le 4 del mattino vantano una pessima reputazione.

Sono molti i Media che non si sottraggono a questo luogo comune. Forse l’espediente delle 4 del mattino è qualcosa di segreto, deliberato, che noi comuni mortali non sappiamo comprendere…

Alberto Giacometti le cui sculture sono raffigurate sulle banconote da 100 franchi svizzeri, ha un’opera esposta al Moma di New York con il titolo “Palazzo alle 4 del mattino”.

Se cercate su Google “quattro del mattino”, oltre alle canzoni di Faron Young, i film di Judi Dench, incappate anche nella poesia di Wislawa Szymborska. Cosa possono avere in comune una poetessa polacca, una gentildonna inglese e un musicista country?

Faron Young si sparò alla testa il 9 dicembre del 1996, che per inciso è anche il giorno del compleanno di Judi Dench. Ma non è morto quel giorno, bensì quello dopo, alla stessa età di Giacometti.

Quello stesso giorno, il 10 dicembre 1996, invece Wislawa Szymborska era a Stoccolma a ritirare il premio Nobel per la letteratura, 100 anni dopo la morte dello stesso Alfred Nobel.

Coincidenze? Sincronismi?

In My life, la biografia di Bill Clinton, a pagina 474 si legge “Sebbene stesse migliorando, ancora non ero soddisfatto del discorso inaugurale. I miei autori lavorarono dall’1 alle 4 del mattino del giorno dell’inaugurazione, e ancora lo stavano cambiando”. Insomma, ti eri preparato tutta la vita a quello storico evento e qualsiasi discorso non pareva mai quello giusto.

Qualche riga dopo “il discorso migliorò molto alle quattro del mattino”. Com’è possibile? Che diavolo prende ai presidenti americani, alle 4 del mattino delle inaugurazioni?

Cos’é successo a William Jefferson Clinton? Potremmo non saperlo mai.

Ciò che va ricordato, nel finale della sua bella autobiografia, è che quel giorno Bill Clinton ha iniziato un viaggio – un viaggio che lo ha visto arrivare a primo Presidente Democratico eletto per due volte consecutive da decenni. Da generazioni.  Il secondo dopo quest’uomo, Franklin Delano Roosevelt,  che iniziò questo viaggio senza precedenti,  alla sua prima elezione,  in tempi meno complicati, nel lontano 1932. L’anno in cui Alberto Giacometti realizzò “Palazzo alle quattro del mattino”…

ADDIO Mr ROTH

E’ stato lo scrittore più venerato dalla critica mondiale, l’eterno candidato a un Nobel che però non ha mai vinto. Philip Roth è morto ieri a 85 anni. A poche settimane dall’annuncio dell’Accademia di Svezia travolta dagli scandali, che il premio Nobel 2018 non verrà assegnato, l’ultima beffa a uno scrittore che a quel riconoscimento è stato candidato quasi ogni anno senza mai ottenerlo.

Se n’è andato lo scrittore influente, dissacrante e dannatamente complesso: voce affilata che sopra ogni altra ha saputo scavare con una sincerità spietata, umana ma mai pietosa, nelle inquietudini del nostro tempo, smascherando ogni pretesto e nello stesso tempo scardinando le regole del romanzo.

L’esordio, nel 1959, con “Addio, Columbus”, storia d’amore tra due ventenni che serve da canovaccio per riflettere su quelli che saranno i suoi temi: sesso, amore, religione, ipocrisie che costituiscono lo zoccolo duro della società americana.

Nel 1969 il primo grande successo (e il primo vero scandalo) con “Il lamento di Portnoy” , in cui racconta in modo esplicito la storia di Alexander, figlio indisciplinato di una famiglia religiosa e borghese, che si accomoda sul divano dello psicanalista e racconta di un’esistenza trascorsa in gran parte a fare sesso (soprattutto da solo) e a fuggire dalla mamma impicciona. Insomma, Portnoy fa molto ridere, oltre che pensare.

Una delle numerose doti letterarie di Roth era la straordinaria capacità di giocare con l’illusione dell’autobiografia. Ossia il virtuosismo di raccontare tutto di sé senza lasciar capire al lettore quale fosse la linea di confine tra memoria e fantasia. Come se ogni volta l’autore reinventasse se stesso. Per buona parte della sua carriera, Roth coabiterà con il personaggio di Nathan Zuckerman, lo scrittore suo alter ego comparso in molte opere. Zuckerman scatenato è un abile gioco di specchi, fra citazioni coltissime e l’umorismo con cui Roth prende in giro il suo medesimo successo, i suoi libri e il mondo intero.

Gli anni passano ma il ribelle e irriverente autore di Portnoy è invecchiato bene, ora è un architetto della letteratura, capace di elevare costruzioni perfette per quattrocento pagine e passa. Attraverso una vicenda familiare descritta con forza espressiva ineguagliabile, “Pastorale americana” riproduce lo spietato affresco dell’America e delle società occidentali. Con questo libro Roth vince una caterva di premi, fra cui il Pulitzer 1998.

E infiniti altri romanzi, fra cui “la macchia umana”, dove Roth porta al culmine la guerra al moralismo puritano nella sua ultima deriva: il politicamente corretto

(«Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui…»).

Dopo aver smesso di scrivere Roth, convinto di aver scritto ormai le sue opere migliori e che qualunque altro libro non sarebbe stato abbastanza buono, ha dato disposizione che i suoi archivi venissero distrutti.

«Io non sono più molte cose che una volta ero, e non sono più capace di fare una quantità di cose che una volta facevo – ha detto in una delle ultime interviste. Alla mia età, smettere diventa un modo di vivere. Delle cose che non ho più, faccio a meno».