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BENVENUTI nell’ERA del JOB HUGGING, dove RESTARE è meglio che LASCIARE (il LAVORO)

Se, fino a qualche anno fa, la tendenza era lasciare l’azienda senza rimorso, nella certezza di trovare agilmente nuove migliori opportunità, è in atto, oggi, un nuovo comportamento: il job hugging, l’aggrapparsi con ansia ed eccessiva enfasi al proprio lavoro, a causa di un mercato poco chiaro e instabile.

Secondo l’Eagle Hill Retention Index, la maggior parte dei dipendenti prevede di mantenere l’attuale occupazione per i prossimi sei mesi/due anni, in quanto percepisce il mercato del lavoro come insidioso e instabile: la loro percezione delle opportunità esterne a disposizione è crollata al livello più basso da quando l’indice è stato introdotto nel 2023.

Una netta inversione di tendenza rispetto al periodo delle grandi dimissioni del 2021 e del 2022: all’epoca, il mercato del lavoro era in fermento, dopo un forte calo dell’occupazione a inizio della pandemia.

Anche se il mercato del lavoro attraversa continuamente fasi di stagnazione, questa volta, la percezione di eventi globali imprevedibili e senza precedenti, unita all’imminente rivoluzione dell’intelligenza artificiale, sta rendendo le persone più insicure, il che può portarle a rimanere intrappolate nello status quo, anziché sviluppare nuove competenze utili alla carriera. Oltre a danneggiare la loro situazione finanziaria, perché chi cambia lavoro tende a ottenere aumenti di stipendio più elevati.

A caduta, inoltre, quando i lavoratori non se ne vanno, altre persone non riescono a ricoprire quei ruoli, bloccando il mercato del lavoro, e rendendo ancor più difficile il processo di reclutamento.  Ovviamente “a meno che non si abbia un’opzione migliore, lasciare un lavoro in periodi rischiosi è una grande scommessa“, per citare Nick Bloom, economista di Stanford.

Sebbene il turnover dei dipendenti sia costoso per le aziende, disporre di lavoratori stressati e demotivati è ugualmente antieconomico.

Molti esperti sostengono però che mettere radici non è necessariamente un fatto negativo; anzi, può offrire alle aziende nuove opportunità, a partire da un vantaggio finanziario: senza la pressione di dover adeguare gli stipendi esterni e meno bisogno di aumentare i salari. Allo stesso tempo, con un minor turnover, i costi di reclutamento e formazione diminuiscono.

Ancora più importante, se i migliori talenti rimangono, le aziende possono investire su di loro. La chiave per capitalizzare sulla stagnazione del mercato del lavoro è implementare solidi programmi di sviluppo interno e gestione delle prestazioni. E’ un bel vantaggio competitivo poter disporre di una forza lavoro di lunga data e sviluppare competenze al suo interno affinché le persone possano crescere e non perdere motivazione in ciò che fanno.

Chissà se e quanto questo nuovo trend è destinato a durare. In ogni caso, è meglio imparare a sfruttare le opportunità che sono generare che stare a guardare!

Il LAVORO si PAGA. SEMPRE

“Non chiedermi di pagare per lavorare”.

E’ l’avviso che vorrei che tutti, sul proprio biglietto da visita, facessero imprimere. A scanso di equivoci e a protezione di chi più facilmente di altri, cade vittima di millantatori e manipolatori.

In poco più di due mesi, è il terzo cliente che mi chiama perché lo aiuti a prendere una decisione in merito ad una proposta di collaborazione “interessantissima e irrinunciabile”, alla quale però non solo non ci sarebbe remunerazione, ma addirittura viene chiesto del denaro (non poco) in cambio.

Detto in altri termini: “ti offro l’opportunità di lavorare con me, alla interessante cifra di $$$, che però mi versi tu che lavori”, senza contare gli altri “benefit” inclusi nell’offerta.

E’ indiscutibile la capacità manipolatoria di questi “venditori” di opportunità, ma ciò che più mi ha fatto pensare è che ben 3 (quindi non una coincidenza) manager di alto profilo, con un lavoro invidiabile e contenti di ciò che fanno, abbiano anche solo preso in considerazione simili proposte.

Ripensando agli studi fatti negli anni, riconduco il tutto a due facce dello stesso fenomeno. La prima, di ordine socio-culturale, chiama in causa la svalutazione del lavoro intellettuale, e della persona in questione. La seconda è di ordine antropologico: il commercio a prezzo fisso nasce con i grandi magazzini nell’800, precedentemente vigeva la pratica della contrattazione, erede del baratto, che nella sua versione più estrema includeva anche l’eventualità dell’acquisizione a titolo gratuito o per baratto.

Diverso, invece, il percepito per chi formula la richiesta. Chiedere può essere sfrontato, ma non è un peccato, e l’imbarazzo si fa pari a zero se sostenuto dalla miracolosa frase “senza fini di lucro”.

Ma se occorre addirittura pagare per lavorare, un professionista muore. L’individuo muore.

Ai professionisti che seguo, rispondo a questo quesito così: accettare un lavoro gratis o addirittura a fronte di un pagamento, senza le dovute riflessioni, ma solo per ‘esserci’, corrisponde ad auto-svalutare il valore della propria professionalità e le proprie competenze.

Se però quella di pagare per lavorare è una scelta alla quale non puoi sottrarti ricorda: il tuo lavoro sarà quotato di conseguenza sia dalle persone con cui hai già collaborato (e che ti faranno nuove proposte basandosi su questo dato, sottintendendo cioè che tu questi progetti li segui gratis o addirittura paghi tu chi te li commissiona), sia dal network che gira attorno a queste persone e riposizionare il proprio valore economico sarà molto difficile!

Imparare a dire no o avanzare richieste non è sempre facile, intendiamoci, ma è una scelta che ti tutela e che come professionista devi imparare a fare.

Ho imparato che la serietà di una persona o di un progetto si misura anche da questi parametri.