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C’E’ IL PECCATO E C’E’ IL PERDONO. NON C’E’ NIENT’ALTRO. PANICO – L’ULTIMA CICATRICE DI ELLROY

Credo sia la maestria crudele, la capacità di raccontare il reale senza fronzoli, e proporre argomenti feroci a legarmi a scrittori quali Ellroy, Roth e Amis.

E Panico, l’ultima fatica di James Ellroy, non è da meno: ex tossico, ex alcolista, ex topo di appartamento ossessionato dalla morte della madre, assassinata quando lui aveva dieci anni, nel 1958. Tutto per il romanziere è fermo a quel giorno: tutte le vittime sono sua madre, l’America degli anni ‘50 è la scena del delitto.

Ho trascorso ventotto anni in questo buco infernale. Ora mi dicono che scrivendo le memorie delle mie disavventure potrei uscirne”.

A parlare è Freddy Otash, poliziotto corrotto, poi investigatore privato esperto in estorsione, che tiene in pugno mezza Hollywood. Freddy è un uomo morto. Morto nel ’92.

Faccio di tutto tranne l’omicidio. Lavoro per chiunque tranne i comunisti.”

Ellroy non è diverso da Philip Roth, capace di sbattere in faccia tragedia e speranza, attesa e dolore. Orrore e mostruosità. Niente di meno di ciò che accade, parole non edulcorate, non tramutate, non castigate per qualche pseudo sorta di moralismo o ignoranza. Non sopra o sotto, ma dentro la storia è dove Roth, parola dopo parola, conduce. Un orizzonte ristretto e dove paura e dramma dei protagonisti si fa cronaca semplice e diretta.

Ellroy non ha pc, non ha internet e neppure un cellulare e racconta i suoi personaggi con una vecchia macchina da scrivere: killer mafiosi, poliziotti corrotti, squillo, agenti della CIA, trafficanti di tutto. Ogni personaggio ha uno scopo preciso. Molti ritornano in un tempo che si perde fra il prima e il dopo. Se si ha pazienza di aspettare. E labile si fa il confine fra realtà e fantasia. Ed Ellroy ben sa che la gente è avida di notizie, segreti e vizi di politici, star del cinema, poliziotti e giornalisti.

L’America non è mai stata innocente

Otash spia, ricatta e spiffera tutto a Confidential. Nel tritacarne finiscono tra gli altri John Kennedy, Marlon Brando, Rock Hudson, James Dean.

C’è il Peccato e il Perdono. Non c’è nient’altro”,

è una delle mille frasi da ricordare.

Leggere Ellroy è complesso, faticoso: ritmo vertiginoso, frasi brevissime, molti punti, qualche virgola, innumerevoli personaggi che entrano ed escono dalla storia. Ancor più quest’ultima cicatrice, molto distante dal resto dei suoi libri, per lingua – oscena e tagliente, ma più colta, ricca di allitterazioni – e per ironia. E’ un viaggio nel purgatorio, dove il protagonista è un peccatore alla ricerca di redenzione.

E poi arriva il mio preferito Martin Amis, bocca alla Mick Jagger e fascino da vendere e l’inarrivabile incipit de L’informazione:

Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere”.

Panico non si dimentica. Anche se lo si capisce e accetta solo per metà. Come l’Informazione o Nemesi o il teatro di Sabbath. Forse è anche questo che unisce i tre scrittori.

«Sono cresciuto ignorato e inquieto. E ho sempre desiderato che la gente mi guardasse. Dopo la morte di mia madre attiravo l’attenzione degli amici ebrei gridando “Heil Hitler”: pura provocazione. Poi ho capito che sapevo far bene solo due cose nella vita: scrivere e parlare in pubblico. Far ridere, piangere, sospirare. Per iscritto o a parole. E allora vai! Ho sognato di diventare uno scrittore famoso da quando avevo otto anni. Perché leggere era ciò che amavo di più: mi consentiva di evadere da quell’infanzia di merda. Genitori che si odiavano, la casetta lercia di una madre alcolizzata, i weekend con un padre smidollato. Perfino quando dormivo in strada divoravo i libri della biblioteca pubblica. Ho smesso di bere e inghiottire anfetamine anche per quella fissa di scrivere. Per svettare. Per dare ad altri la possibilità di sfuggire alla realtà. Con libri che non finiscono mai”.

Gli occhi feroci e la parlata sciolta è quella di Ellroy, capace di esprimere tutte le emozioni possibili tranne il sorriso.

 

AVETE MAI LETTO NEMESI?

Avete mai letto Nemesi? Avete mai letto Philip Roth? Una storia, vera, da cui si può imparare molto, senza il rischio di dimenticare. L’epidemia di poliomielite in un tempo in cui il vaccino ancora non c’era.

Nel quartiere ebraico di Newark (New York) scoppia un’epidemia di polio che miete vittime e lascia terribili strascichi, soprattutto sui bambini… Una finestra temporale, quella di cui parla Roth, simile per tutti, inconfondibile e, fino a qualche mese fa, avrei anche detto irripetibile. Non è così.

E con la maestria crudele che tanto gli apparteneva, la capacità di raccontare il reale senza fronzoli, Roth sbatte in faccia tragedia e speranza, attesa e dolore. Orrore e mostruosità. Niente di meno di ciò che accade, in casi come questi, parole non edulcorate, non tramutate, non castigate per qualche pseudo sorta di moralismo o ignoranza.

Non sopra o sotto, ma dentro la storia è dove Roth, parola dopo parola, ci conduce. Un orizzonte ristretto e dove paura e dramma dei protagonisti si fa cronaca semplice e diretta.

IL RACCONTO

Nel quartiere ebraico di Newark, vive gente normale e modesta, ed è dove nel luglio 1944 scoppia un’epidemia di poliomielite. Nemesi è parola greca di significato piuttosto ampio: vendetta, giustizia divina, sdegno, ripugnanza, biasimo, collera…

Protagonista è un giovane ventitreenne, Eugene Cantor, detto Bucky, forte, responsabile, coraggioso, attaccato alla sua professione di istruttore atletico di giovani ebrei del suo quartiere. Non è andato soldato a combattere la guerra americana, perché soffre di un grave difetto alla vista. Ma si trova a combattere, inaspettatamente, una guerra nella guerra, l’epidemia di polio, che è doppiamente ingiusta e terribile, perché assale soprattutto gli innocenti, è imprevedibile e inafferrabile e lo spinge a un certo punto a dubitare di Dio.

Perché quelli non erano i numeri impersonali che si era abituati ad ascoltare alla radio o a leggere sul giornale, i numeri che servivano a localizzare una casa, registrare l’età di una persona o stabilire il prezzo di un paio di scarpe. Erano gli spaventosi numeri che certificavano l’avanzata di un’orribile malattia e che, nelle sedici circoscrizioni di Newark, equivalevano ai numeri dei morti, feriti e dispersi della vera guerra. Perché anche quella era una vera guerra, una guerra di annientamento, distruzione, massacro e dannazione, una guerra con tutti i mali della guerra: una guerra contro i bambini di Newark“.

Bucky scopre a un certo punto d’ essere l’inconsapevole tramite del contagio fra i suoi ragazzi, prima di esserne lui stesso vittima. E a questo punto, prova assoluta e disumana della sua serietà, decide di punirsi della colpa non commessa, rinunciando per il resto della sua vita a qualsiasi consolazione sentimentale o affettiva. Così “Nemesi” alla fine diventa per lui anche senso della colpa ed espiazione.

Singolare è il modo con cui Roth risolve anche questa volta il nodo della narrazione. Il “narratore” emerge lentissimamente dal tessuto del racconto. Prima c’ è un “noi”, che in quel momento s’ inserisce in maniera vistosamente ambigua e immotivata nel racconto. Poi, più avanti, compare un “io”, che prende anche un nome: quello di Arnie Mesnikoff, uno dei bambini del campo giochi di Newark, che hanno contratto la poliomielite. Infine, solo ventisette anni più tardi (1971), Arnie, adulto, segnato dalla poliomielite, ma non distrutto e annegato come lui dal morbo, viene finalmente in primo piano come testimone e narratore della vicenda di Bucky, il quale, reincontrato per caso, decide per la prima volta in vita sua di affidargliela per intero.

OVUNQUE E’ MORTE

La capacità di Roth di giocare sui diversi punti di vista, s’ impone ancora una volta con evidenza esemplare, struggente pietà e impietosa ferocia. In particolare la pretesa di documentare la storia moderna degli Stati Uniti è ormai solo un alibi: l’arruolamento forzato e la guerra in Corea che fanno da sfondo a Indignazione, il dopo 11 settembre in Il fantasma esce di scena, e l’epidemia di poliomelite del 1944 in Nemesi interessano Roth solo in quanto inducono un’atmosfera di paura collettiva.

La morte è dappertutto in questi romanzi. Parole quali “spavento” “terrorizzato”, “orrore” “pericolo” “vulnerabile” “panico” non si contano. Già nelle prime pagine di L’umiliazione, il celebre attore Simon Axler è «sommerso dal terrore e dalla paura». In ogni intreccio, un conoscente del protagonista muore inaspettatamente in un modo che nulla ha a che fare con gli eventi principali. Inutile chiedersi per chi suona la campana; la domanda posta da Roth è: come si fa a vivere pienamente in un mondo dove «l’errore più piccolo può avere conseguenze tragiche»?

E qui mi fermo, lasciando ognuno alla riflessione. Non è importante il risultato di tanto pensare, ma il modo in cui a questo ci si arriva. Buona nemesi, nel modo in cui ognuno la intenda.