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ANEMOIA: il BISOGNO di PROVARE NOSTALGIA verso ACCADIMENTI MAI VISSUTI

Ti è mai accaduto di desiderare un tempo che, in realtà, non hai mai vissuto?

Tecnicamente, questo bisogno si chiama #anemoia e indica la malinconia storica che vive solo nell’immaginazione, poiché non può essere sperimentata in prima persona.

Il termine si deve allo scrittore John Koenig che, in The Dictionary of Obscure Sorrows, lo definì come “nostalgia di un tempo che non hai mai conosciuto”. Una sorta di struggente nostalgia che, anziché prendere vita dai ricordi, nasce dai sogni.

A differenza della nostalgia comune, che riguarda il ricordo di esperienze vissute, l’anemoia si basa su esperienze prese in prestito. La sua origine etimologica deriva dal greco anemos (vento) e noos (mente), una dolce tristezza per tempi che conosciamo solo attraverso storie, fotografie, canzoni o ricordi che non ci appartengono.

Il termine nostalgia fu invece coniato da un medico svizzero nel XVII secolo per descrivere la nostalgia di casa vissuta dai mercenari che combattevano in luoghi remoti (dal greco ‘nostos’ –desiderio di tornare a casa e ‘algos’, dolore).

Due cose molto diverse.

ESEMPI DI ANEMOIA

Tutti abbiamo sperimentato l’anemoia spesso senza saperlo. Ascoltando, per esempio, una canzone dei Rolling Stone e trovandoci a immaginare cosa significasse vivere negli anni Sessanta; sfogliando una rivista di moda degli anni ’50 e pensando a quanto quell’abito ci avrebbe fatto sentire cool, visitando un castello e pensando alle persone che ci hanno vissuto.

I modi di sperimentare l’anemoia sono molteplici e tutti generano una sensazione nostalgica e al tempo stesso confortante. Non a caso, è un’emozione utilizzata nel marketing, per influenzare le decisioni di acquisto[1].

PERCHÉ ABBIAMO BISOGNO DI VIVERE QUESTA EMOZIONE?

Idealizzazione del passato. Possiamo essere portati a pensare che alcune epoche siano state migliori, e questo dà origine al senso di nostalgia quando pensiamo ad esse.

Influenza culturale. Moda, musica, letteratura, arte, eventi storici, ecc., possono far sentire una connessione, anche se questa influenza si basa su informazioni esterne e non su esperienze personali.

Disconnessione emotiva. Si potrebbe avere la sensazione di non essere adatti alla vita attuale e cercare rifugio emotivo nel passato, pensando che forse avremmo potuto essere più felici lì.

Ricordi condivisi: vecchie foto di famiglia, tradizioni, narrazioni, evocazioni possono farci sentire legati a ricordi che non ci appartengono direttamente.

COME DISTINGUERE FRA REALTÀ E IMMAGINAZIONE

Ci sono momenti in cui la nostalgia che caratterizza l’anemoia può influire sul benessere emotivo. Se passiamo più tempo a desiderare di vivere in un’altra epoca che a goderci il presente, potremmo finire per isolarci dalla realtà e perdere le opportunità che offre il qui e ora.

Come spiega uno studio di Emotion Review[2], la nostalgia per il passato può essere un’emozione sia positiva sia negativa. Nelle persone ottimiste e con un basso livello di solitudine, questa malinconia per ciò che non è stato vissuto può migliorare l’umore, rappresentando una forma di rifugio emotivo o una scintilla di ispirazione.

La chiave è accogliere il sentimento e non vederlo come una via di fuga. Possiamo utilizzarlo per sentirci confortati, come punto di riferimento per decorare l’ufficio, per trascorrere del tempo ascoltando vecchi dischi in vinile o per romanticizzare, a modo nostro, un’epoca che non abbiamo potuto vivere in prima persona.

ANEMOIA VS SAUDADE

Esistono parole in diverse lingue che tentano di descrivere la nostalgia. Saudade[3], per esempio, è un noto termine di origine portoghese che indica la nostalgia che si prova per qualcosa o qualcuno che non c’è più. È una malinconia per le cose del passato che abbiamo vissuto felicemente e che continuano a vivere nei nostri cuori.

Anemoia, pur essendo simile, non si concentra sui ricordi personali. In questo caso, non è necessario che le esperienze siano state vissute per far male. Tutto si basa su pensieri fondati sull’idealizzazione di un’epoca. Se la saudade nasce dal ricordo, l’anemoia nasce dal desiderio.

La parola gallesse Hiraeth si riferisce alla nostalgia di qualcosa che non si è mai avuto e il termine tedesco Sehnsucht al profondo desiderio di qualcosa di irraggiungibile. Questi ultimi si avvicinano molto al significato di anemoia.

ANEMOIA E POLITICA

Il filosofo Felipe De Brigard della Duke University insieme a scienziati e psicologi sociali si è chiesto qual fosse il ruolo che l’anemoia ha nell’ascesa di movimenti populisti, come il Make America Great Again negli Stati Uniti o le campagne Brexit nel Regno Unito.

In questo contesto, l’anemoia emerge quando la mente, influenzata da racconti e propaganda sul passato, crea una simulazione di tempi e luoghi mai vissuti, suscitando un desiderio di esperienze mai avute. Questo tipo di nostalgia potrebbe essere particolarmente forte se ci sentiamo insoddisfatti della situazione attuale. Aumentando così l’attrattiva verso politici e movimenti che promettono un ritorno ai “bei vecchi tempi”, anche se quei tempi sono solo un prodotto della loro immaginazione

CONCLUSIONE

Riflettendo sull’anemoia, ciò che più mi ha incuriosito è analizzare i contesti in cui la mente la cerca, come un balsamo ai mali del presente. Mi sono accorta che accade più di quanto si vorrebbe o se ne è consapevoli. Se per un po’ è utile al cervello, per staccare e vivere momenti piacevoli diversamente inaccessibili, se accade di continuo vale la pena analizzare quando accade. E chissà che non diventi anche un nudge per indurci a modificare ciò che non ci piace, così da vivere le esperienze in diretta e non solo in differita.

E voi, quanta consapevolezza avete delle volte in cui vi lasciate sprofondare nell’anemoia?


Fonti

[1] Kulczynski A., Hook M. (2024). Typography Talks: Influencing Vintage Anemoia and Product Safety Perceptions with Vintage Typography. Journal of Marketing, 88(4), 129-153.

[2] Geniusas S. (2025). Nostalgia for the Past, Present and Future. Emotion Review, 17(2), 131-134

[3] EU Academy. (2023). Saudade, is it a word, a feeling, a way of living? EU Academy.

TRADIAMO anche QUANDO siamo FELICI

Il tradimento esiste anche nelle coppie felici. Anche quando figli splendidi abitano le nostre dimore. Anche quando foto di lui e lei sorridenti e soddisfatti riempiono ogni anfratto della casa.

Siamo stati educati a pensare che quando tutto funziona in un matrimonio, non si è portati a guardare altrove, certi che l’infedeltà non ha modo di esistere e che l’equilibrio fra libertà e sicurezza, una volta raggiunto, si faccia compatto come ghiaccio. Eppure anche il ghiaccio si scioglie. Come i matrimoni felici ed infelici. Come le relazioni aperte dove i confini del sesso extraconiugale sono stati negoziati e consolidati.

Perché allora si tradisce se si è felici, se a casa c’è tutto ciò che serve? Perché neanche il matrimonio perfetto ci immunizza dal desiderio di vagabondare e sperimentare?

ALLA RICERCA DI UNA NUOVA IDENTITA’

Spesso non ha a che fare con l’altro ma con la scoperta di sé, come ricerca di una nuova identità. “L’infedeltà – sostiene la psicoterapeuta Esther Perel, non è tanto il sintomo di un problema, quanto un’esperienza liberatoria fatta di crescita, scoperta e trasformazione”. Quando cerchiamo lo sguardo di un’altra persona, non è dal coniuge che ci stiamo allontanando ma dalla persona che siamo diventati. Non stiamo cercando un amante ma una versione, diversa, nuova di noi stessi.

Ad attivarsi è, in questi casi, il cervello rettiliano, lo stesso che si attiva nell’alcolista che ha necessità di bere e il tossico della sua dose. “Il dio dell’amore vive in uno stato di bisogno, di urgenza. E’ un disequilibrio, allo stesso modo della fame e della sete. Si dice, in questi casi, tu sei la mia droga: l’amore è una dipendenza. A tutti gli effetti. Anche quando si tratta di se stessi. Abbiamo bisogno di una tossicodipendenza emozionale anche quando si tratta di noi.

Allo stesso modo degli altri, ci si stufa anche di una parte di noi. Difficile però ammetterlo, più comodo è cercare come fa l’ubriaco le chiavi perdute non dove gli sono cadute, ma dove c’è più luce. Noi umani tendiamo a cercare la verità dove è più facile guardare, non dove è più probabile che si trovi (la trappola dell’effetto lampione).

Ed è per questo che spesso è più facile dare la colpa a un matrimonio in crisi che fare i conti con se stessi, le proprie paure, aspirazioni, enigmi e la nostra incapacità di regalarci emozioni. Mossi dal sospetto che c’è una felicità più assoluta, cruciale, che ci stiamo perdendo, che non abbiamo esplorato: è la nostalgia per le vite che non abbiamo vissuto, le strade che non abbiamo preso, «il tradimento è la vendetta delle possibilità negate».

DOPAMINA E RICOMPENSA

Abbiamo bisogno di tornare a volerci bene, di inondandoci di dopamina, la sostanza della ricompensa all’infinito. Che infinito non è mai. Piuttosto un vertiginoso giro di giostra. Altrimenti è come quando veniamo lasciati e ci scottiamo. Non per nulla si attiva la stessa area del cervello che reagisce a un dolore fisico, tipo una scottatura.

La tentazione è pur sempre quella di non provare dolore, entrare in quello stato alterato della mente che corrisponde a far follie: non senti fatica, accetti sfide impossibili, perdi lucidità, e ogni cosa ti sembra la più bella del mondo. Ebbri di ossitocina: l’ormone della felicità. Dimentichi che abbiamo nella nostra mente tutto quello che serve. E se manca, non necessariamente è per colpa di qualcun altro al di fuori di noi.

LEGGERE NELLA MENTE I PENSIERI DEGLI ALTRI… IL DESIDERIO PROIBITO CHE SI FA (QUASI) REALTA’.

 

Tutti abbiamo desiderato, almeno una volta, di poter conoscere i pensieri degli altri. Per  fare bella impressione, conquistare una bella ragazza o superare un esame particolarmente problematico. Con questo esperimento, le neuroscienze assottigliano la distanza fra utopia e realtà.

Tre persone, in tre diverse stanze, connesse fra loro solo telepaticamente, hanno giocato riuscendoci a un videogioco simile a Tetris.

E’ l’esperimento realizzato dai ricercatori dell’università di Washington e di cui fa parte anche l’italiano Andrea Stocco, creando una sorta di primo social network di cervelli al mondo.

LO STUDIO

Per l’esperimento il team di studiosi si è avvalso di due apparecchi usualmente utilizzati in medicina: una macchina che registra l’elettroencefalogramma (o EEG), cioè un tracciato dell’attività elettrica del cervello; e un dispositivo per la stimolazione magnetica transcranica, che permette di attivare specifiche porzioni del cervello dall’esterno della scatola cranica attraverso un impulso elettromagnetico.

L’ESPERIMENTO

Con il primo apparecchio sono stati registrati i cambiamenti nell’attività elettrica del cervello, e inviare le informazioni a una seconda persona.

Concentrandosi su una luce che lampeggia con una frequenza di 15 hertz è possibile modificare con facilità l’attività del cervello. Con la stimolazione magnetica, invece, è possibile trasmettere messaggi al cervello, in particolare sotto forma di lampi di luce che appaiono nel campo visivo quando si concentra l’impulso elettromagnetico dell’apparecchio nella zona occipitale.

LAMPI E AZIONI

Con questi apparecchi, i ricercatori hanno inventato un modo per mettere in contatto due cervelli. Un primo volontario concentra l’attenzione su una delle due luci dell’esempio precedente (a 15 o 17 hertz), l’EEG viene decodificato e l’informazione trasmessa a una seconda persona, il ricevente. A questo punto l’informazione è tradotta in un impulso magnetico, che produce un numero variabile di lampi nel suo campo visivo, e permette di trasmettere brevi messaggi stabilendo per convenzione una sorta di alfabeto morse rudimentale: un lampo sì, due lampi no.

DUE TRASMETTITORI E UN RICEVENTE

Questo il sistema utilizzato anche in passato, ma nel nuovo studio Stocco e colleghi sono andati ben oltre, mettendo in comunicazione non due ma tre cervelli contemporaneamente.

Nello studio, due persone hanno svolto il ruolo di trasmettitori, e una quello del ricevente. L’esperimento prevedeva di giocare a un videogioco simile a tetris, in cui un pezzo di forma variabile cade dall’alto dello schermo, e il giocatore deve decidere se e come farlo ruotare per incastrarsi nei pezzi già presenti nel campo di gioco.

UN TETRIS PER TRE

I due trasmettitori avevano a disposizione una visuale dell’intero campo da gioco, e potevano quindi prevedere la mossa giusta per far incastrare ogni pezzo a dovere. Mentre il ricevente, incaricato di muovere i pezzi, vedeva solamente la parte alta dello schermo, e non poteva quindi sapere quale fosse la mossa giusta.

Tutti i partecipanti, posti in stanze diverse, non potevano comunicare in alcun modo, se non attraverso l’interfaccia cervello-cervello. Guardando un led con frequenza 15 hertz inviavano al ricevente l’informazione “non ruotare il pezzo”, che a lui appariva come assenza di lampi e luci, mentre guardando quello da 17 hertz lo invitavano a “ruotare il pezzo”, attraverso la comparsa di un singolo lampo. Dopo aver ricevuto le indicazioni di entrambi i due trasmettitori, il ricevitore doveva scegliere come muovere il pezzo, utilizzando a sua volta l’Eeg per effettuare la mossa (concentrandosi cioè su uno tra due led a frequenze differenti).

LA MOSSA GIUSTA

I ricercatori hanno dimostrato che in questo modo i tre partecipanti riuscivano a effettuare la mossa giusta con una precisione dell’81%. Ma soprattutto, anche manomettendo il segnale il ricevente è risultato in grado di effettuare la mossa giusta dopo poche mani di allenamento, imparando a riconoscere i messaggi affidabili basandosi unicamente sulle informazioni che raggiungevano il suo cervello attraverso la stimolazione magnetica.

I SEGRETI DEL CERVELLO UMANO

I ricercatori assicurano che nulla vieta di replicare i risultati a distanze maggiori, fino a creare una sorta di social network cerebrale in cui un numero qualsiasi di partecipanti collabora per risolvere un dato task. “Realizzare una simile interfaccia cervello-cervello permetterebbe non soltanto di aprire nuove frontiere nella comunicazione e collaborazione tra esseri umani, ma ci fornirebbe anche una comprensione molto più profonda del funzionamento del cervello umano”.