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DIRE STRONZATE è SOCIALMENTE più ACCETTATO del MENTIRE

Dire stronzate è socialmente più accettato del mentire. Perdonate il francesismo, ma ogni tanto chiamare le cose con il loro nome, senza nascondersi nel politically correct è doveroso. Soprattutto quando a farlo è la scienza.

Proprio così.

C’è addirittura un libro, edito da Rizzoli, che si intitola Stronzate (On bullshit), scritto dal filosofo morale e di solida reputazione Harry Frankfurt, professore emerito a Princeton.

Uno dei tratti salienti della nostra cultura è che è pervasa da una gran quantità di stronzate. Tutti lo sanno. Ognuno di noi contribuisce con la propria quota. Eppure tendiamo a dare questa situazione per scontata. La maggior parte delle persone si fida della propria capacità di riconoscere una stronzata, quando la sente, e quindi evitare di crederci. Ragion per cui il fenomeno non solleva gran preoccupazione, né è stato finora oggetto di un serio approfondimento“.

John Petrocelli, psicologo alla Wake Forest University ha invece condotto uno studio per capire in quali condizioni le persone si sentono più incoraggiate o autorizzate a dire stupidaggini. Stupidaggini, non bugie. Chi mente nasconde la verità, chi dice stronzate non necessariamente sa qual è la verità e può accadere che stia solo ripetendo cose sentite in giro o idee presentate da altri che sembravano credibili.

COSA DICE LA SCIENZA

E’ emerso che il dire stupidaggini è più accettato che mentire. Probabilmente perchè a volte chi le dice lo fa per favorire il senso di appartenenza al gruppo (cadendo nell’effetto gregge) e poco importa se questa idea è basata sui fatti.

La pericolosità della stronzata è che è impossibile sapere come stanno veramente le cose. Ne consegue che qualunque forma di argomentazione politica o analisi intellettuale è legittima, e vera, se è persuasiva. Tutto questo, secondo il filosofo di Princeton, è effetto di una forma di vita pubblica in cui le persone «sono sovente chiamate a parlare di argomenti di cui sanno poco o nulla».

Il «bullshit artist», l’artista della stronzata, infatti se ne infischia tanto della verità che della menzogna: «Gli sta a cuore solo farla franca con ciò che dice». Un politico, un pubblicitario o un conduttore di talk show che elargiscono «stronzate» non rifiutano l’autorità della verità come fa il bugiardo, che vi si oppone. «Semplicemente non vi badano».

NESSUNO RISPONDE più al TELEFONO… Nemmeno IO

Suona. Con insistenza. Sono rimasta affezionata all’inconfondibile suoneria del telefono a fili. Quasi introvabile, ormai (sia il telefono sia il tipo di suoneria)!

Quando squillava, decenni fa, c’era un solo imperativo per tutti, adulti e bambini: rispondere. Se il chiamante avesse riagganciato prima che avessimo raggiunto la cornetta, avremmo avuto ben poco da fare. Non esisteva l’elenco delle chiamate perse e non esisteva nemmeno la funzione per richiamare l’ultima persona che aveva telefonato. L’unica cosa da fare era attendere che chi ci aveva cercato, richiamasse una seconda volta.

Non rispondere era considerato un gesto maleducato, alla stessa stregua di ignorare qualcuno che suona alla porta. Per questo rispondere era una consuetudine universale e a cui si cedeva facilmente: il numero di chiamate giornaliero era esiguo e si usava il telefono solo quando non se ne poteva fare a meno.

COMPORTAMENTI CHE NON USANO PIU’

Oggi se ne abusa, e non solo del telefono. I metodi per comunicare sono una infinità. E non rispondere è diventata la consuetudine: un po’ per evitare gli spam, le telefonate dai call center che tentano, con una costante imbarazzante, di venderti qualunque servizio disponibile. E fare l’errore di rispondere può costare caro. Se non si vuol stroncare malamente l’addetto inopportuno.

Suona ancora. Dovrai attendere la fine delle mie vacanze, penso, accantonando lo smart phone. E’ il regalo che mi sono fatta: non rispondere né a chiamate né a messaggi. E non mi sono nemmeno sentita in colpa…

LEPRE o TARTARUGA? CHE LETTORE SEI?

Qualcuno per capire di cosa tratta uno scritto, non deve far altro che dare un rapido sguardo alle parole.  Altri invece sono costretti a passare al vaglio ogni singola parola.

I primi sono i lettori esperti, il cui cervello ha imparato a leggere le parole note, come fossero immagini, distinguendo all’istante (senza una dettagliata analisi delle lettere), i termini che suonano allo stesso modo, ma diversi ortograficamente.

I secondi sono i lettori in erba, il cui cervello deve scandire le parole che legge, una ad una, rendendo il processo di lettura molto più lento e indaginoso.

CERVELLO E NEUROSCIENZE

“Il cervello dei super lettori non ha bisogno di scandire internamente le parole ogni volta che legge; secondo uno studio pubblicato su Neuroimage, chi è più abituato alla lettura riconosce velocemente i vocaboli perché li categorizza in uno specifico dizionario visivo, che funziona separatamente dal sistema di riconoscimento vocale dei termini”.

Una teoria che contraddice la comune convinzione che per comprendere una parola, occorra farla risuonare internamente a ogni lettura.

«I lettori novelli devono invece scandire le parole quando leggono – spiega Laurie Glezer del Georgetown University Medical Center, tra gli autori dello studio. «Anche i lettori esperti devono farlo occasionalmente, davanti a parole che non conoscono. Ma quando si diventa fluenti, non occorre più far risuonare nella mente i termini familiari: li si può leggere istantaneamente».

Questo studio dimostra che il cervello ha regioni specializzate in ciascuna di queste due componenti di lettura. L’area che processa l’informazione visiva è diversa da quella che si occupa dell’acustica.

E tu, che lettore sei?

RAZZISMO: FENOMENO DILAGANTE o INUTILE ALLARMISMO?

Il pregiudizio razziale è quella cosa per cui oggi se vedi due arabi che consultano freneticamente una mappa di Roma in treno ti domandi se non stiano preparando un attentato a Piazza di Spagna, mentre se incroci due norvegesi, su un treno, che consultano la stessa mappa e sono ugualmente agitati, dai per scontato che cerchino la strada per l’hotel nel quale soggiorneranno.

 

Se ne fa un gran parlare, in queste ultime settimane, di razzismo e reati contro gli immigrati. E non c’è giorno che qualche giornale e qualche politico snocciolino pro o contro, dati schizofrenici. Capirci qualcosa è complesso, così nel disordine di un indiscriminato overloading di dati, l’unica cosa a cui possiamo appellarci sono le scienze.

SCHELLING e i MODELLI sulla SEGREGAZIONE RAZIALE

“Perché una società sia segregazionista è necessario che le persone siano razziste non al 100% ma al 33%”, dimostrò l’economista americano Thomas Schelling, premio Nobel nel 2005 “per aver fatto avanzare la comprensione del conflitto e della cooperazione tramite la Teoria dei Giochi”.

Per usare le parole di Lucio Biggiero, docente di Organizzazione aziendale all’Aquila “se vogliamo evitare di finire in una società segregazionista, dobbiamo essere fortemente anti razzisti. La domanda da porsi quindi non è se non siamo razzisti, ma se siamo abbastanza anti-razzisti”.

Studi successivi a quelli di Schelling dimostrano che la segregazione raziale si genera già con livelli di intolleranza piuttosto bassi a cui si sommano sentimenti ed emozioni individuali.

L’ODIO: MIELE delle MASSE

I fanatici assolutisti non sono mai stati tanti, è piuttosto l’appartenere a un gruppo di tanti individui mediamente intolleranti che genera mostri, come ci ricorda la storia. Neanche troppo lontana.

L’odio, non dimentichiamolo, lega all’avversario, persino più di un sentimento amoroso. L’odio regala una specie di identità, una ragione sociale, un terreno di lotta. Sindrome, che il più grande scrittore di horror, Stephen King ha così magistralmente sintetizzato: “Forse è solo lo spirito della massa. Dare addosso all’individuo”.