JOBPOCALYPSE: niente PAURA! L’IA che TRASFORMA (e non distrugge) i posti di LAVORO
C’è un termine (per descrivere il timore legato alla responsabilità che l’Intelligenza Artificiale avrebbe nel rubare posti di lavoro), che sta prendendo sempre più piede anche per il sensazionalismo che la parola stessa genera: jobpocalypse.
Paura, anche in parte alimentata dagli innumerevoli articoli di giornali che non risparmiano notizie sui licenziamenti di massa, dagli evangelisti della tecnologia che non lesinano previsioni ansiogene circa una disoccupazione su larga scala e dagli economisti che ce la mettono tutta per modellare scenari in cui le macchine sono a un passo da rendere gli esseri umani obsoleti. Ma questo scenario apocalittico è estremamente parziale.
Se è vero che l’IA trasformerà il lavoro, facendo scomparire intere categorie professionali, è anche vero che l’essere umano dispone di un valore che nessun algoritmo può replicare.
Vale la pena indagare meglio il neologismo.
JOBPOCALYPSE in PAROLE e NUMERI
A portare l’attenzione sul termine Jobpocalypse è stato un articolo del The Guardian che colorava il futuro del mondo del lavoro (e delle nuove generazioni in generale) di tinte piuttosto fosche. Jobpocalypse, l’apocalisse del mondo del lavoro, è infatti una parola che punta sulla sensazionalità per diventare virale ma, allo stesso tempo, solleva un problema attuale e reale, la cui soluzione, quando verrà trovata, potrebbe cambiare completamente l’assetto delle aziende come oggi lo conosciamo.
Tradotto in numeri, il Jobpocalypse, secondo lo studio condotto dal British Standard Institution, in sette paesi: “un quarto dei capi ritiene che le attività di livello base potrebbero essere automatizzate per ridurre i costi; quattro capi su dieci (41%) hanno affermato che l’IA ha permesso loro di ridurre il numero di dipendenti. Quasi un terzo (31%) degli intervistati ha affermato che la propria organizzazione stava valutando soluzioni di IA prima di prendere in considerazione l’assunzione di una persona, mentre due quinti prevedono che ciò avverrà entro cinque anni”.
Quando si tratta di svolgere nuove attività normalmente affidate a uno stagista o a un entry level, secondo il BSI – è ormai prassi, come prima soluzione, verificare se c’è un tool di IA che può completare i relativi task. Solo dopo, a fronte di una risposta negativa, viene valutata l’assunzione di una persona.
Lo stesso report mostra come nelle aziende tra le parole più usate il termine “automation” compaia sette volte più frequentemente rispetto a “reskilling” o “retraining”. Il motivo è facilmente immaginabile: la riduzione dei costi. Trascurando il fatto che un costo c’è comunque, quello sociale.
E se fosse SOLO un FALSO ALLARMISMO?
Senza fomentare schiere a favore o contro, due sono i temi che possono aiutare a placare l’ansia da jobpocalypse. Il primo è il vantaggio comparato: laddove l’IA superasse gli esseri umani in toto, la scarsità di risorse costringerà a impiegare strategicamente l’IA laddove offre il massimo valore, lasciando ampi spazi di manovra agli esseri umani. Il secondo, è il noto principio di scarsità: man mano che l’IA mercifica prodotti e servizi, elementi intrinsecamente scarsi come la connessione e l’attenzione umana diventano più preziosi.
A questi due temi, si affiancano altre ragioni a sostegno del fatto che il lavoro umano non scomparirà tanto presto.
CREATIVITA’. La creatività dell’AI sembra impressionante finché non la si esamina da vicino. Una ricerca di Wharton ha scoperto che le persone che utilizzano strumenti di IA generativa producono “risposte sovrapposte, spesso utilizzando un linguaggio sorprendentemente simile“. In un esperimento, quasi tutti i concetti di giocattoli generati dall’IA ruotavano attorno alla stessa idea: solo il 6% è stato considerato unico, rispetto al 100% di unicità nei gruppi composti esclusivamente da esseri umani. L’IA eccelle nell’imitazione sofisticata, ma ha difficoltà con le novità. La creatività umana, al contrario, prospera sul disaccordo e sulla divergenza. Dunque, se il processo creativo dell’IA ottimizza e ricombina modelli esistenti, è intrinsecamente limitato nel generare paradigmi nuovi. La creatività umana fornisce l’input iniziale per le scoperte scientifiche, i movimenti artistici e i cambiamenti sociali. Le macchine possono perfezionare e iterare, ma non possono immaginare ciò che non esiste ancora.
BUON SENSO. I sistemi di IA non colgono i sottili segnali emotivi, inciampano nel linguaggio figurato e falliscono quando si trovano ad affrontare situazioni nuove al di fuori del loro addestramento. Il ragionamento basato sul buon senso rimane una sfida di lunga data per l’IA. Questo gap crea spazi per l’adattabilità umana. La leadership strategica, la gestione delle crisi, l’interpretazione giuridica complessa e la formazione personalizzata richiedono tutte quel tipo di ragionamento flessibile e intuitivo che gli esseri umani gestiscono senza sforzo ma che le macchine trovano intrattabile.
COSCIENZA. L’IA dimostra capacità di problem solving ed elaborazione delle informazioni, ma è priva di esperienza soggettiva e delle qualità esperienziali che costituiscono l’esperienza cosciente. L’intelligenza artificiale può svolgere compiti altamente intelligenti senza sperimentarli realmente. La coscienza richiede autoreferenzialità, la capacità di osservare ed elaborare i propri stati, che porta all’autoconsapevolezza. Questa skill non può essere programmata dall’esterno. Anche quando le macchine raggiungeranno la super intelligenza, qualsiasi lavoro che richieda una fine comprensione emotiva, un’intuizione morale o l’esperienza soggettiva rimarrà esclusiva umana.
EMPATIA. I lavori che richiedono elevata intelligenza emotiva, empatia e capacità interpersonali rimangono incentrati sull’uomo, perché queste qualità resistono alla replicazione algoritmica. I dati lo confermano in tutti i settori. In Sanità, l’empatia migliora significativamente i risultati clinici e la soddisfazione del paziente. Gli insegnanti promuovono l’intelligenza emotiva e si relazionano con gli studenti in modi che migliorano l’apprendimento e il benessere psicologico. Nella vendita, la maggior parte dei clienti preferisce parlare con persone reali, evidenziando il ruolo fondamentale dell’interazione umana nel costruire fiducia e lealtà.
ETICA E SUPERVISIONE. I sistemi di IA non sono in grado di valutare e dare priorità alle considerazioni etiche. Perpetuano pregiudizi nei loro dati di addestramento, basti pensare al motore di reclutamento basato sull’IA di Amazon che ha sviluppato un pregiudizio nei confronti delle donne, penalizzando i curriculum contenenti la parola “donne” e declassando i laureati provenienti da college femminili. Nonostante i tentativi di correzione, il rischio discriminatorio ha portato Amazon ad abbandonare il progetto. Non si tratta di un problema temporaneo in attesa di algoritmi migliori. La supervisione umana è fondamentale.
DARE SIGNIFICATO. Il lavoro soddisfa bisogni umani fondamentali che vanno oltre la necessità economica: identità, scopo, contributo sociale. L’automazione delle attività di routine non elimina questi bisogni; li amplifica. Man mano che le macchine gestiscono lavori ripetitivi, i ruoli che enfatizzano l’empatia, il pensiero critico e la crescita personale diventano più soddisfacenti per gli esseri umani. Anche in un futuro altamente automatizzato, in cui l’IA fornirà un gran quantitativo di beni e servizi, gli esseri umani manterranno profondi bisogni psicologici di scopo e di impegno sociale attraverso il lavoro, scegliendo di lavorare non per la sopravvivenza, ma per l’autorealizzazione, lo status sociale e il senso di appartenenza.
APOCALISSE NON è il TERMINE più APPROPRIATO
L’IA porterà una trasformazione spietata. È indubbio e lo stiamo già vivendo. Lavori che esistevano da generazioni scompariranno. Ed è anche facile ipotizzare quali. I ruoli tradizionali diventeranno obsoleti man mano che le nuove tecnologie si dimostreranno più veloci, economiche e affidabili.
Ma da qui a scenari apocalittici, ce ne vuole. Da questa trasformazione nasceranno nuovi lavori: ruoli che richiedono creatività, intelligenza emotiva e capacità di problem solving complesse, tutte abilità proprie dell’essere umano. Chi saprà adattarsi scoprirà opportunità di lavoro significative e di valore.
Si prevede infatti che l’IA “creerà più posti di lavoro di quanti ne sostituisca”: nello sviluppo, nella manutenzione, nell’etica dell’IA e campi completamente nuovi che emergeranno dalle capacità abilitate dall’IA. Mentre l’IA assiste nella codifica, nella progettazione e nella ricerca, ciò che rimane per gli esseri umani è la creatività autentica, la risoluzione di problemi complessi, l’interazione umana e la supervisione umana.
La relazione uomo-IA si sta evolvendo in un ecosistema simbiotico, dove l’IA gestisce compiti ad alta intensità di dati, ripetitivi o basati sul riconoscimento di schemi, e gli esseri umani forniscono pensiero critico, giudizio etico e comprensione del contesto. Questo non preserva i lavori esistenti, ma li stravolge, li trasforma e genera categorie completamente nuove incentrate sulla gestione, la guida e la collaborazione con l’IA.
Più che di apocalisse, si tratta di nuove opportunità, nuove realtà economiche e psicologiche a cui guardare con la giusta prospettiva. Va bene un po’ di timore, purchè non precluda al cambiamento.



