PERCHE’ i TORMENTONI ci RIMANGONO in MENTE?

Ci sono ritornelli di canzoni, sigle di pubblicità o temi musicali di film che ci si ritrova a canticchiare di continuo, anche senza accorgersene. Nella letteratura scientifica questo fenomeno prende il nome di #earworm, un calco della parola tedesca ohrwurm, utilizzata nel 1979 dallo psichiatra tedesco Cornelius Eckert per descrivere una canzone molto orecchiabile, che metaforicamente entra in testa e non ne esce più.

Ohrwurm in tedesco è il nome della forficula auricularia, l’insetto che secondo una falsa credenza popolare strisciava attraverso le orecchie delle persone cercando un posto in cui depositare le uova.

Quella del tormentone è un’esperienza comunissima, che oltre il 90% di noi vive regolarmente e che ha spinto molti ricercatori a saperne di più.

COME FANNO LE CANZONI A ENTRARE NELLE NOSTRE TESTE?

I motivi sono diversi e poco hanno a che fare con la musica. Ad esempio, le ricerche hanno indicato che i tormentoni sono comunemente attribuiti all’ascolto recente o ripetuto di una canzone. Alcuni partecipanti a questo studio hanno anche riferito di tormentoni innescati da associazioni mnemoniche, come una parola o un’immagine.

L’umore ha il suo ruolo: alcune persone hanno riferito di avere sempre la stessa canzone in testa quando sono stressate, o di avere una canzone orecchiabile dal ritmo veloce quando sono molto attente. E, ovviamente, la familiarità con una canzone è un fattore chiave. Le canzoni che non si conoscono molto bene hanno meno probabilità di diventare orecchiabili, forse perché le melodie che si fissano in testa devono essere imparate a un livello elevato affinché il cervello sia in grado di riprodurle spontaneamente senza sforzo deliberato.

E LA MUSICA?

Una ricerca pubblicata su Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts, ha permesso di confrontare le canzoni che si fissavano in testa con quelle che non lo facevano, analizzando oltre 80 caratteristiche, tra cui l’estensione della tonalità, il contenuto degli intervalli e la variabilità ritmica.

La ricerca ha permesso di scoprire le tre caratteristiche melodiche fondamentali per prevedere se una canzone diventerà un tormentone:

Tempo: i tormentoni tendono ad avere un tempo più veloce. L’idea che il nostro cervello tenda a riproporci melodie allegre più spesso di quelle lente potrebbe essere dovuta alla relazione tra movimento e melodie che si fissano in testa: molte persone si ritrovano a canticchiare i tormentoni quando si dedicano a movimenti periodici come camminare, correre o lavarsi i denti.

Forme melodiche generiche: i tormentoni tendono ad avere contorni melodici (forme) complessivamente più generici. Uno molto comune è un andamento ascendente seguito da uno discendente, come si vede nella prima sezione di “Twinkle, Twinkle Little Star” e in molte altre filastrocche, così come nel ritornello di “Bad Romance“. Avere una forma melodica generica potrebbe aiutare il cervello a ricordare una canzone più facilmente.

Schemi di intervalli insoliti: le melodie che entrano in testa tendono anche ad avere alcuni intervalli unici, più di quanto ci si aspetterebbe in una canzone pop media. L’idea che le melodie che ti entrano in testa debbano essere generalmente facili da ricordare in termini di forma melodica, ma che contengano anche alcuni schemi di intervalli unici, potrebbe essere dovuta al fatto che il cervello cerca una sorta di livello di complessità “ideale” in una melodia: una melodia che non sia né troppo semplice né troppo complessa da ricordare.

INDUSTRIA DISCOGRAFICA

La caratteristica dell’earworm è nota e utilizzata nell’industria musicale, e i musicisti ne tengono conto quando vogliono comporre ritornelli molto efficaci e che rimangano facilmente impressi nella memoria.

Analizzando “Shake it Off”, della cantautrice pop Taylor Swift, il pianista canadese Chilly Gonzales spiegò, nel 2015, cosa rendesse tanto «contagiosa» quella canzone: la presenza di una melodia facilmente distinguibile, e nello specifico una ripetizione discendente («Playas gonna play play play play play»). Segnalò in generale un sapiente utilizzo della «tecnica del parco giochi», ossia la capacità di creare melodie così efficaci da rendere poco importanti le parti strumentali. Il fatto di essere indipendenti dalla presenza di una musica di sottofondo è la qualità che permette poi a specifiche parti di quelle canzoni di essere canticchiate ovunque.

TORMENTONI E OSSESSIONI

Il neurologo inglese Oliver Sacks, che si occupò del fenomeno dei tormentoni musicali nel libro Musicofilia e in altri testi, scrisse di come la normale immaginazione musicale possa diventare patologica in chi sia affetto da certe condizioni neurologiche. In quei casi la ripetizione di un motivo nella testa può diventare compulsiva e incessante.

In Musicofilia citò il caso di una paziente affetta da parkinsonismo postencefalitico, che gli raccontò «di come nei suoi stati “congelatifosse spesso stata “confinata”  in un “recinto musicale”: sette coppie di note (le quattordici note di “Povero Rigoletto”) che si ripetevano in modo irresistibile nella sua mente». La paziente gli disse che quelle note formavano un «quadrilatero musicale» i cui lati lei era costretta a percorrere mentalmente all’infinito, e questo fenomeno era andato avanti in modo intermittente, ogni volta per ore, nell’arco dei 43 anni della sua malattia.

Nel caso dei tormentoni, il neuroscienziato cognitivo Daniel Levitin ne This is Your Brain on Music, aggiunge che le persone mantengono in mente tutti i principali aspetti di quelle canzoni. In alcuni studi, Levitin scoprì che pezzi pop molto famosi venivano ricantati dalle persone intervistate – non musicisti – sia con il tempo corretto che nella giusta intonazione.

La loro memoria non conteneva solo una «generalizzazione astratta» della canzone ma anche le sfumature. Riascoltando le loro voci insieme alle canzoni originali che stavano cantando “si aveva l’impressione che quelle persone stessero ascoltando le canzoni in cuffia mentre provavano a ricantarle. Solo che quella loro base era virtuale: non era cioè uno stimolo sonoro concretamente presente ma una rappresentazione della memoria sorprendentemente accurata“.

Studi condotti dal neuroscienziato cognitivo Petr Janata nei primi anni Duemila permisero in seguito di descrivere importanti meccanismi neurali alla base della percezione della musica. Analizzando le onde cerebrali nel sistema nervoso centrale di persone che ascoltavano la musica e di altre che la riproducevano mentalmente, Janata scoprì che a giudicare soltanto dai dati ricavati tramite elettroencefalogramma sarebbe stato quasi impossibile evincere quali persone stessero ascoltando la musica e quali la stessero immaginando soltanto.

Come confermato da successivi studi, condotti utilizzando tra cui le risonanze magnetiche funzionali, le stesse regioni del cervello tendono ad attivarsi sia quando le persone ascoltano un certo motivo musicale, sia quando quel motivo risuona loro in testa in assenza dello stimolo uditivo.

PERCHE’ SUCCEDE

Nella letteratura scientifica non esiste una spiegazione univoca sui tormentoni. Non ancora, almeno. Una delle ipotesi, sostenuta da Levitin, è che si verifichino quando i circuiti neurali associati alla rappresentazione di un certo motivo musicale restano bloccati in una sorta di «modalità playback».

Uno studio recente suggerisce che queste immagini musicali potrebbero rendere più semplice per il cervello codificare e analizzare ricordi e sensazioni quotidiane che non hanno a che fare con il passato, con il momento in cui quelle immagini si sono formate.

Insomma, comprendere le ragioni dei tormentoni non è facile, ma è un ottimo inizio che potrebbe aiutare, in futuro, a utilizzare queste informazioni per migliorare i nostri processi di memorizzazione e apprendimento. E non solo! Quindi, buon tormentone a tutti…