QUI COMANDO IO: il RANKISMO al LAVORO (e non solo)

Ci sono persone che si fanno ben pochi scrupoli a usare il loro prestigio sociale e professionale per sfruttare e sopraffare chi sta “sotto” di loro.

C’è un termine che riassume questo comportamento: rankismo.

Coniato dal già presidente dell’Oberlin College Robert Fuller[1], il rankismo (dall’inglese rank: rango) è una discriminazione basata sul rango o sulla posizione sociale e professionale, che crea disparità di trattamento all’interno delle organizzazioni e nei contesti più diversi: fra insegnanti e studenti, clienti e camerieri, genitori e figli, marito e moglie…

Può manifestarsi attraverso discriminazioni di status e pregiudizi di autorità, influenzando le relazioni e le dinamiche tra i dipendenti e le persone in generale.

GLI EFFETTI DEL RANKING

Questo tipo di abuso di rango lascia le medesime cicatrici del razzismo e del sessismo. Secondo Fuller, tra i bambini, “il rankismo si manifesta con bullismo o comportamenti di gruppo”.

Nel mondo degli affari, “i divari salariali scandalosamente elevati tra dirigenti e altri dipendenti sono una forma di rankismo; come lo è la forma più comune di politica aziendale in cui i capi, sistematicamente e quasi inconsciamente, degradano i subordinati”[2].

Comportamenti che deriverebbero da scelte deliberate seppur non del tutto consapevoli, non per razzismo o sessismo ma come un modo semplice per maltrattare qualcuno: “Quando ti viene fatto qualcosa, il primo impulso è di fare la stessa cosa a qualcun altro. Preferibilmente a chi te l’ha appena fatto. Ma non osi, perché quella persona ha un rango superiore. Quindi aspetti il momento opportuno per quando potrai rivalerti a tua volta su qualcun altro”.

Siamo vittime, ma spesso anche carnefici.

STATUS E STATUS

Non sono lo status, il ruolo o il talento la causa del rankismo. Attenzione.

È normale che ci siano persone con un ruolo più elevato di altre, più talentuose o performanti. Sì, alcune persone superano le altre nel senso che sono più in alto nella gerarchia. E alcune persone superano le altre nel senso che sono più brave in qualcosa. È indiscutibile che tali classifiche esistano e che, quando il grado viene guadagnato lealmente, può essere un utile indicatore di abilità ed esperienza.

Vogliamo che sia il pilota a pilotare l’aereo, non l’assistente di volo. Vogliamo che sia il cardiochirurgo a operarci il cuore, non l’infermiere. Le star del cinema e dello sport esistono, e la maggior parte di noi non è tra loro.

Ammiriamo le persone di alto rango finché se lo sono guadagnato e rispettano la nostra dignità. Ma non proviamo simpatia per chi abusa del proprio rango.

È qui che sta il veleno: non nel rango in sé (quando è legittimo), ma nell’abuso.

Il rankismo inasprisce le relazioni e i luoghi di lavoro. È la fonte della maggior parte delle umiliazioni provocate dall’uomo. Con il tempo, distorce le relazioni e, se non contrastato, le uccide.

RANKISMO SUL LUOGO DI LAVORO

Al lavoro, il rankismo porta a un calo del morale e della produttività, alla perdita di talenti e a malcontento. Chi subisce abusi si sente umiliato, sminuito, privato dei suoi diritti e sfruttato. E ha due opzioni: rispondere a tono o soffocare il desiderio di reagire, una risposta che può essere dettata dal vantaggio di potere che in genere deriva da un rango più elevato. Potremmo scegliere di soffrire in silenzio, ma siamo portati a ricordare l’insulto. E vendicarci quando si offre la possibilità.

Alcuni fattori fomentano la cultura del rankismo:

L’esempio. Le persone prendono spunto dai vertici, da chi è sopra di loro, da chi dovrebbe guidarli. Affinché qualsiasi “ismo” (sessismo, razzismo, rankismo) finisca, occorre che la cultura aziendale non lo tolleri. Il leader non solo non deve adottare comportamenti rankisti, ma, cosa ancora più importante, deve fermarli non appena vengono notati.

Sicurezza psicologica. Le persone devono sentirsi a proprio agio nel poter parlare liberamente. Se hanno paura di mettere in discussione le cose, potrebbe esserci una cultura del rankismo.

Retribuzione. Garantire che i sistemi di retribuzione non rafforzino il fenomeno. Ad esempio, se la retribuzione non è meritocratica e tende a premiare senza troppa oggettività alcuni a scapito di altri, questo perpetuerà la convinzione che alcuni individui valgano significativamente più di altri.

Ascolto. Ascoltare anche chi lavora ai livelli base dell’organizzazione è essenziale, oltre che utile per capire come stanno andando le cose. E poi agire: da solo l’ascolto, se non è seguito da fatti concreti, diventa un boomerang.

Il rankismo è difficile da affrontare e risolvere, ma è fondamentale prevenirlo, riconoscerlo ed eliminarlo se un’organizzazione vuole valorizzare i contributi e i talenti di tutti.

A questo punto, è utile chiedersi, per fare meglio la prossima volta:

Sono stato vittima di rankismo?

–       Lo tollero se è agito su altri?

–       Mi è capitato di agirlo in prima persona?

Cosa rispondi?


[1] Somebodies and Nobodies: Overcoming the Abuse of Rank, 2004

[2] All Rise: Somebodies, Nobodies, and the Politics of Dignity, 2006